lunedì 22 maggio 2017

l'unica libertà rimasta in Turchia è quella di morire, ma in silenzio


Le autorità turche hanno arrestato ad Ankara un accademico e un insegnante in sciopero della fame da due mesi contro il loro licenziamento nella repressione dopo il golpe fallito dello scorso anno. Lo riferiscono i media locali.
Nuriye Gulmen e Semih Ozakca sono stati licenziati in base allo stato di emergenza imposto dopo il fallito golpe del 15 luglio 2016 dal presidente Recep Tayyip Erdogan.
I due docenti hanno iniziato il loro sciopero della fame 75 giorni fa e sono sopravvissuti bevendo solo acqua. Entrambi sono stati arrestati stamani presto, dopo che i mandati d’arresto sono stati emessi nel weekend, secondo quanto riferito dalla Ntv.

domenica 21 maggio 2017

come volevasi dimostrare


dopo soli 7 anni di indagini, e 5 anni di reclusione nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, la giustizia svedese ha deciso che  Julian Assange non è perseguibile.
ma non esce ancora (qui ne parla Glenn Greenwald)
  
"Recluso per 7 anni senza colpa mentre i miei figli crescevano e il mio nome veniva calunniati. Non perdono né dimentico." (https://twitter.com/JulianAssange)



venerdì 19 maggio 2017

Song for a Dark Girl - Langston Hughes (canta Audra McDonald)




Way Down South in Dixie 
(Break the heart of me) 
They hung my black young lover 
To a cross roads tree.

Way Down South in Dixie 
(Bruised body high in air) 
I asked the white Lord Jesus 
What was the use of prayer.

Way Down South in Dixie 
(Break the heart of me) 
Love is a naked shadow 
On a gnarled and naked tree.



CANTO PER UNA RAGAZZA NERA

Giù nel profondo Sud 
(Mi si spezza il cuore) 
Quelli hanno impiccato il mio giovane amore nero
Ad un albero su di un crocevia 

Giù nel profondo Sud 
(Martoriato corpo appeso lassù) 
Chiesi al bianco Signore Gesù 
A cosa servissero le preghiere. 

Giù nel profondo Sud 
(Mi si spezza il cuore) 
Amore è un'ombra nuda 
Su di un contorto e nudo albero.

mercoledì 17 maggio 2017

una lettera di Filippo Landi, sbattuto fuori dalla Rai

Cari amici, cari colleghi del Tg1 e della Rai,
nei giorni scorsi si è concluso un lungo percorso amministrativo. Ora sono completamente fuori dal Tg1 ed anche dalla Rai. Sono entrato anch’io nel gruppo di colleghi che nei mesi scorsi ha dato le dimissioni dalla Rai, accettando l’incentivo economico proposto dall’azienda.
Alcuni di voi conoscevano, da molti mesi, tutto il mio disagio nel Tg1 e quindi non sono rimasti sorpresi della mia decisione, anche se più di qualcuno ha espresso il proprio rammarico per la mia uscita dall’azienda.
A loro e a tutti coloro che non sapevano di questa decisione rivolgo queste mie considerazioni. Io avevo una sola necessità: quella di lasciare il Tg1 per porre fine ad un feroce demansionamento di cui ero vittima, sin dal mio ritorno in Italia da Gerusalemme, il 1 settembre 2014. Una umiliazione professionale voluta e posta in essere dal direttore del Tg1, Mario Orfeo. Accettata dai vicedirettori. Eseguita con zelo da tutta la line della redazione esteri (dal caporedattore Oliviero Bergamini ai vice caporedattori Sergio Paini e Lucia Duraccio, al caposervizio Francesca Capovani).
Il mio lavoro e la mia presenza sui fatti internazionali, ma in particolar modo su quelli del Medio Oriente, sono stati semplicemente annullati, sin dall’inizio del mio ritorno a Saxa Rubra.
Qualcuno definirebbe tutto questo mobbing, io certo l’ho percepito così.
Ne sono stato vittima, ora ne sono certo, non per miei possibili errori e neppure per una cieca violenza altrui, ma al contrario a causa della mia esperienza professionale e della libertà di giudizio manifestata in tanti anni di lavoro come inviato e, poi, corrispondente a Il Cairo e a Gerusalemme.
Quella libertà di pensiero, in particolare, che ho mantenuto e difeso dalle indebite pressioni nei lunghi anni della mia corrispondenza da Gerusalemme. Pressioni tese ad omologare su tesi predefinite il racconto dei fatti che accadevano in Israele, in Palestina e nel resto del Medio Oriente.
A Roma, invece, si è giunti a scegliere, in modo freddo e calcolato, di non avvalersi del mio lavoro e della mia esperienza nei racconti dei fatti mediorientali.
Nel silenzio distratto del comitato di redazione del Tg1, durato ben due anni.
Una realtà professionale ed umana alla quale l’azienda non ha dato alcuna alternativa, se non la mia uscita dal Tg1 e contestualmente dall’azienda stessa.
Questo dovevo dire, andando via dal Tg1 e dalla Rai, perché un mio eventuale silenzio poteva, altrimenti, divenire assenso e complicità verso coloro che hanno compiuto le scelte prima descritte.
Tuttavia, la mia storia professionale in Rai, iniziata nell’agosto del 1987, va ovviamente oltre questi ultimi due anni. E’ stata un’esperienza gratificante e per certi versi politicamente trasversale. Ho avuto la stima e l’incoraggiamento di direttori molto diversi, da Sandro Curzi al Tg3 ad Albino Longhi al Tg1. Ho avuto il sostegno di straordinari colleghi come Italo Moretti, Vittorio Citterich, Ottavio Di Lorenzo. Ho avuto la fortuna e l’onore di lavorare con impiegate di redazione bravissime, come Barbara De Santis.
Ho potuto incontrare, lavorare ed imparare da tantissimi colleghi operatori, ne cito solo alcuni: Alberto Calvi (durante la prima Guerra del Golfo e poi nella ex Jugoslavia), Claudio Speranza (a Sarajevo e a Gerusalemme ), Renato Amico (a Gerusalemme), Franco Stampacchia (a Blace in Macedonia, a Pristina in Kosovo, a Beirut), Franco Ceccarelli (a Istanbul, a Sarajevo, a Gerusalemme), Mauro Maurizi (insieme a Sarajevo e poi ancora in Israele e in Palestina), a Niki Filipovic (in innumerevoli trasferte nella ex Jugoslavia in guerra). Li ringrazio tutti, anche coloro che non ho citato.
Non posso poi dimenticare il lavoro prezioso e bellissimo di tanti montatori, alcuni veri maestri dell’immagine, da Carlo Cofano a Carlo Casini, da Riccardo Parmigiani a Gianluca Della Valle. Sono alcuni nomi di un gruppo di persone che ha fatto grande la qualità del mio lavoro e di molti tra di noi.
E’ stato il lavoro di squadra, quello che ho imparato essere il fondamento del giornalismo televisivo. Un lavoro costruito sulla reciproca conoscenza, sulla fiducia, sull’umiltà e sul sacrificio nelle più diverse e difficili situazioni. Nulla di più lontano dalla acritica pretesa di imporre o controllare il lavoro di altri professionisti. Una pretesa che quasi sempre è frutto di incapacità e insicurezza proprie.
E’ il ricordo di questa Rai e di questo lavoro di squadra che porto con me, in primo luogo, andando via dal Tg1 e dalla Rai.
Per questo tipo di giornalismo e per amore della verità è valsa la pena anche rischiare la propria vita.
Per questa etica della professione e per offrire un’informazione completa e libera vale la pena continuare a lavorare e a lottare, anche fuori dalla Rai, nel mondo dell’informazione, della cultura e della politica.
Arrivederci!
Filippo Landi 
da qui da qui  

martedì 16 maggio 2017

Mio padre, terrorista come lo fu Mandela - Gideon Levy, Alex Levac




Aarab Barghouti era un bambino piccolo quando sono diventato amico di suo padre, Marwan Barghouti, ed era ancora un ragazzino quando suo padre è stato arrestato dalle forze israeliane ed in seguito processato e condannato a 5 ergastoli, più 40 anni, dopo essere stato ritenuto colpevole di cinque omicidi e successivamente di tentato omicidio. L’ultima volta che ho incontrato suo padre quando era ancora un uomo libero è stato nel novembre 2001: era ricercato ma non ancora arrestato.
Dopo che qualcuno ha spalmato una sostanza sconosciuta sulle finestre del nascondiglio in cui avevamo stabilito di incontrarci, l’incontro è stato spostato. La volta successiva l’ho visto nel tribunale distrettuale di Tel Aviv. Ed è stata anche l’ultima volta. Aarab, il suo figlio minore, aveva 11 anni quando suo padre è stato arrestato, ed è ora un bellissimo, brillante studente di 26 anni. Con una elegante kefiah attorno al collo, prende posto per una lunga conversazione su skype con me dalla sua residenza di San Francisco.
Il nostro colloquio ha avuto luogo all’inizio di questa settimana (la prima di maggio, ndr), alla vigilia del “Giorno dell’Indipendenza” [in cui si festeggia la creazione dello Stato di Israele, ndtr.]. I boati dei fuochi d’artificio nel cielo di Tel Aviv ogni tanto sovrastavano la sua voce, in quello che era una specie di avvenimento surreale: una conversazione con il figlio dell’ “arciterrorista”, come suo padre è chiamato in Israele, durante i festeggiamenti per l’indipendenza del PaeseSolo le persone che conoscono suo padre sanno che era un vero uomo di pace, e probabilmente lo è ancora. Suo figlio dice che si identifica totalmente con tutto quello che suo padre rappresenta.
Aarab, che recentemente ha terminato il suo master in analisi finanziaria e gestione di investimenti al Saint Mary’s College della California, a Moraga (Ca), pensa di tornare presto a casa. Lo aspettano molte offerte di lavoro a Ramallah. Egli non ha intenzione di seguire le orme di suo padre, soprattutto per non provocare ancora più dolore a sua madre, Fadwa. “Per noi l’attività politica significa prigione, e lei ha già sofferto abbastanza,” dice. Dalla prigione suo padre lo ha incoraggiato a continuare i suoi studi all’estero. In precedenza, Aarab aveva conseguito una laurea in economia dell’università di Bir Zeit, nei pressi di Ramallah, dove suo padre si era specializzato in scienze politiche.
Il primo ricordo di suo padre gli viene da una vacanza con la famiglia in Tunisia nel 1998 o nel 1999. Non aveva mai visto prima, e sicuramente non dopo, suo padre così contento, dice da San Francisco. Nel mio incontro con Marwan, nel novembre 2001, quando i carri armati israeliani erano già a Ramallah, mi disse che era stato al Ramat Gan Safari [zoo di Tel Aviv, ndtr.] con i suoi figli circa un mese prima. Aarab non vide suo padre, che era latitante, per circa tre mesi prima dell’arresto, il 15 aprile 2002. Nel novembre 2001, passammo nei pressi della sua casa insieme – Marwan la indicò, le diede un’occhiata e non disse niente. I suoi figli – tre maschi e una femmina – erano probabilmente là in quel momento, ma lui non osava più entrare. Era convinto che il suo destino fosse quello di essere assassinato da Israele.
“Ho paura ma non sono un codardo,” mi disse nella piccola macchina in cui c’erano anche le sue due guardie del corpo disarmate. I passanti lo salutavano. Quattro anni prima, nel “Giorno della Terra” del 1997, mentre viaggiavamo in mezzo a pneumatici bruciati in giro per la Cisgiordania, mi aveva chiesto: “Quando capirete che niente spaventa i palestinesi come le colonie?” Citò un amico che aveva detto: “Voi israeliani avete un presente e non un futuro, e noi palestinesi abbiamo un futuro ma non un presente. Dateci il presente ed avrete un futuro.” Allora, vedendo dei carri armati che stavano in agguato alla fine della strada, aggiunse: “Nessuno al mondo riuscirà a spezzare la volontà di un popolo con la forza militare. Non siamo né commando né organizzazioni. Siamo un popolo.”
Pronunciava sempre la parola ebrea che significa occupazione, “kibush”, con una b dolce- “kivush”. E’ possibile che durante i suoi lunghi anni di prigione abbia imparato a pronunciarlo con una b dura.
Marwan Barghouti era un tifoso della squadra di calcio Hapoel di Tel Aviv. Disse di temere il momento in cui i palestinesi avrebbero perso la speranza. Ora sta digiunando per garantire condizioni più umane per le migliaia di prigionieri palestinesi. Non è il primo sciopero della fame che guida in prigione, ma è il più lungo.
La scorsa settimana suo figlio Aarab ha lanciato una campagna su Facebook – “la sfida dell’acqua salata” – in cui celebrità arabe ed altre sono riprese mentre bevono acqua salata in solidarietà con i palestinesi in sciopero della fame, per i quali l’acqua salata è l’unico alimento. La prossima domenica [7 maggio, ndtr.] segnerà la fine della terza settimana dello sciopero.
Aarab è preoccupato per la salute di suo padre. Nessuno, tranne le sue guardie carcerarie, lo ha visto per due settimane, da quando le autorità della prigione hanno impedito al suo avvocato di incontrarlo. “Mio padre è forte, ma non è più giovane – quest’anno compirà 58 anni,” dice Aarab. “Lo sciopero inciderà sulla sua salute, e spero che le autorità carcerarie dimostrino umanità e pongano fine al loro atteggiamento arrogante di non negoziare con mio padre. I prigionieri non stanno chiedendo molto, solo condizioni minime”.
Al tempo dell’arresto di suo padre, Aarab era in casa di suo zio nel villaggio di Kobar, a nordovest di Ramallah, dove Marwan Barghouti è nato e cresciuto. Ricorda di aver visto l’arresto di suo padre in televisione, e di essere scoppiato a piangere. Fu il peggior momento della sua vita, che non dimenticherà mai. Né avrebbe mai pensato che quel momento sarebbe durato così tanto. Fu solo dopo otto mesi che incontrò suo padre per la prima volta in prigione insieme al fratello maggiore, Sharaf. “Ricordo di aver avuto paura, “rammenta. “Attraversammo circa 20 cancelli. Il babbo era in isolamento, e quando arrivammo due secondini lo controllavano dalla sua parte e dalla nostra, e c’erano un sacco di telecamere attorno a noi.”
“Mi piacque il modo in cui ci fece forza e ci confortò,” continua Aarab. “Non voleva mostrare alcun segno di debolezza davanti a noi. E’ sempre positivo. Sapevo già allora che tipo di interrogatorio e di torture aveva subito, ma come sempre non smetteva di sorridere. Tutto quello che voleva era che stessimo bene.”
In un’occasione Aarab fu portato a un’udienza in tribunale durante il processo di suo padre, e fu preso a schiaffi in faccia dal membro di una famiglia israeliana in cui qualcuno era stato ucciso. Fino al suo sedicesimo compleanno, Aarab vide suo padre due volte al mese – viaggi estenuanti di 20 ore fino alla prigione di Be’er Sheva per visite di 45 minuti con un vetro tra loro. Compiuti i 16 anni, gli venne concessa solo una visita all’anno. Durante gli ultimi cinque anni, Israele gli ha consentito solo tre visite, e non ha più visto suo padre negli ultimi due anni.
Sua sorella Ruba visita il padre due volte all’anno. Una volta ha portato la figlia di otto mesi, Talia, ma le guardie della prigione hanno rifiutato di consentire alla bambina di entrare anche solo per un momento, sulla base del fatto che non era una parente di primo grado. Talia ora ha 4 anni e ha una sorellina, Sarah. Nessuna delle due ha incontrato il nonno. Lo conoscono solo in foto.
La visita di Aarab di due anni fa alla prigione di “Hadarim”, nei pressi di Netanya, rimane impressa nella sua memoria. “Ricordo piccoli dettagli, “dice. “Ho visto i peli bianchi improvvisamente comparsi nella sua barba, ed aveva anche più capelli bianchi in testa. Ho visto occhi arrossati. Sinceramente l’ho visto invecchiato. Tutti pensano che quelle visite gli davano forza, ma lui dava forza a noi. Quell’uomo è incredibile. Può dare speranza e forza a tutto un popolo. Durante tutto il tragitto fino a lui, penso a come potrò dare forza al suo spirito – ma lui da forza a me. Mi parla del futuro. Mi incita a studiare. Mi cambia la vita, è il mio maestro di vita. Mi spinge a studiare, e ogni volta che sto studiando mi ricordo del suo sorriso.”
Suo padre è stato incarcerato da un tribunale israeliano per 5 omicidi, dico ad Aarab; è chiaro che per gli israeliani è un terrorista. “E’ stato un processo politico che non era fondato su alcuna prova o fatto,” risponde Aarab. “Mio padre fu corretto e chiaro: negò tutto e sostenne che si trattava di un processo politico. E’ stato condannato a cinque ergastoli. Anche (Nelson) Mandela fu condannato all’ergastolo. Mio padre è un uomo di pace. Ha sempre cercato la pace. L’unica cosa che non dimenticherà mai sono i diritti del suo popolo. Chiedi a un palestinese qualunque – non solo in Palestina ma ovunque nel mondo – e più del 90% sarà d’accordo che la politica di mio padre e il suo pensiero su una soluzione sono la strada giusta. Non sta chiedendo molto, ma il governo israeliano non vuole persone che rivendichino i diritti del popolo palestinese.”
Anche in prigione mio padre cerca la pace. Nessuno cambierà ciò. Solo la propaganda israeliana lo presenta come un terrorista. Anche Nelson Mandela venne dipinto come un terrorista. Passò 27 anni in prigione. E poi divenne un eroe e gli venne assegnato il premio Nobel per la Pace. Mio padre è un terrorista esattamente come Nelson Mandela. Agli israeliani voglio dire: se ammirate Mandela, dovreste sapere che mio padre sta ripercorrendo la storia di Mandela. E se non stimate Mandela, non mi importa quello che pensate. Sono sicuro che un giorno gli israeliani arriveranno alla conclusione che l’unica soluzione è la pace, e non avrete mai un partner come lui. Un giorno, gli israeliani vedranno chi è Marwan Barghouti.
Che cosa proporrebbe che suo padre facesse in modo diverso? “Quando guardo lui e il suo percorso, penso che sia perfetto. Mio padre non è un pacifista e non è un terrorista. Mio padre è una persona normale che sta lottando per i diritti del suo popolo. Se solo non fosse in prigione. Ha sacrificato la sua vita in nome della giustizia. E’ una cosa nobile. Viviamo solo una volta, e lui ha scelto il modo migliore di vivere.”

La campagna virale lanciata da Aarab Barghouti

UN AGGIORNAMENTO MOLTO ALLARMANTE (da Al Fatah Italia 15 maggio)
Ecco come realmente viene trattato Marwan Barghouti da Israele!
Per la prima volta dall’inizio del suo sciopero della fame, il 17 aprile, l’avvocato Khadr Shaqirat ha potuto visitare il suo assistito Marwan Barghouti. Shaqirat ha riferito alla stampa che le condizioni di Barghouti sono molto deteriorate.
Le Autorità carcerarie, pur detenendolo in isolamento in una cella posta in un seminterrato dove non penetra luce e che non ha aperture esterne, lo sottopongono a perquisizioni quattro volte al giorno, mantenendolo ammanettato alle caviglie e ai polsi. Inoltre, nella cella pervengono assordanti suoni di allarmi a tutto volume più volte nella giornata, costringendolo a proteggersi le orecchie con fazzoletti.
L’avvocato ha tenuto a precisare che la cella dove è detenuto Barghouti è priva di ogni requisito di base ed è piena di insetti. Il detenuto dispone di una sola coperta, non può cambiarsi i vestiti dall’inizio dello sciopero della fame e gli sono stati tolti tutti i libri.
Dall’inizio delle sciopero della fame, Marwan Barghouti ha perso 12 chili, arrivando oggi a pesare 53 chili.
(traduzione di Amedeo Rossi – Zeitun.info)

lunedì 15 maggio 2017

La natura violata disvela beni comuni - Piero Bevilacqua

La proprietà che esclude

La prospettiva fornita dall’analisi storica assume sempre di più una potenza dirompente nei confronti delle strutture del presente. Se il termine non fosse usurato, direi che essa è indispensabile per dare fondamento a una visione rivoluzionaria. Dove il termine rivoluzionario non ha il significato commerciale e di pronto uso della pubblicità o di qualche slogan effimero del ceto politico. Né coincide col vecchio e ristretto sinonimo di insurrezionale. Indica, piuttosto, lo sguardo radicale, capace di mostrare il carattere di formazione storica delle strutture del dominio. Il presente che accettiamo come una realtà data e indiscutibile, quasi un dato di natura, è frutto di un processo storico, uno svolgimento nel tempo che ha solidificato rapporti di potere fra uomini e gruppi sociali rendendoli permanenti, trasformandoli in dati di partenza fondativi della vita sociale. E perciò accettati da tutti come e imprescindibili e immodificabili. Una prospettiva storica, ad esempio, consente alla riflessione in corso sui beni comuni di mostrare la genealogia della proprietà privata, il processo violento della sua formazione, le pratiche di sopraffazione attraverso cui si è affermata. Se sappiamo riandare con l’analisi alle origini di tale istituto fondamentale delle società capitalistiche, se comprendiamo il processo della sua formazione, constatiamo che esso perde l’aura di legittimità, quasi naturale e indiscutibile, con cui domina e regola l’intero universo delle relazioni umane.
Il noto pamphlet di Ugo Mattei, pubblicato nella benemerita collana Idola di Laterza, Senza proprietà non c’è libertà: falso,[1] ci ha offerto questa opportunità, e merita di essere ripreso proprio perché ritorna sul tema della proprietà con una prospettiva storica di lungo periodo. Consente di guardare a tale istituto non come dato di fatto, ma come processo. Anche se il saggio di Mattei rafforza in chi lo legge la constatazione recriminatoria che del grande tema della proprietà privata, non solo in Italia, si occupano quasi solo i giuristi: pochi, eterodossi, coraggiosi studiosi del diritto[2].
Certo, è stato storicamente il diritto a fondare la proprietà privata, a trasformare un rapporto di forza e una appropriazione di ricchezza in una legge protetta dal potere dello stato. Sono stati i giuristi a dare forma normativa a un processo sociale che si è andato organizzando secondo gerarchie dettate dai rapporti di forza. E appare perciò naturale che al diritto spetti in primo luogo ritornare teoricamente e storicamente sui propri passi. Ma non possiamo non osservare come la ricerca storica si tenga ben lontana da questo campo, cosi come la sociologia e le altre scienze sociali.
In tali ambiti la proprietà privata appare indiscutibile come il cielo azzurro o le neve bianca. Del pensiero economico, ovviamente, non è il caso di parlare. Diventata, nelle sue forme dominanti, una “tecnologia della crescita”, l’economia al potere ha cessato di pensare e si limita ad applicare dispositivi automatici finalizzati all’aumento del Prodotto Interno Lordo.[3] Deprimente prova della superficialità subalterna dei saperi sociali del nostro tempo, che non solo accettano un processo storico di appropriazione come un dato naturale e indiscutibile, ma operano per la sua perpetuazione ed espansione in più estesi domini della realtà.
Mattei rovescia la convinzione dominante secondo cui la proprietà privata fonda la libertà dei moderni, mostrando che essa nasce dalla privazione della libertà di molti ad opera di una èlite di pochi dominatori: «all’origine della proprietà sta il potere e a ogni potere corrisponde una soggezione, ossia qualcuno più debole che, non avendolo, lo subisce. Tanto più libero è il proprietario tanto meno lo è il non proprietario, sicché – anche sul piano logico – l’asservimento può essere affiancato alla proprietà esattamente quanto la libertà».[4] Ed egli conia un geniale sintagma, un’espressione da far diventare di uso comune, la «proprietà privante», come termine che esprime l’altra faccia e la natura escludente della proprietà privata.
Com’è noto, il monumento storico-teorico cui si rifanno i critici della proprietà privata e tanti teorici dei beni comuni è il capitolo 24 del Primo libro del Capitale di Marx dedicato alla Cosiddetta accumulazione originaria.[5] Mattei lo riprende anche in questo testo, dopo averne trattato nel suo Manifesto sui beni comuni.[6] In effetti Marx, tramite una
superba sintesi storica, disvela in una cinquantina di pagine finali del suo libro, l’insieme dei processi da cui nasce il moderno capitalismo nel paese in cui questo si afferma nel modo più completo. Dopo aver mostrato, tramite numerosi capitoli di analisi, che cosa esso effettivamente è, nella fabbrica e nella società britannica del suo tempo, come opera questo modo di produzione e come esso ristrutturi radicalmente la vecchia società preindustriale, Marx sente il bisogno di spiegare in che modo si è storicamente formato e affermato. Lo deve fare anche per sbaragliare le mitologie costruite sulle sue origini dagli economisti volgari del suo tempo, che anche allora, come oggi, abbondavano sulla scena pubblica.Il capitalismo, ricorda Marx, finisce col trionfare essenzialmente, grazie alla privazione dei mezzi di produzione della grande massa dei contadini inglesi (yeomen) da parte della piccola nobiltà. Ad essi viene sottratta, tramite forme varie di esproprio, il possesso della terra e la casa (cottage) venendo quindi posti in una condizione di totale illibertà, nell’impossibilità di decidere sulla propria vita. Privati dei mezzi con cui sino ad allora avevano vissuto, ad essi restavano due strade: il vagabondaggio nelle città del Regno o il lavoro nelle manifatture. Nel frattempo i vecchi e nuovi proprietari chiudevano le terre con recinti, anche quelle che erano state comuni (commons), e fondavano le aziende a salariati, cominciando con l’allevamento delle pecore merinos. I processi di espropriazione messi in atto dalla nobiltà cadetta con il movimento delle recinzioni (enclosures), a partire dal XVI secolo, non sono altro che la fondazione della proprietà privata dei pochi e l’esclusione e la perdita della libertà sostanziale dei molti. Si trattò di un processo sociale di aperta violenza, di una violenza sanguinaria descritta da Marx con impressionante ricchezza documentaria, benché distribuito in un processo secolare. Marx non a caso cita l’Utopia di Tommaso Moro, un testimone del XVI secolo, che mostra le scene miserevoli di carovane di famiglie espropriate, costrette ad abbandonare i loro villaggi e racconta, con surreale sarcasmo, dello strano «paese in cui le pecore mangiano gli uomini».[7] Com’è ormai noto a chi si occupa di tali questioni, questo vasto processo di confisca di terre pubbliche, ecclesiastiche e contadine, su cui si fonda la moderna azienda capitalistica, ha ricevuto una rilevante legittimazione teorica da uno dei fondatori del pensiero politico moderno, John Locke.
Nel Secondo trattato sul governo (1690) Locke afferma che «qualunque cosa l’uomo rimuova dallo stato in cui la natura l’ha lasciata, mescola ad essa il proprio lavoro e vi unisce qualcosa che gli è proprio, e con ciò la rende sua proprietà. Rimuovendola dallo stato comune in cui la natura l’ha posta, vi ha connesso con il suo lavoro qualcosa che esclude il comune diritto degli altri uomini».[8] Immaginare nell’Inghilterra del XVII secolo un originario stato di natura, dove un solitario individuo, del tutto libero, si appropri di terre selvagge col proprio lavoro, costituisce una evidente costruzione ideologica, un racconto mitico, che serviva a legittimare il vasto movimento di espropriazione allora in corso nelle campagne. E naturalmente aveva un valore più generale soprattutto per dare dignità legale al saccheggio nelle colonie americane. Ma Locke segna una svolta rilevante nella formazione del pensiero moderno anche per un altro aspetto. Come ha osservato uno studioso tedesco, Hans Immler, in una vasta ricerca che meriterebbe una traduzione italiana, Natur in der ökonomischen Theorie[9], Locke non solo fonda, con la sua teoria del valore-lavoro le basi giuridiche della «proprietà privata pre-borghese», ma svaluta la natura «come selvaggia e sterile se è bene comune» mentre stabilisce che è l’«appropriazione privata che le dà valore»[10]. La natura in sé è un bene inutile, solo il lavoro che se ne appropria, la trasforma in ricchezza. Una costruzione culturale che oggi, dopo diversi secoli di sfruttamento capitalistico, si corre il rischio di accettare come vera. Ma basta uno sguardo storico di lungo periodo per capire la sua sostanza di costrutto ideologico. In realtà, assi prima del XVII secolo, per i lunghi millenni precedenti, gli uomini sono sopravvissuti sulla terra e si sono moltiplicati in virtù della produzione spontanea della natura, delle sue abbondanti risorse, non prodotte da alcun lavoro: acqua, bacche, radici, frutta, animali. Per millenni il lavoro, così come già lo intendeva Locke – cioé come un processo di valorizzazione del “capitale” terra – non è mai esistito. Al suo posto, prima che nascesse l’agricoltura, c’era una pura e semplice attività umana di raccolta e di predazione delle risorse esistenti.[11]
Come oggi ci appare evidente il saccheggio del mondo vivente, e i problemi ambientali che ne seguiranno, hanno qui la loro prima, sistematica legittimazione. Si potrebbe dire che Locke elabori i principi costituivi, la normazione teorica della predazione delle risorse naturali come processo di valorizzazione tramite un astratto e mitico lavoro umano.
Per la verità Marx – che ha uno sguardo meno eurocentrico di quanto normalmente gli si attribuisce – sa che il processo di formazione del capitalismo si svolge su scala globale, anche se ha il suo centro in Inghilterra. La proprietà privata non si fonda solo attraverso il movimento delle recinzioni e l’espulsione sistematica dei contadini dalle loro terre e da quelle comuni. L’esercito di proletari privi di risorse per vivere – e perciò necessitati a sopportare il pesante lavoro di fabbrica nell’Inghilterra del XVIII secolo – era nato anche in altro modo, per lo meno nelle colonie inglesi. Egli ricorda, ad esempio, nel capitolo di cui trattiamo, un processo oggi obliato di appropriazione privata non di terre e beni, ma addirittura di uomini, alla base della formazione del capitalismo. Grazie al trattato di pace di Utrecht con la Spagna, nel 1713, l’Inghilterra estese lucrosamente il suo già avviato mercato di schiavi, prima praticato con l’Africa e i paesi delle Indie Occidentali. Da allora essa «ottenne il diritto di provvedere l’America spagnuola di 4.800 negri all’anno, fino al 1743. In tal modo veniva anche coperto ufficialmente il contrabbando inglese. Liverpool è diventata una città grande sulla base della tratta degli schiavi che costituisce il suo metodo di accumulazione originaria» [12]. Uno dei grandi centri urbani della rivoluzione industriale, orgoglio del capitalismo trionfante, era figlio anche di quel cristianissimo commercio con le Americhe che era la vendita di forza-lavoro in schiavitù. Giovani africani strappati ai loro villaggi e condannati a una breve vita di fatiche disumane. Il capitalismo di allora non disdegnava la “proprietà privata” degli uomini, venduti come prodotti coloniali nelle aziende schiavistiche del Sudamerica.
Ma Marx ci ha fornito anche altri strumenti analitici, non meno rilevanti di quelli affidati al celebre capitolo del Capitale. Anzi, sotto il profilo teorico essi appaiono oggi fondamentali per comprendere i meccanismi nascosti di autoriproduzione della ricchezza e delle forme asimmetriche della sua appropriazione. In alcuni passi dei Grundrisse egli ricorda non i processi storici del passato, ma i meccanismi profondi di formazione e di perpetuazione della proprietà sotto la forma moderna della produzione della ricchezza industriale: « la proprietà – il lavoro altrui, passato o oggettivato – si presenta come l’unica condizione per un ulteriore appropriazione di lavoro altrui». Vale a dire, per uscire dal linguaggio astratto ed “hegeliano” di Marx, le macchine, la fabbrica stessa, costruite da altri operai (lavoro altrui) non appartengono ai lavoratori, ma sono proprietà dell’imprenditore e si presentano agli operai stessi come la condizione obiettiva, naturale, che dà loro da vivere, tramite un ulteriore sfruttamento del loro lavoro. Il capitalismo non crea solo merci, ma riproduce e allarga i rapporti di produzione, ingigantisce cumulativamente le gerarchie di potere, rende la proprietà privata un dato di natura che si autoalimenta. « Il diritto di proprietà – continua Marx – si rovescia da una parte (quella del capitalista) nel diritto di appropriarsi del lavoro altrui, dall’altra (quella dell’operaio) «nel dovere di rispettare il prodotto del proprio lavoro e il proprio lavoro stesso come valori che appartengono ad altri», cioé come proprietà privata del capitalista.[13] È questa asimmetria originaria di potere, su cui si fonda il rapporto capitalistico di produzione, a diffondere la proprietà privata come architettura generale della società. Essa, trasformandosi in denaro, fabbriche, palazzi, terre, centri commerciali, e dunque “cose” di un paesaggio “naturale” occulta costantemente il lavoro che li ha generati.Tale metamorfosi del lavoro trascorso trova poi la legittimazione del diritto e la difesa armata dello stato, presentandosi come una solidificazione geologica indiscutibile.
Ma occorre a questo punto una considerazione storica preliminare importante, decisiva per comprendere il successo storico del capitale. Occore infatti riconoscere che l’accettazione sociale del dominio proprietario – reso prima di tutto possibile dai rapporti asimmetric ie cumulativi tra detentori dei capitali e proletari, tra ricchi e poveri, dai nudi rapporti di forza tra queste due classi – è risultata storicamente vittoriosa anche e forse soprattutto grazie al successo economico che essa ha conseguito rispetto ai modi di produzione precedenti. Benché una analisi storica sistematica non dovrebbe trascurare la forza di principio d’ordine sociale che la proprietà privata ha finito col rappresentare nelle società dell’Occidente, elemento di regolamentazione tra individui e classi e al tempo stesso presidio di stabilità. Una stabilità che l’elaborazione ideologica della cultura dominante ha saputo fare universalmente introiettare come esaltazione dell’interesse dei singoli individui.
Oggi dovrebbe apparire evidente che la vittoria del modello proprietario nella formazione delle società contemporanee è inscindibile dal successo produttivo del capitale. L’azienda capitalistica a salariati a un certo punto è risultata più efficiente delle singola piccola coltivazione contadina o della bottega artigiana. La piena disponibilità per il singolo capitalista di una massa di lavoratori formalmente liberi, messi al servizio di macchine sempre più efficienti, costretti per l’intera giornata a uno sforzo psicofisico sistematico, ha avuto come risultato una crescente produzione di ricchezza. La massa senza precedenti di beni che usciva dalla fabbrica capitalistica è diventata storicamente la giustificazione universale della legittimità di quella forma di appropriazione privata del lavoro altrui. Il successo generale sul piano strettamente produttivo conquistava ai capitalisti il plauso generale della società. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’assoggettamento al lavoro della grande massa della popolazione, venivano nascosti dall’efficienza della macchina. Tanto più che la crescita della ricchezza generava altri ceti sociali esterni alla fabbrica, destinati a elaborare un nuovo immaginario, quello del progresso generale della società, che finiva coll’occultare il segreto motore dello sfruttamento operaio che ne costituiva il fondamento.
È qui da ricercare indubbiamente una delle basi dell’egemonia del capitale nell’epoca della sua affermazione e del suo trionfo sulla vecchia società, nel XIX secolo. L’elaborazione di un grande racconto di progresso dell’umanità, accompagnata dalle condizioni di libertà formale del lavoro, ha coperto la gigantesca privatizzazione del lavoro umano verificatesi nel corso dell’età contemporanea. E occorre aggiungere che i maggiori autori che hanno elaborato il racconto del progresso sono stati gli storici. Tutta, si può dire, la produzione storiografica sull’età contemporanea, anche quella di ispirazione marxista, è orientata dal teleologismo progressistaNella narrazione della nostra epoca la freccia del tempo corre in maniera più o meno trionfante in una sola direzione: dall’arretratezza della società preindustriale ai fasti dell’odierna modernità.
Non a caso, la pagina di Marx sull’accumulazione originaria, in cui si racconta di un secolare processo di espropriazione, è stata trattata dagli storici come una premessa della cosiddetta “rivoluzione agricola inglese”. E questo in ragione del fatto che, mentre i contadini venivano trasformati in salariati, la produzione agricola conosceva incrementi di produzione senza precedenti. Quegli storici, infatti, hanno esaltato i processi di liquidazione delle strutture feudali e hanno guardato come a un progresso generale l’avanzare del capitalismo nelle campagne.[14] Perfino un grande storico come Marc Bloch deplorava lo «scandalo del compascuo», vale dire la disponibilità dei contadini di portare le proprie pecore nel fondo del barone dopo i raccolti.[15] La piena disponibilità della terra da parte del proprietario veniva infatti considerata come condizione per un suo più efficiente uso e i vecchi rapporti comunitari visti come un impaccio al pieno sviluppo delle forze produttive. Ma questo atteggiamento apologetico nei confronti dei vincitori – che sorregge tutta la storiografia contemporanea – è figlia anche dell’ambivalenza di Marx, che deplora l’espropriazione dei contadini, ma ammira la borghesia rivoluzionaria impegnata a distruggere il vecchio mondo. Una ammirazione, tuttavia, legata alla visione teleologica delle creazione delle basi sociali di una rivoluzione prossima ventura, capace di liberare finalmente e per sempre il lavoro salariato. Marx esaltava la borghesia capitalistica perché il suo successo costituiva la base per un superiore assetto di uguaglianza e di libertà umana. Il fatto che questo non si sia realizzato ci rende oggi liberi da quel provvidenzialismo E ci dovrebbe consentire una visione storica nella quale il processo della modernizzazione appaia sotto una luce diversa da quella sinora tracciata. Un nuovo racconto sia per quanto riguarda la sorte del lavoro, sia per ciò che concerne la natura, le risorse, gli equilibri degli ecosistemi, beni comuni dell’umanità, il cui saccheggio privato è stato tenuto nascosto dalla rappresentazione storica e dalla sua nascosta teleleogia.


La natura comune

Oggi, naturalmente, appare sommamente difficile, se non impossibile, scorgere nel paesaggio delle città contemporanee le tracce del lavoro che ne hanno edificato le strutture. I grattacieli, le fabbriche, i ponti e le strade, le banche, le abitazioni, le aziende agricole, i centri commerciali appaiono tutti frammenti di un paesaggio di cose, e dunque un principio di realtà indiscutibile in cui si svolge naturalmente la nostra vita. Non appare più possibile scorgere la privatizzazione del lavoro umano che le ha fatto sorgere. E mettere oggi in discussione la titolarità di questa ricchezza solidificata in forme di cose, trasformata in eredità storica, comporterebbe un tasso di violenza sociale inimmaginabile, e dunque politicamente non praticabile. D’altra parte, occorre riconoscere che la ricchezza generale prodotta dal capitalismo riscatta in parte le inique modalità storiche in cui essa è stata generata. Anche se tante, troppe generazioni di lavoratori non ne hanno goduto, le lotte operaie del XX secolo hanno reso possibile una sua ampia redistribuzione, che ha toccato i ceti popolari e vaste fasce di popolazione.
Ma oggi siamo entrati in una fase storica in cui il problema della proprietà e dei beni comuni acquista una nuova attualità, a causa di una duplice dinamica, sempre più dispiegata. Da una parte infatti, il capitalismo cerca sempre più di impossessarsi privatamente, a fini di profitto, di ambiti di realtà sinora inesplorate. Si pensi alle appropriazioni e brevettazione di piante e semi da parte delle aziende biotecnologiche negli ultimi anni.[16] Il mondo vivente è oggi un terreno di caccia in cui scovare nuove fonti di profitto. Ma è anche il caso di risorse vitali per la vita umana trasformate in merci preziose nel giro di qualche decennio. Si pensi all’acqua, oggi definito l’oro blu del nostro tempo.[17] Eppure allorché è sorto il pensiero politico moderno, quando è stata sistemata in un quadro coerente la società capitalistica al suo sorgere, l’acqua appariva priva di valore. Nella sua Inquiry sulla Ricchezza delle nazioni, Adam Smith, poteva legittimamente affermare che «Nulla è più utile dell’acqua, ma difficilmente con essa si comprerà qualcosa, difficilmente ne può avere qualcosa in cambio. Un diamante, al contrario ha difficilmente qualche valore d’uso, ma in cambio di esso si può ottenere una grandissima quantità di altri beni».[18] Oggi la situazione appare quasi capovolta e una risorsa come l’acqua, inseparabile dal diritto degli individui alla sopravvivenza, appare carica di valore economico come mai in tutta la storia precedente. E diventa evidente che proprio il suo ingresso nel processo di valorizzazione del capitale, il suo divenire merce, mentre la strappa definitivamente dalla condizione di res nullius, cosa di nessuno, la disvela agli occhi delle popolazioni come un bene comune drammaticamente scarso e perciò conteso. Siamo entrati, per dirla con le parole di uno storico statunitense dell’ambiente, James Moore, in una fase di «fine della natura a buon mercato».[19] Le risorse naturali, sempre più scarse per effetto della crescita della popolazione mondiale e dello sfruttamento sempre più vasto e sistematico, tendono ad apparire sempre meno quali “fattori di produzione”, appartenenti a questo o a quel paese, a questa o a quella corporation privata, e sempre più quali fonti indispensabili per la sopravvivenza di tutti. La loro sempre più stringente necessità generale le restituisce all’ambito originario dei beni comuni.
L’altra dinamica, a questa indissolubilmente connessa, che fa emergere intorno a noi un paesaggio di beni comuni prima nascosto è il processo ormai dispiegato di squilibri ambientali che colpisce non solo isolate realtà, ma l’intero pianeta. Di giorno in giorno appare sempre più evidente che la natura non sopporta un utilizzo privato e distruttivo delle sue risorse, non regge più il saccheggio a cui il capitalismo la sottopone in forme crescenti da almeno tre secoli. Ma la specifica novità del nostro tempo è che la natura tende ad apparire sotto gli effetti squilibranti dell’azione umana, sempre meno divisibile in singole risorse sfruttabili: l’acqua, la terra, l’aria, le piante, ecc. Essa sempre più appare come una totalità indivisibile e intimamente connessa, e sempre di più, dunque, come un common globale.
Guardiamo quel che ormai da tempo avviene intorno a noi, nelle nostre città. Noi oggi scopriamo quello che sino a qualche decennio fa non eravamo quasi capaci di scorgere: il legame sistemico tra il cielo e la città. Siamo costretti a misurare la qualità dell’aria che in essa si respira, e a prendere atto della sua manipolazione, insieme privata e collettiva, a scopi produttivi e di varia altra natura. Il sorgere di un rischio per la salute umana, esploso in maniera allarmante negli ultimi decenni, ha fatto emergere quale bene comune una risorsa vitale irrinunciabile, un elemento naturale da tutti ignorato per millenni in quanto illimitato e relativamente integro. L’aria oggi è diventato un common. Noi tutti respiriamo l’aria che ci circonda senza pensare ai nostri polmoni, ma anche senza badare al fatto che essa è natura, che da essa dipende la nostra vita, e certamente senza chiederci a chi giuridicamente appartiene. Ma l’apparire della scarsità di questa risorsa, la sua violazione e alterazione (che corrisponde a una appropriazione privata dei singoli) la fa emergere quale elemento naturale che rende possibile l’esistenza di tutti, illumina il suo carattere di bene collettivo e indivisibile.
Sono non pochi gli ambiti in cui le alterazioni ambientali disvelano il carattere nascosto di bene comune delle risorse naturali, per via della loro indispensabilità alla vita di tutti. Si pensi alla terra fertile, alla stabilità del territorio, alla biodiversità naturale, ecc.[20] Oggi noi scopriamo, in maniera specificamente significativa in Italia, che il territorio delle nostre città e delle loro periferie non può più essere edificato e manomesso secondo gli interessi privati dei singoli. La sua integrità non può più essere subordinata alla piena disponibilità di chi vanta la proprietà privata di un suo singolo frammento. Oggi sappiamo, con maggiore pienezza e con più ricca esperienza di qualche anno fa, che costruire, cementificare, sottrarre aree di verde all’ecosistema territorio finisce col produrre danni generali che investono l’intera comunità. Ogni frammento di verde sottratto al territorio di una qualche zona corrisponde alla perdita di una “spugna” capace di assorbire l’acqua piovana durante le grandi piogge, rappresenta una diminuzione dell’effetto di contenimento delle polveri sottili prodotte dalle attività urbane, accresce l’instabilità del suolo e degli abitati, altera il microclima del luogo perché sostituisce natura vivente (erbe, alberi) con materia inerte che assorbe e genera calore. Ma in generale, costruire un edificio in un qualunque luogo di un paese intensamente antropizzato comporta l’alterazione evidente di interessi generali, a fronte dei quali la proprietà privata di un singolo pezzo di territorio appare sempre più priva di diritti individuali da rivendicare.
Infine, il clima, altro common finora nascosto. Lo scenario climatico che le conoscenze scientifiche del nostro tempo hanno squadernato davanti a noi ci mostrano oggi un altro aspetto di legame sistemico tra la città, i suoi attori naturali, e il più vasto spazio planetario. Le città ci fanno sperimentare la nuova mondialità del locale. Mai come oggi esse erano apparse così nitidamente quali punti interconnessi di una rete a scala globale. Com’è largamente noto, è lo smog cittadino, sono gli scarichi urbani e i fumi industriali per produzioni destinate alle città a determinare una percentuale rilevante di immissione di gas serra nell’atmosfera.Tutte le città del mondo, centri energivori di varie dimensioni e potenza, consumano in maniera crescente petrolio e carbone, alterando il clima atmosferico, surriscaldando il nostro comune tetto di abitanti della Terra. Il riscaldamento globale, potremmo dire, senza forzare molto le cose, è figlio del metabolismo urbano.[21] E dunque se le attività produttive e il movimento dei singoli oggi arrivano a intaccare gli equilibri di ciò che appariva, sino a pochi decenni fa, così incommensurabilmente lontano – l’atmosfera – un nuovo e più vasto common appare davanti a noi, destinato a condizionare la proprietà privata di tutti e il suo libero uso. Essa non più essere considerata ciò che finora è stata, la discarica res nullius dove ognuno poteva gettare i propri fumi e veleni.Il suo diventare il tetto comune dell’umanità è destinato a cambiare molte cose nella storia a venire delle nostre società.

Note al testo
[1] Laterza, Roma-Bari.
[2] Si vedano alcuni esempi in P. Grossi, Un altro modo di possedere. L’emersione di forme alternative di proprietà alla coscienza giuridica postunitaria, Giuffrè Milano, 1977; S. Rodotà, Il terribile diritto. Studi sulla proprietà privata, il Mulino, Bologna, 1981 (e varie edizioni successive); P. Maddalena, Il territorio bene comune degli italiani, Donzelli, Roma, 2014.
[3] P. Bevilacqua, Saperi umanistici e saperi scientifici per ripensare il mondo, in P. Bevilacqua (a cura di), A che serve la storia? I saperi umanistici alla prova della modernità, Donzelli, Roma, 2011, p.10 e ss.
[4] Mattei, Senza proprietà non c’è libertà, cit.
[5] K. Marx, Il Capitale, Libro primo.Traduzione di D. Cantimori, introduzione di M. Dobb, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 777-836
[6] U. Mattei, Beni comuni. Un manifesto, Leterza, Roma-Bari, 2011. Ma si veda anche, con più attenzione agli aspetti ambientali dell’appropriazione G. Ricoveri, Beni comuni vs. merci, Jaca Book, Milano, 2010. E, per un approccio pluridisciplinare, P. Cacciari (a cura di), La società dei beni comuni, Carta, 2010.
[7] Marx, Il capitale, I, cit. p.783
[8] J. Locke, Il secondo trattato sul governo, introduzione di T. Magri, traduzione di A. Gialluca, BUR, Milano, 1998, p. 97.
[9] H. Immler, Natur in der ökonomischen Theorie, vol. I, Vorklassik-Klassik-Marx, vol. II, Phisiocratic-Herrschaft der Natur, Westedeutscher Verlag, Opladen, 1985, pp. 79-87.
[10] Ibidem, p.87.
[11] La tendenza ad applicare le categorie dell’economia politica anche alle più remote fasi dell’umanità, a valutare il valore della natura secondo i criteri dell’economia di mercato, è stata a lungo molto diffusa. Cfr. P. Bevilacqua, Demetra e Clio. Uomini e ambiente nella storia, Donzelli, Roma, 2001, pp. 4-6 e p. 85 e ss.
[12] Marx, Il Capitale, cit. p. 822.
[13] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, presentazione, traduzione e note di E. Grillo, La Nuova Italia, Firenze ,1970, vol. II, p. 78.
[14] Ma è stato provato che la “rivoluzione agronomica” in Inghilterra, vale a dire l’associazione di cereali e leguminose con conseguente aumento delle rese produttive, era stata già praticata dai contadini sin dal XV secolo (R.C. Allen, Le due rivoluzioni agrarie, 1450-1850, «Rivista di storia economica», 1989, n. 3.
[15] M. Bloch, I caratteri originali della storia rurale francese, Einaudi, Torino, 1873.
[16] Si veda, per il processo di globalizzazione come appropriazione privata – entro una letteratura sempre più estesa – V. Shiva, Il bene comune della terra, Feltrinelli, Milano, 2006. Sull’appropriazione scientifica del vivente,
cfr. M. Cini, La scienza nell’era dell’economia della conoscenza; G. Tamino, Il riduzionismo biologico tra tecnica e ideologia; E. Gagliasso Luoni, Riduzionismi: il metodo e i valori, in C. Modonesi, S. Masini, I. Verga, Il gene invadente: Riduzionismo, brevettabilità e governance dell’innovazione biotech, introduzione di M. Capanna, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2006; sulle imprese biotech, M. De Carolis, La vita nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Bollati Boringhieri, Torino, 2004.
[17] M. Barlow e T. Clarke, La battaglia contro il furto mondiale dell’acqua: come non esserne complici, Arianna Editrice, Bologna, 2009.
[18] A. Smith, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Mondadori, Milano, 1997, I, p. 17.
[19] J. Moore, Ecologia-mondo e crisi del capitalismo. La fine della natura a buon mercatoi, introduzione e cura di Gennaro Avallone, Ombre corte, Verona, 2015. Sul rapporto tra capitalismo e risorse della terra, sotto il profilo teorico, J. Bellamy Foster, B. Clark, R. York, The ecological rift. Capitalism war on the earth, Monthly Review Press, New York, 2010.
[20] Su quest’ultimo aspetto cfr. C. Modenesi e G. Tamino (a cura di), Bio diversità e beni comuni, introduzione di M. Capanna, Jaca Book, Milano 2010.
[21]Sul riscaldamento globale che gode ormai di una bibliografia sconfinata, cfr essenzialmente V.Ferrara e A.Farruggia, Clima istruzioni per l’uso.I fenomeni, gli effetti,le strategie, Edizioni ambiente, Milano 2007; N.H.Stern, The economics of climate change: the Stern review, Cambridge University Press, Cambridge 2007. Per dati più aggiornati si possono consultare in rete i rapporti periodici dell’Intergovernamental Panel on Climate Change ( IPCC)