lunedì 27 febbraio 2017

Io, l’altro e il pensiero critico - Giovanni Fioravanti


E se la rete fosse una ragnatela in cui restano imbrigliate le nostre solitudini, i nostri Io privati dei Tu che rendono significativa la nostra esistenza? È la suggestione che ci offre Lamberto Maffei, già professore emerito di Neurobiologia alla Normale di Pisa e attuale vicepresidente dell’Accademia dei Lincei, autore, dopo l’Elogio della lentezza, dell’Elogio della ribellione, edito da il Mulino.
È la solitudine a minacciare il nostro cervello troppo connesso, che rischia di perdere gli stimoli fisiologici dell’ambiente, del sole, della realtà palpitante che ci circonda. La rete virtuale che ha soppiantato la rete sociale. Dov’è l’uomo, ci sarebbe da chiedersi con Diogene, in questa epoca dominata dalla tecnologia e dalle macchine. Cosa resta all’uomo per non perdersi? Per Maffei la risposta è chiara: il cervello. Quel dono straordinario e speciale che tutti noi abbiamo ricevuto dall’evoluzione, un grande cervello che può pensare, parlare, ascoltare. Perché, dunque, non usarlo?
La grande ribellione oggi consiste nell’uso tenace delle facoltà del nostro cervello, nella possibilità che questo meraviglioso organo ci serva per ragionare. Al suo Galileo, Bertol Brecht fa dire:
“Credo nell’uomo e questo vuol dire che credo nella sua ragione! Senza questa convinzione non avrei, al mattino, la forza di alzarmi dal letto”.
Di fronte alle ingiustizie intollerabili del mondo che fanno coesistere zio Paperone accanto ai miserabili nella generale indifferenza, occorre continuare a credere che con il nostro cervello, capace di razionalità, potremmo cambiare il mondo in meglio, il nostro stare su questa terra, dandogli un minimo di senso e di dignità.
Il sapere, la scienza, scrive Maffei, fanno paura perché tendono ad essere veri. Per questo la conoscenza e un cervello critico sono fondamentali per la realizzazione di una società più giusta.
La ribellione sociale non può e non deve essere espressione della parte emotiva del cervello o del cervello rapido, più istintuale, che decide senza considerare tutte le variabili della situazione. La libertà come la ribellione devono essere la manifestazione del cervello lento, della razionalità, del cervello del tempo e del linguaggio, del colloquio con l’altro. Del cervello che si fa sociale, del cervello che necessita dell’incontro con l’altro, del dialogo, dello scambio.
Conoscere sé stessi e gli altri e i limiti della nostra libertà è la base di ogni etica. Io sono io con la mia identità, il mio colore della pelle e la mia storia personale, ma da solo non sono nessuno. Come ci ricorda il filosofo Ricoeur, la nostra identità è narrativa, e questa narrazione può nascere solo perché presuppone l’incontro con l’altro, perché è scritta a più mani. È solo la reciprocità delle narrazioni a disegnare l’identità di ciascuno, ma ciò porta con sé il sentirsi parte della realtà che ci circonda.
Non siamo le monadi solitarie nell’universo della rete, ma individui collettivi. L’altro come noi in cui rispecchiarsi per vedersi, non individui soli, ma un’idea rivoluzionaria, una rivolta pacifica fondata sulla comprensione e la razionalità.
Un cervello critico deve guardare al futuro in modo progettuale, ma prima di proporre cambiamenti deve esplorare sé stesso guardandosi nello specchio dell’altro per scoprirsi, per capirsi. Stendere la rete della conoscenza per mezzo del colloquio con il prossimo, con il desiderio del sapere e di condividere i pensieri, unire i propositi per formare un cervello collettivo che si muova in rivolta.
Se l’obiettivo è quello di formare cittadini critici, che non ascoltino passivamente gli ingannevoli messaggi dei mercati e dei politici di carriera, che imparino che ubbidire può essere una forma di pigrizia, quando non di vigliaccheria, lo stimolo adeguato è indubbiamente l’educazione all’uso del proprio cervello.
Un’educazione che può realizzarsi prima di tutto nella scuola. Una scuola che miri alla sapienza più che alla conoscenza, alla formazione più che alla informazione.
L’unica arma vera che ci resta è, dunque, il nostro cervello, ma un cervello che sia aperto, ricordando un vecchio motto caro anche ad Einstein:
“Il cervello è come un paracadute, funziona meglio quando è aperto”.

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