venerdì 23 febbraio 2018

Sulla pelle dei migranti - Fulvio Vassallo Paleologo



Una campagna elettorale tossica, quella in corso in Italia, che si sta combattendo a colpi di fake news e di speculazioni, anche in senso apertamente razzista, sulla pelle degli immigrati in Italia. Rimbalzano così da un canale di informazione all’altro, dati fatti percepire in modo enormemente amplificato all’opinione pubblica e quindi agli elettori, come la presenza in Italia di immigrati, o musulmani, oppure come il numero delle persone che avrebbero diritto ad uno status di protezione. Dati che potrebbero fare la differenza nella composizione del futuro parlamento e nella nomina del nuovo governo, spesso dati assolutamente falsificanti, ma utili per chi vuole sfruttare l’allarme sicurezza e la paura che si diffonde nel corpo sociale. Per quelli che non sono soltanto imprenditori della paura ma sempre più spesso imbroglioni allo stato puro.Questa campagna elettorale è tutta basata sul discorso di odio contro i migranti e sulla mistificazione dei fatti.
Dal confronto politico e dalla cronaca nazionale sembra invece scomparso il tema dei soccorsi in mare nelle acque del Mediterraneo centrale, un tema scomodo per tutti in campagna elettorale, Pochissimi i casi di soccorso riferiti dalla stampa nazionale. Per sapere cosa succede davvero in mare non rimane che la stampa internazionale o Twitter. Alcuni giornali italiani tacciono sistematicamente. La Marina e la Guardia costiera hanno ridotto al minimo i loro comunicati. 340 migranti sbarcati nei porti siciliani nella sola giornata del 19 febbraio non fanno più notizia e vengono ignorati. Sia pure su numeri più bassi che in passato gli sbarchi, meglio i soccorsi in alto mare non si fermano. Quando non arriva prima la Guardia costiera “libica”.
Le minacce della Guardia costiera “libica” non si contano più. Dopo una pausa di due settimane, si tace così che ancora oggi la Guardia costiera “libica” ha potuto bloccare in alto mare centinaia di migranti in fuga dagli orrori dei lager libici, per riconsegnarli a terra agli stessi carcerieri dai quali erano fuggiti.  Come nel caso di tanti nigeriani bloccati in mare e riportati in centri nei quali possono essere venduti o costretti a fuggire per finire di nuovo nelle mani di altre milizie che li tortureranno per estorcere loro danaro. Si tratta di un ennesimo caso di intercettazione in alto mare, questo il termine esatto, verificatosi dopo che il Comando centrale della Guardia costiera italiana aveva invitato la nave Aquarius della ONG SOS Mediterraneè a ricercare tre gommoni dai quali era partita una richiesta di soccorso. La Marina italiana e la Guardia costiera italiana evidentemente non presidiano più una vasta zona di acque internazionali a nord della costa libica. Non risultano gli esiti di quella ricerca, alla quale corrisponde il roboante comunicato del comandante Qassem, fidato partner di Minniti,dopo gli accordi di collaborazione operativa stipulati con il Memorandum d’intesa del 2 febbraio 2017. Ma per Gentiloni, grazie a Minniti ed ai suoi accordi avremmo “acceso i riflettori sui diritti umani in Libia”.
I corpi seviziati dei migranti che riescono ancora a fuggire dalla Libia ci raccontano una storia diversaLe foto dei migranti riportati in Libia, i volti di chi stava intravedendo una speranza di vita, e viene riportato all’inferno, a terra, in un centro di detenzione per “illegali”, parlano da sole e smentiscono inequivocabilmente chi dichiara che, grazie agli accordi stipulati tra il governo italiano e il governo di Tripoli, lo scorso anno, la situazione per i migranti intrappolati in Libia sia migliorata.
Dal primo febbraio di quest’anno, dopo la fine ingloriosa di Triton, scomparsa proprio nel mese di gennaio quando più frequenti sono stati i naufragidovrebbe essere partita l’operazione Themis di Frontex (adesso ridefinita Guardia Costiera e di frontiera europea), e sono presenti nelle acque del Mediterraneo centrale le navi dell’operazione europea EUNAVFOR MED, ma i loro assetti, salvo qualche lodevole eccezione di soccorso, risultano praticamente invisibili.  Si muore anche per abbandono o ritardo nei soccorsi, e non si comprende davvero come perseguano quella lotta ai trafficanti che non si può certo combattere in alto mare a scapito, troppo spesso, della vita di uomini, donne e bambini. Anche perché di trafficanti a bordo dei gommoni non c’è ne è neppure l’ombra, al massimo la polizia riesce ad arrestare allo sbarco qualche scafista forzato o migranti che si sono prestati a condurre le imbarcazioni, non avendo i soldi necessari per pagare la traversata. I veri trafficanti rimangono a terra e magari sono anche collusi, con  parte della cd. Guardia costiera libica e con le milizie armate che l’Unione Europea, e l’Italia, stanno foraggiando per impedire che i migranti riescano ad allontanarsi dalle coste libiche. Recenti indagini internazionali sembrano confermare questa triste realtà che segna il punto più basso, anche da un punto di vista morale, degli interventi europei nei paesi di transito. Ed adesso la frontiera da difendere per impedire il passaggio dei migranti si è spostata in Niger.
Sembra confermata la notizia di un coinvolgimento della Marina italiana nelle attività di controllo della cd. zona SAR libica, anche con una unità italiana presente a Tripoli. Lasciando ai libici la possibilità di raggiungere le acque internazionali, pure in assenza di una vera zona SAR libica riconosciuta a livello internazionale dall’IMO, si realizzano di fatto dei veri e propri respingimenti collettivi, senza l’impiego diretto di mezzi appartenenti a stati europei, dunque soggetti alla giurisdizione della Corte Europea dei diritti dell’Uomo che in passato ha sanzionato i respingimenti diretti effettuati in Libia nel 2009 dalla Guardia di finanza italiana. Si assiste così ad un vero e proprio aggiramento del divieto di trattamenti inumani  e degradanti ( art. 3 CEDU) e del Divieto di espulsioni collettive ( art. 4 del Quarto Protocollo allegato alla CEDU). Una elusione che ben difficilmente un migrante ricacciato in Libia potrà fare valere davanti la Corte di Strasburgo. Nessuno osa ricordare legravissime responsabilità dell’Unione Europea, accertate dalla condanna del Tribunale permanente dei Popoli, anche molte ONG sono state ridotte al silenzio o si sono dileguate.
Malgrado il calo degli arrivi, la riduzione al silenzio delle ONG e la diminuzione del loro numero, attualmente non ci sono più di tre navi umanitarie presenti a rotazione nelle acque del Mediterraneo Centrale, le organizzazioni della destra estrema come Generazione identitaria, spalleggiata dal Parlamentare europeo Borghezio, continuano a tentare di carpire il consenso di fette sempre più ampie dell’opinione pubblica, diffondendo dati falsi su collusioni tra operatori umanitari e trafficanti. Queste organizzazioni cercano di coprire in questo modo le loro radici fasciste e i loro finanziatori attuali, dietro programmi di stampo populista che diventano, come loro stesse teorizzano, pratica silenziosa e violenta non appena si presenta l’occasione. Dopo i primi bersagli, gli immigrati, i senza tetto, gli LGBT, i senzatetto, le donne. Malgrado i proclami di stampo sociale, un attacco generalizzato a tutte le forme di debolezza sociale.
Dopo che lo scorso anno una parte dei servizi segreti è stata utilizzata a fini politici per gettare discredito sulle ONG e fare partire indagini come quelle che hanno portato al sequestro della nave Juventa della ONG tedesca Jugend Rettet,adesso si cerca di utilizzare sempre gli stessi materiali, inquinati ed inquinanti, per attacchi personali che hanno il solo scopo di intimidire e delegittimare difensori dei diritti umani che hanno contribuito a salvare migliaia di vite o che non hanno avuto paura di denunciare le violazioni commesse dalle autorità italiane, fino ad ottenere pronunce di condanna da parte della Corte Europea dei diritti dell’Uomo.
Questi attacchi provengono da una destra che non ha mai rinnegato i suoi rapporti con il fascismo e che oggi cerca di accreditarsi come paladina dell’identità italiana e del benessere della popolazione autoctona, dimenticando che il contributo apportato dagli stranieri anche in termini economici è complessivamente superiore al costo derivante dalla loro presenza in Italia, incluso il costo enorme di un sistema di accoglienza che ancora è tutto da bonificare, ma che non si può chiudere in qualche mese con una rapida espulsione delle persone che ospita.
Un tentativo di strumentalizzazione della paura e del livore sociale da respingere con tutta la forza possibile, come è da respingere il tentativo di utilizzare le grandi questioni dei rapporti con la Libia, o degli sbarchi in Italia, o ancora degli accordi per i rimpatri verso i paesi di origine, per attaccare chi denuncia la illegalità di formazioni che si ispirano apertamente al disciolto partita fascista e che non avrebbero avuto alcun titolo a partecipare alla competizione elettorale in Italia. Malgrado la pregressa appartenenza di diversi dirigenti di Forza Nuova ad organizzazioni come Terza Posizione che in passato si resero protagoniste della stagione delle stragi, oggi polizia e carabinieri, sotto le direttive di questori e ministri, danno copertura a manifestazioni di queste stesse persone, che si sono calate da tempo nella competizione elettorale, senza che nessuno lo impedisse, malgrado richiamino esplicitamente valori fascisti e violino costantemente la legge Mancino del 1993. Come se ci fosse stato in passato un “fascismo buono”, o potesse ripresentarsi oggi. Negazionismo abilmente orchestrato, sommato ad ignoranza dei più, che segnano una cancrena del nostro corpo sociale. Forza Nuova non ha esitato ad esprimere solidarietà al terrorista che, a Macerata, in preda a un delirante odio razziale, ha fatto fuoco su migranti inermi..
Piuttosto che teorizzare ancora una volta i soliti schemi degli “opposti estremismi” sarebbe tempo che la politica si confronti sulle possibili soluzioni che l’Italia, anche da sola, in un contesto europeo sempre più blindato, sarà comunque costretta ad affrontare, come la legalizzazione di quanti sono arrivati dalla Libia per effetto di violenze subite in quel paese o che hanno raggiunto in Italia un elevato livello di inclusione sociale. Non si può pensare certo ad espulsioni di massa per persone che ormai sono saldamente radicate nel nostro territorio e rivendicano gli stessi diritti degli italiani. Diritti che oggi vengono negati a parti sempre più ampie della popolazione autoctona. Occorre evitare che si scatenino altre guerre tra poveri, alimentate da chi ha tutto l’interesse che nessuno rivolga la propria attenzione verso i veri responsabili della crisi economica che sta ricacciando milioni di persone sotto la soglia di povertà.
Nel medio periodo occorre pensare ad una valorizzazione (e non all’abrogazione come proposto da Forza Italia) della protezione umanitaria, ed all’apertura di consistenti canali legali di ingresso per lavoro, giungendo a prevedere la convertibilità del permesso di soggiorno breve di tre mesi, in un permesso a tempo indeterminato qualora si riesca a trovare un contratto di lavoro.
Nessuno si illuda comunque che ci siano soluzioni miracolistiche, in qualsiasi direzione, per il cosiddetto problema immigrazione (che altri continuano a chiamare emergenza, per atterrire la popolazione), senza affrontare i grandi temi della giustizia sociale e di una redistribuzione più equa della ricchezza e dei carichi fiscali e contributivi, per tutti, italiani e stranieri.Su questo fronte sono gli stranieri, e non gli italiani ,a dare più di quanto ricevano in termini di prestazioni sociali. Per il pagamento delle pensioni future agli italiani non esistono alternative ad una regolarizzazione del mercato del lavoro ed a una regolarizzazione degli immigrati attualmente privi del permesso di soggiorno, con l’emersione del lavoro in nero che deprime la vita di tante persone in Italia.
Va superato l’attuale Regolamento Dublino che inchioda i richiedenti asilo nel paese europeo di primo ingresso. A fronte di  numeri sempre più bassi di richiedenti asilo, in Italia ed in Europa, occorre garantire possibilità di transito verso altri paesi europei, rilancio della cd. Relocation, promessa nel 2015 a Grecia ed Italia e oggi bloccata per imposizione dei paesi più orientali dell’Unione Europea.
Vanno infine bloccati tutti gli accordi di riammissione o di cooperazione pratica di polizia, così come i Memorandum d’intesa con i paesi di transito, sospendendo tutti gli aiuti a paesi che non rispettino effettivamente i diritti garantiti dalle Convenzioni internazionali a qualunque persona umana, indipendentemente dal colore della pelle, dalla sua religione o dalla sua provenienza nazionale. La normalizzazione in corso con paesi come l’Egitto, che non rispettano i diritti umani, e neppure riescono a rendere giustizia nel caso di una atroce uccisione di un nostro concittadino, Giulio Regeni, potrebbe preludere ad una grave involuzione in senso autoritario anche da parte del governo italiano ed a una delegittimazione dell’autonomia della magistratura. Quando i poteri economici dettano una agenda che cancella i diritti umani, le garanzie degli stati costituzionali e delle Convenzioni internazionali sono già diventate carta straccia.
Dietro la logica del nemico interno da allontanare a ogni costo, o da abbattere, si cela soltanto lo stato di polizia. Il malessere sociale, la crisi economica non si possono nascondere dietro la guerra ai poveri, agli ultimi arrivati, alle minoranze. Lanciamo proposte di convivenza nel rispetto della legalità. Al di fuori di questo orizzonte non rimane che un ulteriore inasprimento dello scontro sociale e un clima di guerra che, dalle frontiere esterne, e ne abbiamo già tante in divenire, potrebbe presto trasferirsi alle frontiere interne che stanno frammentando anche il nostro territorio. E a quel punto nessuno, proprio nessuno, potrà sentirsi davvero al sicuro.

mercoledì 21 febbraio 2018

Salim Vally, uno che di apartheid se ne intende







intervista di Chiara Cruciati:

Da anni attivisti, esperti e ricercatori studiano i parallelismi tra il Sudafrica del dominio Afrikaners e il regime che Israele ha imposto sulla popolazione palestinese. Alla base sta il concetto di apartheid che, seppur con ovvie differenze storiche, è applicato ai due sistemi e che è definito dal diritto internazionale come «regime istituzionalizzato di oppressione sistematica e di dominio di un gruppo razziale su qualsiasi altro gruppo razziale».
Ma se a 20 anni dalla sconfitta dell’apartheid sudafricana come sistema legale le disuguaglianze socio-economiche tra bianchi e nere permangono, Israele porta avanti la sistematica discriminazione della popolazione palestinese sotto la propria effettiva autorità, che si tratti dei palestinesi cittadini israeliani o dei residenti nei Territori Occupati.
Ne abbiamo parlato con Salim Vally, professore all’Università di Johannesburg e direttore del Center for Education Rights and transformation, leader del Palestine Solidarity Committee sudafricano e attivista anti-apartheid di lungo corso.
A due decenni dalla fine dell’apartheid legale in Sudafrica, cosa resta del sistema di segregazione? Permane un’apartheid ufficiosa o, come la definisce un’analisi del think tank al-Shabaka, un «capitalismo razziale» nel paese?
Sono completamente d’accordo con il concetto usato dagli autori dell’analisi citata, Haidar Eid e Andy Clarno. Il capitalismo razziale è la causa dell’assenza di un reale cambiamento: il sistema di apartheid, la sua legislazione e la discriminazione legale sono stati rimossi dalle leggi dello Stato, ma non la discriminazione di classe, in termini di povertà, di proprietà. Nulla è cambiato. Ci troviamo di fronte ad un sistema liberale democratico come risultato dei negoziati dei primi anni ’90, ma non a reali cambiamenti strutturali.
È la razza che continua a definire opportunità e accesso a casa, terre, educazione, servizi. Una forma diversa e occulta di colonizzazione?
Il processo per cui alcune persone si sono arricchite e altre impoverite segue linee razziali. Usare la razza per giustificare la spoliazione della gente e l’accumulazione rapida da parte di pochi significa utilizzare linee di «colore». Le questioni di razza e classe non possono essere divise, l’intera struttura dipende da capitalismo e razzismo. Succede anche in altri paesi ma in Sudafrica in modo molto più sistematico. Tutti noi abbiamo combattuto l’apartheid e pagato un prezzo e siamo consapevoli che la situazione è migliorata, che c’è stato un avanzamento chiaro sul piano della discriminazione legale, ma è vero anche che la maggior parte dei poveri e della classe operaia non ha visto migliorare le proprie condizioni socio economiche.
Perché nel Sudafrica della lotta all’apartheid e del governo ormai ventennale dell’Anc, la discriminazione non è stata sconfitta?
Perché la struttura economica della società non è stata cambiata nelle sue fondamenta. Come accaduto anche in Asia e America latina, l’indipendenza politica ha portato a nuove élite e nuove bandiere ma le principali sorgenti dello sfruttamento sono spesso rimaste le stesse. Il vero potere, quello economico, è in mano a chi lo aveva già, alla borghesia tradizionale, nel caso sudafricano quella bianca. A questa si aggiunge una piccola quota di borghesia nera, ma la maggior parte dei neri sono intrappolati in una tremenda povertà.
Inevitabile è il parallelo con il modello israeliano. Nelson Mandela disse: «La nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi». E Desmond Tutu ripete che quella israeliana è una segregazione ancora peggiore di quella degli Afrikaners. Quali i punti in comune e quali le differenze?
Ci sono molti elementi comuni, il modello israeliano è parte della «famiglia» dei regimi di apartheid. I pensieri espressi da Mandela e Tutu sono molto accurati. Chi di noi ha visitato la Palestina ha immediatamente visto le similitudini nella discriminazione quotidiana: mancata libertà di movimento, regime dei permessi, demolizioni di case, detenzioni senza processo, divisione in bantustan di Cisgiordania e Gerusalemme. Tutto questo riflette il modello operativo dell’occupazione che non esitiamo a definire stato di apartheid.
È molto importante sul piano giuridico e del diritto internazionale ricordare che l’Onu ha votato alla fine degli anni ’80, dopo lo scoppio della prima Intifada per intenderci, una risoluzione di condanna ed eliminazione dell’apartheid, ovviamente riferita all’epoca al Sudafrica ma volontariamente posta come concetto generico. L’obiettivo era riferirsi a qualsiasi possibile paese. Esperti giuridici di tutto il mondo, come John Dugand e Richard Falk, hanno detto più volte che Israele si qualifica come Stato di apartheid.
Esistono ovviamente anche significative differenze tra Israele e Sudafrica dell’apartheid. Un esempio: la classe al potere in Sudafrica dipendeva dalla forza lavoro nera a basso costo e per questo lo sviluppo dei sindacati ha permesso di resistere con più efficacia al regime semplicemente sottraendogli lavoratori e bloccando l’economia. Nel caso palestinese non accade: se inizialmente Israele ha sfruttato la manodopera palestinese, l’ha poi marginalizzata. L’economia israeliana non è dipendente dalla forza lavoro palestinese.
Il caso palestinese è inoltre caratterizzato dalla divisione in territori e conseguenti status legali diversi della popolazione (rifugiati della diaspora, residenti apolidi di Gerusalemme, comunità sotto occupazione a Gaza e in Cisgiordania e palestinesi cittadini israeliani). Forme diverse di apartheid o un unico sistema?
È come se il popolo palestinese fosse tanti popoli diversi. È fondamentale ricordarsi dei 7 milioni di profughi all’estero e dei quasi 2 milioni di palestinesi cittadini israeliani discriminati. La situazione è dunque diversa dalla segregazione sudafricana dove con il sistema dei bantustan si puntava al controllo fisico e limitato nello spazio della popolazione nera, dove però non c’erano differenze di trattamento. Il sistema di apartheid di Israele è infinitamente più sofisticato perché si applica in forme diverse alle diverse «sacche» di palestinesi. Ciò rende la loro situazione peggiore di quella che la maggior parte dei sudafricani ha sopportato.
Nel caso sudafricano, oltre alla mobilitazione interna, un ruolo centrale lo ebbe il boicottaggio internazionale. In quello palestinese il boicottaggio esiste, ha effetti concreti ma resta un’opzione elle società civili, non dei governi. Quale la chiave per aprire le stanze dei bottoni?
Nel caso sudafricano ci sono voluti decenni prima che si arrivasse al boicottaggio internazionale e che questo divenisse significativo: la prima chiamata la boicottaggio risale al 1959. Non abbiamo raggiunto questo livello con la questione palestinese, ma non significa che un movimento non esista. Significa che il supporto globale può avere effetti contro l’impunità di Israele, soprattutto in Europa, se si moltiplicano le spinte dalla base ai vertici. Ognuno di noi di fronte alle atrocità che vede deve giocare un ruolo: studenti, professori, organizzazioni, associazioni di donne e così via sono il solo mezzo di pressione sui governi al potere, che beneficiano loro stessi dell’occupazione israeliana.
Abbiamo visto in questi giorni Ibrahim Abu Thuraya, disabile, ucciso da un cecchino israeliano mentre sventolava una bandiera, un omicidio extragiudiziale; la 16enne Ahed Tamimi arrestata per uno schiaffo; due milioni di persone sotto assedio a Gaza; 500 bambini arrestati ogni anno e torturati…posso andare avanti per giorni a elencare le atrocità israeliane. E tutto avviene nel silenzio internazionale. Dobbiamo agire ora perché la repressione che subiscono i palestinesi è ora. Netanyahu, il movimento dei coloni, la gran parte del governo israeliano la vedono come la soluzione definitiva a quanto iniziato nel 1948, un genocidio in termini di presenza fisica, culturale, sociale, così come lo definisce – usando la definizione dell’Onu – Ilan Pappe. Tutto questo può spingere la gente a guardare alla solidarietà internazionale e al rafforzamento delle organizzazioni di base palestinesi come sola alternativa alla posizione dei governi.

martedì 20 febbraio 2018

Da torturati a terroristi: repressione “made Benetton”…


Un’ondata repressiva che non riconosce la libertà di protesta e l’inalienabile diritto alla vita, ma, al contrario, condanna e criminalizza la resistenza dei popoli.
Il governo Macri attraverso il documento Comando unificato contro la violenza della RAM, redatto nel dicembre 2017 dal ministro della sicurezza nazionale Patricia Bullrich, ha ripristinato termini e metodologie di azione dei tempi bui, identificando come estremisti, guerriglieri e terroristi i/le Mapuche.
Un documento funzionale a legittimare (agli occhi dell’opinione pubblica) la protezione offerta alla multinazionale Benetton (puntualmente supportata dalle forze dell’ordine locali nell’opera di acaparramento delle terre ancestrali nella Patagonia argentina) e la detenzione di Facundo Jones Huala (guida della Resistenza Ancestrale Mapuche e, per questo, prigioniero politico dal giugno 2017), oltre a giustificare le uccisioni di Santiago Maldonado e Rafael Nahuel per mano del governo argentino.
Una repressione retro-attiva che in questi giorni si sta abbattendo su chi ha offerto supporto alla resistenza Mapuche fin dalle prime incursioni della polizia nella comunità Pu Lof di Cushamen: teatro di numerosi scontri tra cui quello che nell’agosto del 2017 costò la vita a Santiago.
Dopo esser stat* rapit* e torturat* dalla polizia e dagli impiegati Benetton nel gennaio 2017, le persone che all’epoca erano accorse nel Pu Lof per offrire supporto alla resistenza Mapuche si vedono ora (a causa del suddetto documento) criminalizzate e accusate di terrorismo dal ministro Bullrich, come racconta Ivana Huenelaf, una delle numerose persone ad aver subito la violenza delle forze dell’ordine:
gendarmi e dipendenti Benetton inseguivano i/le Mapuche e le persone solidali, colpite, picchiate, rapite, torturate e arrestate, ma ora il governo indaga sulle vittime di queste violenze, questo è l’ordine del ministero della sicurezza diretto da Patricia Bullrich.
Nel corso degli anni la presenza di dipendenti Benetton, spesso armati, durante le azioni di polizia si è fatta sempre più presente, non solo per l’accaparramento delle terre, ma anche per requisire i cavalli presenti nelle comunità Mapuche.
La multinazionale italiana, infatti, dal 1991 ha colonizzato le terre ancestrali della Patagonia argentina non solo per l’allevamento delle pecore schiavizzate per la produzione di lana (260.000), ma anche per quello di 9.700 bovini e 1.000 cavalli.
Nel gennaio 2017, oltre ai rapimenti e alle torture combinate ai danni di diversi Mapuche e solidali, vennero sequestrati numerosi cavalli, come nel corso dell’azione di polizia del 2 febbraio 2018, quando gli appartenenti alla comunità Pu Lof vennero accerchiati e isolati fin dalle prime ore dell’alba e numerosi animali caricati e portati via da camion appartenenti alla Compagnia Tierra del Sud (ex The Argentine Southern Land Co) di proprietà della famiglia Benetton.
L’operazione di polizia del 10 gennaio 2017 ha portato alla demolizione di case, violenze su donne e ragazze e l’arresto di tre uomini oltre a quello di Ivana e alle altre 7 persone accorse sul posto per offrire supporto e cibo ai/alle resistenti: Jorge Buchile, Javier Huenchupan, Daniela Gonzalez, Gustavo Jaime, Pablo e Gonzalo Seguí
Il governo Macri adesso le accusa di aver condotto sabotaggi, aggredito la polizia con armi e molotov mai apparse, e di aver rubato e tentato l’affogamento di 360 animali di proprietà della Benetton.
“Siamo andati a caccia di Mapuche
Questo è ciò che dichiarò un poliziotto davanti al pubblico ministero quando fu ascoltato nell’ambito degli scontri del gennaio 2017, racconta Ivana a cui quel giorno fu fratturata una mano, ricordando la presenza numerosa di dipendenti Benetton provenienti da Chubut (provincia argentina che si estende nella Patagonia) dove si registrano almeno 140 casi di Mapuche scomparsi nel nulla.
Avevo 5 anni quando ho subito il primo sgombero, mio nonno mi diceva: siamo tutti Mapuche, siamo persone della terra, siamo tutti popoli della terra e per questo dobbiamo resistere.

lunedì 19 febbraio 2018

A Gaza ricordando le Fosse Ardeatine - Patrizia Cecconi

Gaza city 18 febbraio
Durante tutta la notte da Gaza city si sono sentiti gli echi dei bombardamenti sulla Striscia di Gaza. Prima erano lontani, poi si sono fatti sempre più forti, infatti anche il quartiere Zeitun di Gaza city è stato bombardato. L’aviazione israeliana ha colpito per ore a nord, su Beit Hannoun, al centro, a est e a sud, da Gaza a Deir El Balah a Khan Younis a Abasan El Kabira. Bombardano dal cielo, così non corrono rischi, uccidono senza essere uccisi e senza sporcarsi di sangue la divisa.
Perché questo nuovo massacro?
Perché 4 soldati israeliani sono rimasti feriti in un’esplosione mentre cercavano di rimuovere una bandiera palestinese che era stata issata vicino Abasan El Kabira sul confine palestinese della Striscia assediata.
Era una trappola, alla bandiera era collegato dell’esplosivo e chi avesse voluto rimuoverla avrebbe pagato  le conseguenze dell’ingiuria alla bandiera. Così deve aver pensato chi ha preparato l’azione che ha portato alla rappresaglia. Un’azione gazawa, forse organizzata, forse dettata da spontaneismo esasperato.
La risposta è stata immediata, carri armati hanno fatto fuoco per distruggere le postazioni nemiche…ma in casa loro, non in casa israeliana, dettaglio non insignificante.
Ma poi cos’è successo? È scattata la rappresaglia vera e propria. Durata tutta la notte e praticamente lungo tutta la Striscia. Israele comunica di aver colpito 18 postazioni di Hamas. Israele sa bene che Hamas non c’entra, ma dire Hamas è dire Gaza. Dire Hamas, nella narrazione israeliana accettata da gran parte del mondo è dire terrorismo. Quindi dire di aver colpito Hamas è come dire “Israele ha il diritto di difendersi” e l’assedio, l’occupazione, le violazioni quotidiane dei diritti umani finiscono coperti nella polvere della manipolazione mediatica.
Il termine rappresaglia non porta con sé ricordi nobili, anche se ormai Israele ci ha abituati all’uso continuo di questo sostantivo astratto, e l’aggettivo che in passato seguiva  il sostantivo “rappresaglia” è caduto in disuso. Ma un’occhiata al diritto internazionale riporta la rappresaglia nell’alveo del crimine e questo Israele lo sa ma sa che il diritto internazionale può ignorarlo senza alcuna sanzione.
Ma a chi ha presente un po’ di storia contemporanea  non può non venire in mente una terribile analogia.
Pur senza far uso di termini impropri l’analogia viene in mente per un processo logico, anzi, più esattamente, analogico e allora, stando da ore sotto la cupa eco di bombardamenti più o meno vicini ed avendo appurato cos’ha determinato la rappresaglia israeliana, viene in mente un episodio della Resistenza italiana: via Rasella, aprile 1944. Roma sotto occupazione. Azione dei GAP contro i soldati occupanti.
Fu azione giusta? sbagliata? Fu un’azione partigiana e portò alla morte di un certo numero di soldati occupanti, esattamente 33 e, visto che gli occupanti si ritenevano superiori agli occupati, decisero che ogni soldato morto valesse dieci italiani e per la legge del taglione vennero uccisi alle Fosse Ardeatine 335 italiani tra i quali 65 di religione ebraica.

Fu rappresaglia. Ignobile rappresaglia. Una vergogna scritta sui libri di storia e ricordata ogni anno.
Torniamo sull’altra sponda del Mediterraneo. C’è un’occupazione che dura da decenni, c’è addirittura una regione assediata, la Striscia di Gaza. Gli assedianti-occupanti entrano per rimuovere una bandiera e vengono colpiti dall’esplosione. Nessun morto, per fortuna. Ma quattro soldati feriti. Scatta comunque la rappresaglia. Non si rastrellano quaranta cittadini incolpevoli ma si bombardano per ore e ore cinque località densamente abitate provocando distruzioni enormi, ferimenti e probabilmente morti.
Non è accettabile per nessun cittadino democratico che riconosca il diritto internazionale tacere o, peggio, approvare. Neanche per un cittadino israeliano tra i pochi sinceramene democratici.
Un giorno Israele sarà sui libri di storia e sarà ricordato per aver sdoganato da un aggettivo orrendo il sostantivo rappresaglia, avendone preso il posto offrendo come aggettivo il suo nome: rappresaglia israeliana, pur non avendo lo stesso terribile simbolo dell’antica rappresaglia delle Fosse Ardeatine.
La notte è passata così, aspettando che arrivasse il silenzio e pensando ai danni e alle eventuali vittime dei bombardamenti. Pensando al pianto disperato di bambini terrorizzati dal fuoco e dalle bombe, aggrappati a genitori impotenti davanti allo strapotere dell’assassino che semina codardamente il terrore dal cielo.
Ahi Israele, quante pagine di vergogna porteranno un giorno i libri di storia quando finalmente le complicità si interromperanno e il diritto internazionale non sarà solo un insieme di norme valide soltanto, e strumentalmente, contro chi non ha potere.

domenica 18 febbraio 2018

cani dell'IDF contro il maestro palestinese Mabruk Jarrar - Gideon Levy





Non è una foto facile da guardare. Sua moglie ci mostra le fotografie sul suo telefono: il braccio è  ferito, malconcio e sanguinante, mutilato, sfregiato per tutta la sua lunghezza. Lo stesso il suo fianco. Sono le conseguenze della notte dell'orrore che ha sopportato, insieme a sua moglie e ai suoi figli.
Immagina: la porta principale viene aperta  nel mezzo della notte, i soldati entrano violentemente in casa con un cane. Cade a terra  terrorizzato, i denti dell'animale  gli mordono la carne per un quarto d'ora. Per tutto il tempo, sia lui che sua moglie e i bambini ,emettono  urla raccapriccianti. Poi sanguinante e ferito, viene ammanettato e sequestrato dai soldati,gli negano gli  aiuti medici per ore, fino a quando non viene portato all'ospedale  dove abbiamo incontrato lui e sua moglie questa settimana. Anche lì è costretto a giacere incatenato al suo letto.
Questo linciaggio è stato perpetrato dai soldati delle Forze di Difesa Israeliane su, Mabruk Jarrar,un insegnante arabo di 39 anni residente  nel villaggio di Burkin, vicino a Jenin, durante la loro brutale caccia all'uomo per l'assassino del rabbino Raziel Shevach   dell'insediamento di Havat Gilad il  9 gennaio. E  come se ciò non bastasse, pochi giorni dopo la notte di terrore, i soldati sono tornati di nuovo nel cuore della notte. Le donne della casa sono state costrette a spogliarsi completamente, compresa l'anziana madre di Jarrar e la sorella muta e disabile, apparentemente in cerca di denaro.
Il reparto di ortopedia nell'ospedale di Haemek ad Afula, lunedì. Una stanza stretta, tre letti. Nel mezzo c'è Jarrar, che è stato ricoverato qui per circa due settimane. La domenica mattina l'insegnante era ancora incatenato al suo letto con catene di ferro,e i soldati impedivano alla moglie di prendersi cura di lui. I soldati se ne sono andati a mezzogiorno dopo che un tribunale militare ha ordinato il rilascio incondizionato di Jarrar.
Non è chiaro il motivo per cui è stato arrestato o perché le truppe gli hanno mandato contro il cane.

Il suo braccio sinistro e la sua gamba sono fasciate , il dolore bruciante, che  accompagna ancora ogni movimento, è chiaramente visibile sul suo volto. Sua moglie, Innas  di  37 anni, è al suo fianco. Sono sposati appena da  45 giorni fa: è il secondo matrimonio per entrambi. I due figli del primo matrimonio - Suheib, di  9 anni e Mahmoud di 5 anni - sono stati testimoni oculari di ciò che i soldati e il loro cane hanno inflitto al padre. I bambini ora stanno con la loro madre a Jenin, ma il loro sonno è turbato, Jarrar ci dice: Si svegliano con incubi, gridando  e bagnando il loro letto per la  paura.
Jarrar insegna arabo nella scuola elementare di Hisham al-Kilani a Jenin. Venerdì 2 febbraio lui e sua moglie sono andati a letto verso mezzanotte. Addormentati nella stanza adiacente, c'erano i due figli che restano con lui nei fine settimana. Verso le 4 del mattino  la famiglia è stata  svegliata da un'esplosione che proveniva dalla porta principale. Diverse finestre della casa sono state distrutte dalla forza dell'esplosione. Jarrar è saltato giù dal letto .  Le jeep dell'IDF erano parcheggiate all'esterno. Un grosso cane, apparentemente di Oketz, l'unità canina dell'esercito, è stato introdotto in casa, seguito da almeno 20 soldati, secondo la coppia. Non è difficile immaginare l'orrore che ha catturato loro  e i bambini. Il cane si è avventato su Jarrar, mordendolo  nella parte sinistra, facendolo cadere a terra e trascinandolo sul pavimento. All'inizio i soldati non hanno fatto nulla. Sua moglie si è precipitata  con una coperta per  coprire il cane  e  salvare suo marito. I bambini guardavano e piangevano mentre i loro genitori gridavano aiuto; le loro grida erano molto forti, dicono ora. Innas non è stata in grado di liberare il marito dalla stretta del cane. Ci sono voluti alcuni minuti, ricordano, prima che i soldati provassero ad allontanare il cane, ma l'animale non obbediva nemmeno a loro. Mabruk era certo che sarebbe stato fatto a pezzi e sarebbe morto. Anche l'Innas temeva il peggio.
I soldati hanno strappato via i vestiti di Jarrar, apparentemente nel tentativo di liberarlo dalle grinfie del cane e finalmente ci sono riusciti , dopo circa un quarto d'ora secondo le loro stime. Poi uno dei soldati lo ha colpito due volte in faccia. E'  ferito e si agita per la paura e in quello stato i soldati gli legano le mani dietro la schiena Lo portano al piano di sotto,  arriva un ufficiale, chiede a Jarrar quale sia il suo nome, lo libera dalle manette e fotografa le sue ferite. L'ufficiale, dice ora Jarrar, sembrava inorridito per le ferite sanguinanti, per il braccio e per l''anca strappati e straziati. Dopo essere stato ammanettato di nuovo l'insegnante è stata portata in un veicolo militare nel centro di detenzione di Salem, vicino a Jenin, dove dice di essere rimasto per circa tre ore senza cure mediche.
La stessa notte sono stati arrestati anche i suoi due fratelli, Mustafa e Mubarak Jarrar. Mubarak è stato rilasciato; Mustafa è ancora in custodia. Hanno tutti il ​​cognome della persona ricercata per l'omicidio di Rabbi Shevach, Ahmed Jarrar ,ucciso dall'esercito nella stessa notte nel villaggio di Al-Kfir, vicino a Jenin. Verso le 4 del mattino, i soldati hanno fatto irruzione nella casa di Samr e Nour Adin Awad, i genitori di quattro bambini piccoli. Insieme ai soldati  un cane Oketz è stato portato in camera da letto e ha morso e ferito entrambi i genitori.
Come Nour ha spiegato ad Abd Al-Karim a-Saadi, di B'tselem: "Ho tenuto in braccio mio figlio Karem, di 2 anni, che stava piangendo. Ho aperto la porta che i soldati stavano buttando giù  e un cane mi ha attaccato saltando sul mio petto. Karem è caduto dalle mie braccia. Più tardi ho visto che mio marito lo prendeva dal pavimento. Ho provato a spingere via il cane dopo che mi ha morso nel petto. Sono riuscita a spostarlo ma poi mi ha afferrato l'anca sinistra [con i suoi denti]. Sono riuscita con tutte le mie forze a respingerlo. I  soldati guardavano il cane, ma non facevano nulla. Durante tutto questo tempo mio marito ha implorato  i soldati di allontanare il cane da me. Un soldato ha parlato al cane in ebraico e poi mi ha afferrato per il braccio sinistro [trattenendomi] per qualche minuto, fino a quando un soldato è arrivato da fuori e l'ha portato via . Stavo sanguinando e provavo un grande dolore. "

La seconda intrusione di truppe è arrivata pochi giorni dopo, l'8 febbraio. Ora nella casa di Jarrar ci sono solo donne e bambini: Innas, i due figli di suo marito e anche sua madre e sua sorella che vivono nello stesso edificio. Sono le 3:30 del mattino. Secondo Innas, circa 20 soldati, uomini e donne, hanno preso parte a questo raid. Le dicono che c'erano i soldi di Hamas in casa e che sono venuti per confiscarlo. Salgono sui letti ignorando  le suppliche di Innas di fermarsi. Chiedono  chiesto dove sia Mabruk - , già in custodia dell'esercito e  ricoverato nell'ospedale.
Una donna soldato porta  le tre donne - la moglie di Jarrar, sua madre di 75 anni e sua sorella disabile di 50 anni - in una stanza e ordina  loro di spogliarsi completamente. La ricerca non rivela  nulla: niente soldi, niente Hamas. In seguito, i soldati danno ad Innas un permesso di ingresso in Israele per visitare suo marito ad Afula. Le dicono che è nella prigione di Meghiddo. Va nel luogo indicato il giorno dopo per scoprire che non era lì. Chiama  Abed Al-Karim a-Saadi di B'Tselem, e scopre  che Mabruk è effettivamente ricoverato ad Afula. E' ancora in arresto. Le concedono per vederlo  solo 45 minuti.
In risposta a una richiesta di commento, l'Unità del Portavoce dell'IDF ha detto ad Haaretz: "Il 3 febbraio 2017, le forze di sicurezza sono arrivate nel villaggio di Burkin, nella casa di Mabruk Jarrar, sospettato di attività che mettono in pericolo la sicurezza in Giudea e Samaria. Una volta a casa sua, le truppe gli hanno ordinato si uscire. Nonostante le ripetute chiamate  non è uscito, le forze militari hanno agito secondo la procedura e un cane è stato mandato a cercare le persone all'interno. Il sospetto si è chiuso in una stanza al piano superiore dell'edificio insieme a membri femminili della sua famiglia.
Quando la porta si è aperta , il cane ha morso il sospetto, ferendolo. Ha ricevuto assistenza immediata dalle forze mediche dell'esercito  e ricoverato in ospedale Successivamente altre azioni sono state condotte alla ricerca di persone ricercate. Sottolineiamo che in contrasto con quanto affermato nell'articolo, le donne della casa non sono state denudate dalle forze armate ".
Jarrar è seduto sul suo letto d'ospedale,  ogni movimento costituisce uno sforzo. Innas arriva ogni giorno da Burkin. "Come pensi che mi sono sentito ?" Risponde così alla  domanda su cosa ha provato durante l'attacco del cane. "Pensavo di morire".
Questo ospedale  è effettivamente un ospedale arabo-ebraico binazionale, come la maggior parte degli ospedali nel nord del paese. Ma un ebreo entra improvvisamente nella stanza, ribollente di rabbia. "Perché stai intervistando gli arabi? Perché non gli ebrei? "Chiede. L'uomo minaccia di chiamare l'ufficiale di sicurezza dell'ospedale, perché Mabruk Jarrar, ferito e maltrattato, ci stava parlando.

Superare il feticismo della crescita - Paolo Mottana



Dopo lunga riflessione ho deciso che voterò la formazione politica che più sentirò avvicinarsi alla visione del futuro che vorrei e che riassumerei in questi punti, certo non esaustivi ma comunque fondamentali per ritornare a credere in un mondo vivibile:
– Abbattere il feticismo della crescita: è del tutto evidente che non è più possibile crescere economicamente se non comprimendo ancor più il nostro spazio vitale, inducendo in noi ancor più bisogni deliranti e esproprianti il minimo di contatto umano, animale e naturale che ci è necessario e senza saccheggiare ancor più terre e popoli che di certo andrebbero invece assolutamente protetti e liberati. Credo assolutamente necessario che nel futuro si debbano ridurre significativamente l’infinità di idiozie, di merci, di tecnologie che ci separano ogni giorno di più, che atrofizzano la nostra sensibilità e che distruggono i nostri gesti umani. Occorre che qualcuno ci imponga un drastico ridimensionamento del corteo interminabile di falsi comfort da cui siamo circondati e annichiliti;
– Abbattere l’altrettanto infausto feticismo del lavoro: mi rifarei alle eccellenti riflessioni di André Gorz ma anche di autori più recenti per rivendicare il diritto al non lavoro, alla riduzione del lavoro e, al contempo, al dovere minimo di tutto a contribuire al lavoro socialmente necessario (i lavori solitamente disprezzati e riservati a chi non ha altri mezzi di sostentamento: dalla gestione dei rifiuti ai servizi sociali per chi vive in condizione di svantaggio, ai lavori più duri e sottopagati). All’idolatria odiosa del lavoro (da sempre alienato) voglio che si sostituisca la rivendicazione del tempo e dei mezzi per l’espressione creativa, costruttiva e passionale di ciascuno e di tutti;
– Inaugurare una politica radicale di redistribuzione della ricchezza a tutti i livelli della vita sociale ed economica attraverso una lotta all’evasione fiscale senza quartiere, così come alla criminalità organizzata e al lavoro nero ma anche attraverso una tassazione precisa e adeguata nei confronti di ogni forma di guadagno estremo come di ogni povertà estrema, riconducendo l’oscillazione degli stipendi entro limiti normati e proporzionati;
– Per cominciare anche solo a pensare a tutto ciò credo non sia possibile non slegarsi, in modi e tempi accettabili, dall’Unione europea e dalla Nato, organizzazioni che perpetuano la nostra dipendenza dalle leggi del mercato capitalista globale e dalle sue insopportabili iniquità;
– Accelerare una politica dell’educazione che rovesci la logica mercantile cui è oggi fondamentalmente collegata per inaugurare un’educazione all’insegna dell’attrazione appassionata per ciò che si impara, dell’educazione diffusacome liberazione dal sequestro scolastico e dalla cooperazione più vasta possibile tra tutte le generazioni e tutti i soggetti finalmente aventi titolo di comparire sulla scena della vita sociale, minori non esclusi, nonché dall’impegno verso un’educazione che restituisca la giusta importanza al corpo e ai saperi simbolici;
– Indebolire progressivamente la dipendenza coatta e sempre più capillare dalle nuove tecnologie, che stanno impoverendo mortalmente la nostra vita sociale, sensibile e affettiva nonché le nostre abilità fisiche, essendo ormai impotenti senza l’ausilio di protesi tecnologiche sempre più inutili e mortificanti;
– Affrontare l’emergenza ecologica, ahinoi, globale, in maniera prioritaria e determinata, attraverso politiche complesse che restituiscano equilibrio tra i soggetti umani, la natura e gli animali, rispondano alle emergenze dei territori e delle fonti d’acqua, riducano progressivamente, anche attraverso la diminuzione di tecnologia inutile e tossica, le necessità energetiche;
– Restituire al tempo la sua dignità attraverso politiche di riduzione della velocità della vita sociale, della frenesia e dello sfruttamento di esso attraverso la continua competizione al potere e al successo, da ridimensionare riducendo il potere dei media, abbassando le prebende per i ruoli di potere e incentivando la convivialità, il tempo liberato e l’attività volontaria o pagata attraverso le banche del tempo, le monete non votate alla speculazione o altri risarcimenti di natura affettiva o sociale;
– Incrementare le festività e i tempi di recupero e piacere, liberandosi dal giogo delle festività religiose per dare importanza a momenti di celebrazione del riposo, dei piaceri, della cooperazione, della gentilezza, della cura, affermando il nostro esserci sulla terra laicamente e all’indirizzo di tutto ciò che può restituirci la voglia di abitare la terra e non di essere gli schiavi di alcun sistema di potere;
– Affermare l’eguaglianza di diritto tra uomini e donne all’insegna di una visione complementare del maschile e del femminile, aperta a tutte le ibridazioni ma anche dedita a fondare un’autentica alleanza e non una lotta a coltello tra i buoni e i cattivi;
– Affermare il diritto all’eutanasia, alla libertà di cura (e dunque anche di vaccinazione), e all’espressione della propria singolarità culturale, etnica o religiosa;
– Accogliere le differenze come possibilità di espansione e arricchimento, e dunque apprestare politiche riguardo ai flussi migratori fortemente ispirate all’autentica integrazione nella differenza e all’aiuto e ospitalità per tutti coloro che lo richiedano. Sottolineando il valore primario dell’ospitalità sempre e comunque, a prescindere da ogni giudizio di merito per coloro che si trovano in stato di necessità;
– Liberare dal giogo delle diagnosi forzate, dalle politiche di prevenzione totalitarie e al servizio di profitti economici e dai farmaci sempre più inutili che prosciugano le nostre difese e la nostra capacità di convivere anche con il dolore, l’oscurità e la morte;
– Sottrarre dall’obbligo della redditività le opere d’arte, la letteratura, il cinema, tutte le forme di espressione simbolica che danno senso al nostro essere nel mondo, tutelando tuttavia attraverso criteri di discernimento sufficientemente fondati intrinsecamente (con tutte le oscillazioni che tali criteri non possono che comportare) la loro selezione e il loro eventuale finanziamento; rifondare i media pubblici all’insegna del servizio, della cultura e della democrazia;
– Sottoporre la classe politica ad un continuo monitoraggio, in termini di credibilità, efficacia e onestà, da parte di commissioni composte da autorità legittimate sul piano etico e di competenza, nonché dal giudizio il più possibile frequente dei cittadini;
– Ridurre il più possibile le forze militari e stabilire l’obbligo di sei mesi-un anno di servizio sociale per le giovani e i giovani entro il venticinquesimo anno di età.
Molte altre cose sarebbe necessario indicare, riguardo per esempio all’economia, alle banche, ai nuovi settori del lavoro e del volontariato e a tanto altro ma credo di aver disegnato alcuni tratti per me fondamentali di un paese riconsegnato alla vivibilità, alla partecipazione e alla giustizia.
Non ho ancora deciso per chi voterò ma i miei criteri selezioneranno le proposte che provano a muoversi in questa direzione.