lunedì 20 novembre 2017

Chi spara (metaforicamente) sui curdi sa cosa sta facendo? - Gianni Sartori

  
Mi ero ripromesso di non partecipare, possibilmente nemmeno assistere, alle polemiche anti-curde seminate in rete da certi sedicenti anti-imperialisti; talvolta di destra, sia dichiarata che mascherata (“rosso-bruni”) ma altre volte di sinistra. Di sinistra? Sì, diciamolo pure, talvolta anche di sinistra; del resto abbiamo visto anche di peggio, nella sinistra, vera o presunta.
Polemiche che stanno però amareggiando la mente e il cuore di chi deve assistere suo malgrado a questa indecente propaganda anti-curda e, in secondo ordine, anti-libertaria. Prese di posizione quantomeno sospette, pretestuose. Polemiche che si autoalimentano con il “botta e risposta”. Meglio non concimarle, mi dicevo; meglio non farsi trascinare nel fango e nel tanfo.
Offese incomprensibili – a chi giovano? – nei confronti di chi sta in prima linea contro il neofascismo (islamico e non). Come quelle in merito alla partecipazione di anarchici (elegantemente definiti “piccoli delinquenti”), libertari e lesbiche – ma Ivana Hoffman, andata a morire eroicamente contro l’Isis, cos’era? – nelle nuove brigate internazionali che combattono a fianco dei curdi contro l’Isis. (*)
Nel testo di un autoproclamato “Osservatorio Anticapitalista” si coglieva l’occasione per evocare maldestramente lo spettro del povero Mackno accusato nientemeno che di “sionismo” (nel 1920-21?). Dovrebbero spiegarsi meglio, visto che uno dei loro teorici di riferimento dell’Osservatorio, cioè Leon Trotski, aveva ripetutamente accusato «il bandito Nestor Mackno» di «antisemitismo».
Delle due l’una. O forse nessuna. (**)

VADA PER I “ROSSO-BRUNI” MA ORA ANCHE CERTI TROTSKISTI?
C’è un limite a tutto. Dopo le variegate insulsaggini sparse al vento (in particolare su curdi e anarchici) da siti irrilevanti, sostanzialmente autoreferenziali, a farmi desistere dal proposito di non immischiarmi è stato un intervento – peraltro speditomi dagli interessati – del PDAC (sezione italica della LIT Quarta Internazionale). Qui i curdi del Rojava vengono accusati di non essersi opposti abbastanza al regime di Assad e anche di aver conservato una struttura «stalinista-maoista» sostanzialmente gerarchica, autoritaria; quasi un imprevisto richiamo alla democrazia diretta e allo spirito libertario.Provenendo dagli epigoni di chi ha poco elegantemente «buttato nella spazzatura della Storia» i marinai di Kronstadt e i macknovisti farebbe anche sorridere, se pur amaramente…
Metodi talvolta “autoritari” quelli adottati da YPG e PKK? Ma perfino i compagni della Colonna Durruti, nel bel mezzo di un conflitto come quello del 1936-39 in Spagna, si videro talvolta costretti a usare metodi non filologicamente “democratici”: ma i miliziani anarchici si trovavano nel mezzo del ferro e del fuoco di una guerra di liberazione, come appunto i curdi in Rojava e Bakur. E sappiamo bene come si comportano i reazionari in caso di vittoria: dai massacri indiscriminati di cui furono vittime i comunardi fino a quelli operati da Franco nel lungo “dopoguerra”, quello è il loro stile.
Non è di secondaria importanza che entrambi (sia gli antifranchisti che i curdi) stessero e stiano – rispettivamente – operando per il superamento di una società fondata sullo sfruttamento, sull’oppressione, sulla gerarchia, sostanzialmente sul potere (di capitalisti e burocrati ma anche di commissari politici o cekisti).
Nello stesso articolo diffuso dal PDAC si ironizza sulla virgolettata da loro «democrazia di base» in Rojava riprendendo un’intervista a Joseph Daher (un sostenitore dei “ribelli” siriani anti-Assad). Con argomenti analoghi a quelli già utilizzati dal sopracitato “Osservatorio Anticapitalista” (magari con intenti diametralmente opposti) questi trotskisti nostrani mostravano di condividerne il sostanziale disprezzo per il Confederalismo democratico adottato dalla resistenza curda. Vagamente surreale poi l’accusa al PYD di aver esautorato i Consigli (l’equivalente dei Soviet) che prima in Rojava quasi non esistevano se non come aspirazione, tendenza tradizionale all’autogoverno delle popolazione locali. Quelli della LIT-Quarta Internazionale per me (dal mio modesto punto di vista sostanzialmente ecumenico) rimangono a sinistra. Però non posso fare a meno di sottolineare come la loro accusa nei confronti dei curdi (non essersi opposti abbastanza al regime siriano di Assad) sia diametralmente opposta alla condanna senza appello già emessa dal severissimo “Osservatorio Anticapitalista” cioè di non essersi decisamente schierati a fianco di Assad (ritenuto baluardo di antimperialismo e antisionismo).
Forse qualcuno (mi consolo: non solo io) ha le idee un tantino confuse.

Qualche precisazione.
Le brigate di ispirazione anarchica e libertaria operanti in Rojava – e anche in Bakur – sono organiche a quelle dei marxisti-leninisti turchi del MLKP (comunisti, fino a prova contraria) a cui si deve la costituzione nel 2015 della Brigata Internazionale della Libertà (in collaborazione con le Forze unitarie per la Libertà, il fronte rivoluzionario MLSPB e Reconstruccion Comunista, quest’ultima spagnola). Quindi perché polemizzano solo con le componenti libertarie? Cos’è? Coazione a ripetere?
Se la fossero presa soltanto con gli anarchici, forse avrei lasciato perdere: non sono anarchico e credo non serva loro un avvocato d’ufficio. Inoltre, forse per ragioni anagrafiche, non coltivo più troppe speranze sui “domani che cantano”. Eppure, quando qualcuno prova a rimettere in discussione «lo stato di cose presente» (e il suo indispensabile corollario: lo Stato) non posso che augurargli la vittoria. Resto convinto che un giorno, magari fra cento anni, di molti Stati, sistemi economici, ideologie – e ovviamente anche religioni – perfino il ricordo sarà disperso. Invece resteranno, non ho dubbi, i popoli. Alcuni almeno, quelli che faticosamente hanno saputo sopravvivere come Nazioni anche senza Stato. I curdi, appunto. E magari anche i baschi e gli irlandesi.

Come ha sottolineato recentemente Ali Çiçek Debattenblog parlando della «terza rivoluzione» (per la cronaca: è con questa medesima denominazione che i marinai di Kronstadt avevano battezzato la loro nuova insurrezione nel 1921): «La teorica politica Hannah Arendt nel suo studio “Sulla Rivoluzione” analizza la rivoluzione francese, quella americana e altre ancora, per determinare “le caratteristiche fondamentali dello spirito rivoluzionario”. Le riconosce nella possibilità di iniziare qualcosa di nuovo, nell’agire comune delle persone. Affronta soprattutto la questione del perché questo “spirito” non ha trovato una “istituzione” e si è perso nelle rivoluzioni».
In «Potere e Violenza» Hannah Arendt aveva poi scritto: «Se io dico: nessuna delle rivoluzioni, delle quali tuttavia ognuna ha rovesciato una forma di Stato e l’ha sostituita con un’altra, è stata in grado di scuotere il concetto di Stato, con questo intendo qualcosa che ho spiegato nel mio libro sulla rivoluzione: dalle rivoluzioni del 18° secolo in effetti ogni grande sconvolgimento ha sviluppato uno spunto di forma di Stato che indipendentemente da tutte le teorie si determinava a partire dalla rivoluzione stessa, ossia dall’esperienza dell’agire insieme e del voler decidere insieme. Questa nuova forma di Stato è il sistema dei Consigli che, come sappiamo, ogni volta è andato distrutto, annientato o direttamente dalla burocrazia degli Stati Nazione o dai burocrati di partito». Concludendo così: «A me però pare l’unica alternativa che sia comparsa nella storia e che continua a verificarsi».
Effettivamente la formazione spontanea di Consigli appare come una costante di quasi ogni Rivoluzione, almeno di quelle autentiche e non manipolate: da quella francese del 1789 alla Comune del 1871; da quella russa (sia nel 1905 che nel 1917 e poi nel 1921) a Germania e Austria alla fine della Prima Guerra Mondiale; e in quella ungherese del 1956 che iniziò dal Consiglio operaio di una fabbrica di lampadine. Ogni volta spontaneamente, quasi inconsapevolmente. Come se prima di allora eventi simili mai fossero accaduti.
Ali Çiçek Debattenblog non ha dubbi: «Annovero la rivoluzione in Kurdistan, con la sua carica esplosiva che ha per via della sua posizione geograficamente centrale, ma soprattutto per via della sua concezione di rivoluzione e del suo paradigma sociale, nella serie delle grandi rivoluzioni dell’umanità». Ma rispetto alle rivoluzione analizzate da Arendt individua alcune differenze. Innanzitutto il «cambio di paradigma» operato dal movimento di liberazione curdo e dal suo ideologo Apo Ocalan per cui «il PKK è riuscito a scuotere il concetto di Stato ed è riuscito a trovare una “istituzione” per lo “spirito rivoluzionario”, il confederalismo democratico». Inoltre la formazione di consigli nel Rojava «non si è creata spontaneamente, ma è stata una decisione consapevole di una forza organizzata». Per concludere che «il sistema dei Consigli previsto dal movimento curdo si basa su tradizioni rivoluzionarie consapevoli del Medio Oriente e a livello globale e su una teoria, ossia quella del socialismo democratico».
Tra le fonti che hanno maggiormente irrigato l’elaborazione del Confederalismo democratico va ricordato sicuramente il pensatore libertario Murray Bookchin, in particolare con il suo saggio sulla Terza rivoluzione: “The Third Revolution: Popular Movements in the Revolutionary Era”, volume 3. (***) Per Bookchin «la prima rivoluzione» inizia con l’insurrezione delle masse popolari che scacciano il vecchio regime. Subentra poi la «seconda rivoluzione» quando la forza politica si concentra in uno Stato centrale mentre coloro che avevano realizzato la prima rivoluzione vengono allontanati dai processi decisionali. Fin qui un’analisi che collima con quanto scriveva nel 1937 il comunista anarchico Jaime Balius, esponente de Los amigos de Durruti. Non solo. Sembra della stessa opinione anche Andreu Nin, spesso citato sia dal PDAC che dall’Osservatorio Anticapitalista. Citato magari indebitamente visto che Nin ancora nel 1934 aveva rotto con Trotski. Fondatore con Joaquin Maurin del POUM, Andreu Nin finì con il condividere nella sostanza il duro giudizio di Balius sulla soppressione, di fatto se non di nome, dei Soviet in Russia nel 1921 (repressione di Kronstadt e dei maknovisti). Questo almeno è quanto emerge da alcuni scritti di Nin. Per esempio su “La Batalla” del 4 marzo 1937 dove Nin riporta un articolo di Jaime Balius che aveva paragonato la situazione catalana a quella della rivoluzione francese «quando si chiedeva a gran voce la sospensione dei Club, e a quello vissuto in Unione Sovietica, quando si reclamò la soppressione dei Soviet». Sottolineo che Nin riprendeva testualmente, condividendole, le parole (e i timori) di Balius. Solo due mesi dopo, i noti eventi di Barcellona in cui vennero assassinati dagli stalinisti sia Nin che molti militanti della CNT (perfino un fratello di Ascaso) e gli anarchici italiani Camillo Berneri e Francesco Barbieri.
Tornando a Murray Bookchin, forse il grande libertario statunitense in materia di “rivoluzioni” peccava leggermente di ottimismo. Riteneva infatti che dopo la «seconda» dovesse arrivarne (quasi automaticamente) anche una «terza».
Quando «l’organizzazione democratica delle società tentava di riconquistare la forza politica perduta». O tentava almeno di arrestare il Termidoro, l’involuzione burocratica, la militarizzazione… lo stato di polizia o quantaltro. Questo movimento costituisce appunto la «terza rivoluzione». Come appunto nel caso di Kronstadt che nel 1921 si rivoltò contro il monopolio del potere bolscevico rilanciando la parola d’ordine «Tutto il potere ai Soviet!».
Secondo Ali Çiçek Debattenblog l’originalità di Abdullah Ocalan consiste nell’aver saputo ridefinire il ruolo del PKK come «propulsore della terza rivoluzione». Superando la concezione leninista del partito con «un programma che ha come obiettivo la trasformazione in una società democratica, libera e ugualitaria, una strategia comune per tutti i raggruppamenti sociali che hanno interesse in questo programma, e con una tattica che persegue un’organizzazione ampia di gruppi della società civile, ambientalisti, femministi e culturali e in questo non trascura la legittima autodifesa» (di Öcalan vedi «Oltre lo Stato, il Potere e la Violenza»).
Per quanto mi riguarda sostanzialmente concordo. Al momento non vedo altre vie d’uscita (realistiche e praticabili) dalla barbarie del liberismo capitalista nella sua “fase suprema” ormai dilagante. Sempre che fuoriuscirne sia ancora possibile, naturalmente.

CHI SPARA SUI CURDI SPARA SULLA RIVOLUZIONE  (ANCHE SE FORSE NON LO SA)
Allora chi oggi spara sui curdi e sul Confederalismo democratico (per ora a salve, ma il maggio 1937 di Barcellona non lo abbiamo dimenticato) a chi sta sparando in realtà?
Spara sull’esperimento sociale che, qui e ora, rappresenta forse il tentativo più significativo, tra quanto è umanamente possibile, di abbattere e superare radicalmente – nei fatti, non solo nelle intenzioni – l’oppressione, la discriminazione, lo sfruttamento (non solamente dell’uomo sull’uomo e sulla donna, ma anche sul Pianeta che vive, sulla “natura” per capirci…). In sostanza: contro le gerarchie e il potere, comunque inteso.
Questo fuoco incrociato (sia da destra che da sinistra) è rivolto sul diritto all’autodeterminazione, all’autogoverno, all’autogestione.
Chi spara sui curdi dunque spara anche sui Consigli della rivoluzione tedesca; sui Soviet del 1905, del 1917, del 1921; sulla Telefonica di Barcellona, su Berneri e Nin (maggio 1937), sulle collettività dell’Aragona (quelle represse da Lister nell’agosto 1937). Spara sugli zapatisti (sia quelli storici di Emiliano che su quelli di Marcos); sui Lakota di Cavallo Pazzo e sugli eretici ribelli di Gioacchino da Fiore; sulle donne di Barcellona sepolte al Fossar (1714), sui proletari asturiani del 1934 e sui gudaris baschi che si batterono contro Franco. Spara sui ragazzi irlandesi del Bogside a Derry e su quelli di Falls Road a Belfast; sui palestinesi di Sabra e Shatila (1982) e anche su quelli di Tel al-Zaatar (1976, per chi ha dimenticato come andarono le cose). Un elenco pressoché infinito di ribelli caduti insorgendo contro l’esistente reificato. Non avendo altro da perdere che le proprie catene e forse qualche illusione… (****)

E spara anche su milioni di vittime indifese e inermi che non poterono nemmeno ribellarsi. Al massimo tentare, invano, di fuggire… Come Anna Frank, Sara Gesses e, appunto, Walter Benjanim (*****).

In compenso sparando (sempre metaforicamente) sui curdi si rischia di alimentare il fatalismo e la rassegnazione di chi ritiene di dover sempre e comunque affidare servilmente le proprie sorti, personali e collettive al Potere, a uno Stato (e quindi a militari, burocrati, capi, guardie, preti, dirigenti, commissari…).
Non credo proprio che questi “cecchini” anticurdi stiano rendendo un buon servizio alla Rivoluzione sociale comunque intesa. Tanto meno all’umanità oppressa, umiliata e offesa che, almeno in Kurdistan, ha osato sollevare la testa.
(*) Ultimamente si è parlato, anche troppo e talvolta a sproposito delle Brigate LGBT. Ritengo che tale eccessiva “spettacolarizzazione” (intesa, alla Debord, come forma di mercificazione) mediatica di queste vere o presunte “Brigate LGBT”, possa fare il paio con quella sulle donne curde combattenti (tutte “giovani e belle”, eroiche…e poi dimenticate) di un paio di anni fa. The Queer Insurrection and Liberation Army (TQILA) era nata come componente di International People’s Guerrilla Forces (Forze Guerrigliere Internazionali Rivoluzionarie Internazionali). Tale IRPGF è membro di International Freedom Battalion, la Brigata Internazionale della Libertà. In turco: Enternasyonalist Özgürlük Taburu; in curdo:Tabûra Azadî ya Înternasyonal. Questa è l’unità combattente di volontari stranieri (comunisti, anarchici, socialisti, antifascisti… perfino qualche nostalgico di Enver Hoxha, ma non formalizziamoci) che ha operato a fianco delle Unità di Protezione Popolare (YPG) contro le bande dei fascisti islamici dell’Isis. Ripeto: la Brigata Internazionale della Libertà è stata costituita nel 2015 dal Partito Comunista Marxista Leninista (MLKP), delle Forze Unitarie per la Libertà (BÖG), del Fronte Rivoluzionario MLSPB, della formazione spagnola Reconstrucción Comunista. Quindi, ricordo ancora ai detrattori di cui sopra, originariamente l’International Freedom Battalion venne organizzata non da anarchici ma soprattutto da comunisti (marxisti-leninisti) turchi e dichiaratamente si ispirava alle Brigate Internazionali che combatterono contro il franchismo. Da segnalare (negativamente) l’intervento di Maurizio Blondet, uno che per 40 anni ha collaborato con l’editoria di destra. Cristiano integralista e romanista (non in senso calcistico). Senza remore, Blondet spande carriolate di disprezzo nei confronti dei militanti di The Queer Insurrection and Liberation Army definendoli «finocchi». In realtà, a ben guardare, il suo disprezzo va soprattutto ai comunisti; non sembra essersene ancora accorto chi lo mantiene come contatto fisso nel suo blog. Questo mentre cita ripetutamente gli articoli (spesso imprecisi, surreali) del gay dichiarato Thierry Meyssan. Lapsus rivelatore? E che dire dell’ammirazione per Jorg Haider? Ho visto che in alcuni articoli Blondet ha legittimamente celebrato la «Giornata del martirio e dei martiri» in memoria delle vittime cristiane in Siria. Forse bisognerebbe ricordargli le migliaia di cristiani iracheni che avevano trovato rifugio nel Kurdistan “iracheno” e quelli salvati dai combattenti del PKK scesi dalle montagne. Chi ha versato sangue per portare in salvo popolazioni minorizzate (non mi piace “minoritarie”), sia yazidi che cristiani e alawiti, strappandole alle grinfie degli integralisti? YPG e PKK hanno difeso anche villaggi turcomanni, pur essendo stati i turcomanni spesso la longa manus di Ankara contro i curdi (vedi il massacro nel campo profughi di Atrush nel 1997). Paradossalmente in questo caso l’Isis, ugualmente alleato di Ankara, li stava attaccando in quanto… sciiti!?! Quanto al fatto che talora alcune affermazioni dei personaggi citati siano magari condivisibili, ci riporta all’ovvietà per cui anche l’orologio rotto due volte al giorno segna l’ora giusta.
(**) In merito all’accusa di “sionismo” dispensata talvolta gratuitamente e con eccessiva facilità, osservo soltanto che anche Walter Benjamin (riferimento ricorrente nel sito citato) prese seriamente in considerazione l’ipotesi di trasferirsi in Palestina…“Sionista” pure lui? E Primo Levi allora? Del resto c’è chi sospetta che anche Anna Frank in realtà fosse una “sionista”, magari a sua insaputa.
(***) Un inciso personale. Bookchin l’avevo ascoltato, sotto al tendone allestito dai compagni anarchici di Mestre, al Convegno internazionale anarchico di Venezia nel 1984. Avevo poi scambiato anche qualche battuta (un’amica faceva da interprete, ricordo) ma all’epoca non lo avevo preso adeguatamente in considerazione. Nella polemica di allora tra «ecologia profonda» e la sua «ecologia sociale» mi schieravo con la prima. Peccavo di presunzione ovviamente e mi persi quella che poteva essere una delle interviste più significative della mia vita.
(****) Per qualche ulteriore chiarimento, per quanto parziale, vedi su UIKI onlus:http://www.uikionlus.com/guerra-giusta/ ; e vedi su «Umanità Nova»:http://www.umanitanova.org/2017/10/01/fallacie-e-fandonie/ ma anchehttp://www.umanitanova.org/2017/10/15/quando-il-mio-nemico-e-nemico-del-mio-nemico/. Mi vedo costretto a pubblicizzare anche due dei documenti anti-curdi sopracitati; mi affido al buon senso di chi legge:http://zecchinellistefano.blogspot.it/2017/10/gli-anarchici-provocatori-e-teppisti-al.html e https://www.alternativacomunista.it/content/view/2492/1/
(*****) Su Walter Benjamin suggerisco due letture: «Hannah Arendt -Walter Benjamin, L’angelo della Storia – Testi, lettere, documenti» e «I Benjamin» di Uwe-Karsten.


domenica 19 novembre 2017

Le verità su Gaza che Israele non vuole vedere - Gideon Levy


L’intervista allo psicologo israeliano Mohammed Mansour è uno dei documenti più sconvolgenti, spaventosi e deprimenti che siano stati recentemente pubblicati da Haaretz.
Se Israele fosse una società con un’etica, e non nazionalista e vittima di un lavaggio del cervello, starebbe tremando fino alle sue fondamenta. Le parole di Mansour avrebbero dovuto essere l’argomento del giorno, la bufera del giorno. Una catastrofe umanitaria si sta svolgendo ad appena un’ora da noi. Un disastro umanitario: un orrore le cui responsabilità ricadono in buona parte su Israele, un paese che invece è tutto occupato dalle accuse di violenza sessuale nei confronti del capo di un gruppo editoriale televisivo, Alex Gilady.
Mansour è tornato da una visita alla Striscia di Gaza, dove era andato come volontario per la sezione israeliana dell’associazione Physicians for human rights(Medici per i diritti umani). Mansour è un esperto nella cura dei traumi, e nessuno poteva rimanere insensibile davanti alle osservazioni sulle sue ultime due visite. Sinistra o destra, non importa, chiunque dotato di un briciolo d’umanità sarebbe scioccato.
Bambini senza riparo
Più di un terzo dei bambini che ha incontrato nel campo profughi di Jabalya ha dichiarato di aver subìto abusi sessuali. I loro genitori, alle prese con una guerra per la sopravvivenza e a loro volta vittime di depressione, non sono in grado di proteggerli. A Gaza è impossibile allontanare i bambini e i loro genitori dalle origini del loro trauma perché quest’ultimo non ha avuto fine e non finirà. Adulti e bambini vivono un dolore terribile. Nessuno è mentalmente sano a Gaza. Caos, è questa la parola.
Mansour descrive una distopia, una società che sta andando a rotoli. Distruzione. Gli abitanti di Gaza hanno dimostrato una resistenza, una forza d’animo e una solidarietà straordinarie all’interno delle loro famiglie, dei loro villaggi, quartieri e campi profughi, dopo tutte le disgrazie subite. Oggi però rifugiati, figli di rifugiati, nipoti di rifugiati e bisnipoti di rifugiati stanno crollando.
Mansour ha raccontato di una lotta per la sopravvivenza senza quartiere, nella quale il ricorso agli antidolorifici diventa l’ultima spiaggia. Non è rimasto niente della Gaza che conoscevamo. Niente ci ricorda oggi la Gaza che amavamo. “Sarà difficile ripristinare l’umanità di Gaza. Gaza è l’inferno”, dice Mansour.
I resoconti di Mansour, per quanto duri, non dovrebbero sorprendere nessuno. Tutto va avanti secondo il copione, quello del più grande esperimento mai condotto su degli esseri umani. È questo l’unico risultato possibile quando s’imprigionano due milioni di persone in un’enorme gabbia per oltre dieci anni, senza nessuna possibilità di uscita e senza speranza. Il blocco della Striscia di Gaza è il peggior crimine di guerra che Israele abbia mai commesso. È una seconda naqba, perfino più raccapricciante della precedente.
Coscienze messe a tacere
Stavolta Israele non ha la scusa della guerra e dell’espansione degli arabi. Anche l’eccesso di giustificazioni relative alla sicurezza non convince più nessuno, se si escludono gli israeliani che si scagliano contro Gaza. Sono loro gli unici a non aver alcun problema per il fatto che esista una gabbia per esseri umani al confine con il loro paese. Solo loro riescono a formulare migliaia di scuse e accuse contro il mondo intero, alcune delle quali false, come il fatto che Hamas sia arrivato al potere ricorrendo alla violenza. O che il lancio di razzi Qassam sia cominciato dopo il ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza nel 2005. Tutto va bene pur di far tacere le coscienze, peraltro già silenziose: in fondo, stiamo parlando di arabi.
Stiamo parlando di Gaza. Stiamo parlando di esseri umani. Decine di migliaia di bambini e neonati privati del presente e del futuro. Sacrifici di esseri umani, il cui destino non interessa a nessuno.
Nelle pause tra un feroce attacco israeliano e l’altro, tra le rovine create da Israele senza motivo e che non sono state ricostruite, Gaza è in condizioni peggiori perfino delle più cupe previsioni. Le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme: entro il 2020 la Striscia di Gaza potrebbe diventare “inabitabile”. Oggi, nel 2017, è già un inferno.
È più di un decennio che Israele non permette l’ingresso di alcun giornalista nella Striscia di Gaza, al fine di evitare agli israeliani il leggero fastidio che potrebbe provocargli la vista di quei luoghi. I volontari di Physicians for human rights, tutti arabi, sono gli unici israeliani che riescono a entrare a Gaza. Il racconto di Mansour sembra uscito da un ghetto. La Striscia di Gaza può essere paragonata a un ghetto. Anche se ci costa farlo, è nostro dovere paragonarli. Gaza è un ghetto, e il mondo tace.
(Traduzione di Federico Ferrone)

venerdì 17 novembre 2017

Le vittime della nostra ricchezza - Claudio Geymonat

«Io vi prego di informarvi. Abbiamo tutti fra le mani un cellulare e un computer. In qualità di consumatori avete tutto il diritto, e soprattutto il dovere, di sapere da dove provengono gli elementi che li compongono. Quale sia insomma la filiera che dalle materie prime porta al prodotto finale che acquistate nei negozi in Europa. Troppi di questi beni di larghissimo consumo sono macchiati di sangue. Il sangue delle guerre fratricide per il controllo delle miniere, il sangue di chi estrae i minerali necessari sotto le bastonate dei vari signori locali del terrore, il sangue di troppi innocenti vittime di battaglie per il predominio su un territorio».
Sono un pugno nello stomaco le parole di Denis Mukwege, medico chirurgo e ginecologo nato a Bukavu in Repubblica democratica del Congo nel 1955. E non saranno le uniche intense testimonianze della due giorni torinese di questa figura divenuta celebre a livello internazionale per l’incredibile parabola che lo ha portato a divenire una delle personalità più note nell’ambito dei trattamenti dei danni fisici e psico-sociali provocati dalle violenze sessuali sulle donne.
Il legame fra stupri e controllo delle materie prime necessarie per la costruzione dei moderni apparecchi elettronici è diretto: i vari gruppi para-militari al soldo dei potentati locali utilizzano lo sfregio sistematico delle donne quale uno dei tanti strumenti volti a denigrare l’avversario, ad annichilirlo non soltanto dal punto di vista fisico, ma ancor di più se possibile sotto un profilo psicologico e di relazione.
Ospite del Centro piemontese di studi africani (presieduto da Pietro Marcenaro e guidato con grande passione da un pool di collaboratori coordinati da Federico Daneo) che ha organizzato i vari incontri, Mukwege ha potuto visitare la splendida e drammatica mostra fotografica di Stefano Stranges, fotografo che, in un intenso e pericoloso viaggio fra le miniere del Congo, ha potuto testimoniare le terribili condizioni di vita delle persone impegnate nell’estrazione del metallo decisivo per la costruzione di telefoni e computer, il Coltan, la columbite-tantalite, attorno al quale si combattono guerre fratricide in cui ogni riferimento al concetto di umanità pare essersi dissolto nell’aria insalubre delle bidonville e delle discariche a cielo aperto. Mostra intitolata con intelligenza “Le vittime della nostra ricchezza” a testimoniare proprio che il benessere del mondo occidentale è troppo spesso edificato sulle violenze e le prevaricazioni patite dal cosiddetto Sud del mondo. Fotografie che sviluppano un percorso che parte dalle miniere del Congo e termina nelle immense discariche del Ghana, laddove i nostri moderni gadget tecnologici vanno a finire una volta rottamati.
In occasione della visita alla mostra, che è aperta ancora fino al 19 novembre nei locali dell’Arteficio Showroom di via Bligny 18 a Torino, Mukwege ha dialogato con Luca Jourdan, professore di antropologia culturale e politica all’università di Bologna, autore di vari saggi sul rapporto fra giovani e guerra. Jourdan ha compiuto un excursus che partendo dal Congo precoloniale, ha ripercorso le tappe che hanno portato alla formazione delle moderne forze paramilitari, succedanee di un esercito nazionale inesistente o piegato alle varie volontà dei ras regionali. «Oggi dunque – ha commentato Jourdan – sarebbe necessario smantellare queste compagini, ristabilire un ordine nazionale e creare un esercito capace di pacificare il paese e non di destabilizzarlo». Impresa che appare al momento una lontana chimera.
L’intervento di Mukwege nella sala del Consiglio regionale piemontese nella mattinata di mercoledì 15 novembre ha avuto al centro proprio l’oggetto del suo impegno pluriennale: la violenza sulle donne «sistematica, pianificata alla scopo di distruggere non solo le vittime dirette, ma le intere comunità nelle loro reti di relazioni sociali. Donne violentate e mutilate davanti allo sposo, ai figli, ai vicini di casa causano contraccolpi psicologici enormi, se possibile ancora peggiori dei drammatici danni fisici patiti dalle donne. Annichiliscono una comunità, la minano nel profondo e garantiscono il controllo a gruppi armati che gestiscono l’immenso business dell’estrazione del Coltan».
Il dottor Mukwege ne ha curate oltre 50 mila, un numero terribilmente enorme- tanto da guadagnarsi l’appellativo di “l’uomo che ripara le donne”- eppure relativo. Vittima a sua volta nel 2012 di un attentato in cui ha perso la vita la sua guardia del corpo e amico Joseph Bizimana, da alcuni anni affianca agli interventi sul campo una ampia campagna di informazione che lo vede ospite di vari consessi internazionali, tanto da vedere a più riprese riconosciuto il proprio impegno con l’assegnazione di vari premi fra i quali l’Olof Palme Prize, il Premio diritti umani delle Nazioni Unite e il Premio Sakharov consegnatoli nel 2014 dal Parlamento europeo (sono giunti con due videomessaggi i saluti di Gianni Pittella, capogruppo dell’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici a Strasburgo e di Cecile Kyenge, oggi eurodeputata, già ministra per l’Integrazione del governo Letta e soprattutto congolese del Katanga, che con il Kivu è fra le aree del Paese più prospere di giacimenti minerari).
Nella difficile fase politica che dovrebbe sfociare in libere elezioni – ancora una volta rinviate – per la successione di Joseph Kabila, al potere dal 2001, il nome di Denis Mukwege quale possibile candidato alla presidenza del Congo è in questi mesi espresso e caldeggiato da larghe fette della popolazione civile, anche se il dottore non ha ancora sciolto le riserve in merito. Pochi mesi fa, ad aprile il medico che Mukwege considerava il suo erede è stato barbaramente assassinato da chi vede nelle loro azioni un ostacolo al terrore sistematico che permea l’intera regione.
Le conclusioni del dibattito in un Consiglio regionale gremito di pubblico e di scolaresche sono toccate a Federica Tourn, giornalista che si occupa da tempo di questioni di genere: a lei il compito di evocare lo stupro di guerra quale strumento da sempre utilizzato per annichilire il nemico, e non certo soltanto in Africa (basti pensare ai 60 mila stupri in Bosnia nel 1992, nel cuore dell’Europa), e da lei il richiamo ad un fenomeno, quello della prevaricazione di genere, che con toni e sfumature differenti caratterizza l’intero panorama globale, come i vari recenti casi di cronaca testimoniano. L’incredibile vicenda di Margot Wallström, già Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per i crimini sessuali in situazioni di conflitto (che quindi proprio di questi temi si occupava) e oggi ministro degli Esteri svedese, che ha denunciato «i palpeggiamenti avvenuti durante un vertice ufficiale da parte di colleghi di alto rango» è sintomatica delle ipocrisie e dei passi da compiere ovunque, anche fra le più alte istituzioni democratiche.
(*) ripreso da «www.riforma.it», quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.





giovedì 16 novembre 2017

L’Onu contro Madrid? - Francesco Casula

 

La nota contro Madrid giunge da Ginevra, cuore della Riforma protestante, di libertà di coscienza e di fede; simbolo di tolleranza e di democrazia federalista, anti savoiarda. Parlo del documento siglato dall’avvocato Alfred de Zayas il 25 ottobre scorso e diffuso in questi giorni sulla Rete ma non sui grandi giornali italiani ed europei che si guardano bene dal pubblicarlo: intenti come sono, pisciatinteris e cialtroni legulei, a osannare il franchismo di Rajoy. Zayas, americano, attualmente professore di diritto internazionale presso la Scuola di Diplomazia di Ginevra, ha esercitato la propria professione in diritto societario e diritto di famiglia a New York. Dal 2012 ricopre il ruolo (nominato dall’ONU) di “Esperto Indipendente per la promozione di un ordine internazionale democratico ed equo”. Il documento, moderato, sorvegliato e compassato nella forma, è netto e duro nella sostanza e demolisce, facendoli a pezzi, tutto l’armamentario giuridico e la paccottiglia politica messa in campo ed esibita dal Governo centrale di Madrid contro la Catalogna. Ad iniziare dal mito e dal tabù sacrale del principio della “integrità territoriale”. Confermando quanto già detto dalla Corte Internazionale di giustizia dell’Aja, (nel suo pronunciamento del luglio 2010, sulla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, di 2 anni prima), afferma a questo proposito che “il principio dell’integrità territoriale è importante, come è stato inteso in molte delle risoluzioni delle Nazioni Unite, incluse le risoluzioni 2625 e 3314 dell’Assemblea Generale”. Esso cioè prosegue Zayas “è destinato ad essere applicato esternamente, per vietare minacce straniere o incursioni nell’integrità territoriale degli Stati sovrani” Dunque “Questo principio non può essere invocato per sviare il diritto di tutte le persone, garantito dall’articolo 1 dei Patti internazionali sui diritti dell’uomo, a esprimere la loro voglia di controllare il loro futuro. Il diritto all’autodeterminazione è un diritto dei popoli e non prerogativa degli Stati di concedere o negare. In caso di conflitto tra il principio dell’integrità territoriale e il diritto umano all’autodeterminazione, quest’ultima prevale”. Chiaro? In altre parole il principio di integrità territoriale degli Stati, va inteso esclusivamente come divieto di intaccarla tramite minacce, incursioni o altre azioni belliche ad opera di Stati stranieri; mentre é del tutto legittima – e tutelata da vari trattati internazionali – se origina dall’interno, come espressione democratica da parte della popolazione di un territorio. E’ il caso dei Catalani: che attraverso il voto nelle elezioni della Comunità autonoma, attraverso il Referendum e – perché non dirlo e sottolinearlo? – attraverso una massiccia, democratica, non violenta, gioiosa, partecipazione popolare di massa, hanno inequivocabilmente, nella stragrande maggioranza, scelto l’opzione dell’Autogoverno, dell’Autodeterminazione e dell’Indipendenza. Anche l’incipit del documento era stato chiaro e netto: “Deploro la decisione del governo spagnolo di sospendere l’autonomia catalana. Questa azione costituisce una regressione nella tutela dei diritti umani, incompatibile con gli articoli 1, 19, 25 e 27 del Patto internazionale sui diritti civili e politici. Ai sensi degli artt. 10, n. 2, e 96 della Costituzione spagnola, i trattati internazionali costituiscono la legge del Paese e, di conseguenza, la legge spagnola deve essere interpretata conformemente ad essi”. Fuori legge, secondo l’esperto dell’ONU, è dunque Rajoy e non i dirigenti catalani. E prosegue: “Negare ad un popolo il diritto di esprimersi sulla questione dell’autodeterminazione, negando la legittimità di un referendum, usando la forza per impedire l’organizzazione di un referendum e annullare l’autonomia di un popolo per punizione, costituisce una violazione dell’Articolo 1 del Patto internazionale sui diritti civili e politici e del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali. In alternativa, affrontare l’aspirazione dei popoli all’autodeterminazione in modo tempestivo è un’importante misura di prevenzione dei conflitti, come dimostrano le innumerevoli guerre che si sono verificate dal 1945 che hanno trovato la loro origine nel rifiuto dell’autodeterminazione. Occorre incoraggiare il dialogo e la negoziazione politica per prevenire la violenza”. Dialogo e negoziazione dunque: che i Catalani hanno sempre sostenuto. Non manganelli, galera, repressione: come ha praticato Madrid. ”Naturalmente – scrive ancora Zayas – ci sono molti popoli in tutto il mondo che aspirano all’autodeterminazione, sia interna a forma di autonomia che esterna in forma di indipendenza. E mentre la realizzazione dell’autodeterminazione non è automatica o auto-esecutiva, è un diritto umano fondamentale che la comunità internazionale dovrebbe aiutare ad attuare. Anche il diritto internazionale dell’autodeterminazione è andato ben oltre la semplice decolonizzazione. Applicando i 15 criteri contenuti nel mio rapporto del 2014 (paragrafi 63-77), è evidente che nessuno Stato può utilizzare il principio dell’integrità territoriale per negare il diritto di autodeterminazione, e che gli argomenti sulla legittimità delle azioni intraprese dal parlamento eletto in Catalogna sono immateriali. Tali argomenti non annullano il carattere ius cogens dell’autodeterminazione. L’unica soluzione democratica per uscire dall’attuale vicolo cieco, è sospendere le misure repressive e organizzare un referendum per determinare i veri desideri della popolazione interessata. Tale referendum dovrebbe essere monitorato dagli osservatori UE, OSCE e privati, compreso il Centro Carter “. Bene. E’ quello che vuole la Catalogna. Dopo questo autorevole pronunciamento li voglio proprio vedere i “democratici” (europei, italici e nostrani) schierarsi ancora con il franchismo e con Rajoy, leader del Partito più corrotto del mondo. Li voglio proprio vedere schierarsi a favore di provvedimenti liberticidi: arresti, esautoramento del legittimo e popolare governo catalano, abolizione dell’Autonomia e delle conquiste democratiche, imposizione delle elezioni. La voglio proprio vedere l’Europa “dei diritti” a fianco di una Restaurazione forcaiola, che utilizza tutto l’armamentario repressivo, poliziesco e militare per far ripiombare la Catalogna in un passato illiberale, autoritario e fascista, che pensavamo morto e sepolto. Gli uomini liberi, i sardi liberi, non possono che sostenere la sacrosanta battaglia dei Catalani e il loro diritto all’Autodeterminazione.

mercoledì 15 novembre 2017

non c'è più neanche l'indignazione


Dopo i Panama Papers, i Malta files, i Paradise Papers, dopo aver saputo che nei conti off-shore ci sono importi pari a due volte il Pil Usa, dopo che leggono tutti i giorni notizie come questa e quest’altra, si legge qualche attacco di indignazione da parte di alcuni giornalisti (ad esempio Pino Scaccia e Giovanni De Mauro, a Daphne Caruana Galizia hanno chiuso la bocca per sempre, chi parla troppo muore, sarà un avvertimento per tutti?), e nulla più.
Da parte delle migliaia e migliaia di politici che ci rappresentano, anche se non li abbiamo votati, si è sentito solo silenzio totale.
Sembra che sia una situazione immodificabile.
Molti, troppi lo pensano.
Certo, invadere l’Iraq e l’Afghanistan, fare accordi con i libici, ammazzare e fare ammazzare migliaia e forse milioni di persone è più facile che requisire i soldi dell’Isis e degli scafisti nelle banche col doppiopetto.
Per un Paese civile, magari per la Comunità Europea, dichiarare banditi quegli staterelli paradisi fiscali, entità giuridiche di finzione, casseforti dei proventi di droga, corruzione, guerre, evasione fiscale... dovrebbe essere la madre di tutte le battaglie, altro che fare guerre in giro e affamare molti milioni di esseri umani, anche in Italia.
Bastano un po’ di ispettori e funzionari dei ministeri delle finanze dei Paesi che si dicono civili ed è fatta.
Bastano pochi giorni.
Sarebbe una guerra senza morti e feriti, con straordinari benefici per il 99% dell’umanità.
Invece neanche ci si indigna più per la schifezza dei paradisi fiscali.
Per conquistare il futuro bisogna prima sognarlo, diceva - fra gli altri - Blaise Pascal.

lunedì 13 novembre 2017

dove sarà la nostra guerra prossima ventura - bortocal

  
“Blue Flag 2017”: una esercitazione militare israeliana che l’ufficio stampa dell’IDF, l’esercito di quel paese, ha voluto presentare ai giornalisti e pubblicizzare al massimo, permettendo interviste con gli ufficiali. 
30 jet israeliani si sono addestrati nel deserto del Negev , come esercito dei “rossi”, a combattere contro 40 jet di altri paesi che si sono prestati a questo gioco di guerra, come partito degli “azzurri”.

ma chi erano gli azzurri, che hanno collaborato con Israele in questa prova di forza?
Usa, Italia, Germania, Francia, Grecia, Polonia e India.
i migliori alleati dei fascisti sionisti al potere in Israele.
finora operazioni di questo genere venivano svolte in segreto; questa volta si vuole che si sappiano, dato che sono minacce contro l’Iran in particolare, che devono arrivare a segno.
. . .
sono scenari di guerra vicina?
il vostro raccoglitore di indizi non lo sa, e da tempo trova che il caos e` troppo grande per essere compreso, almeno da lui, anche se vede grande confusione in giro.
una nuova guerra in Medio Oriente di israeliani e americani contro l’Iran?
c’e` un silenzio impressionante sui media su questa vicenda, persino inspiegabile.
intanto Hariri, primo ministro del Libano, si è recato in visita in Arabia Saudita e li` si e` dimesso, denunciando le eccessive intromissioni dell’Iran nella vita politica del paese, attraverso il movimento degli hezbollah; e immediatamente l’Arabia Saudita ha ordinato ai propri concittadini di abbandonare il paese, evidentemente per il pericolo di una guerra imminente.
le esercitazioni congiunte di Israele, paesi europei ed India, non sembrano casuali.
. . .
qualcuno dubita che Hariri sia stato costretto a dimettersi dai sauditi, nonostante la sua famiglia abbia sempre avuto solidi rapporti di amicizia con loro, per fornire un pretesto per attaccare l’Iran:
certo, quando ha letto le dimissioni alla televisione saudita, sembrava che vedesse il testo per la prima volta; ma questo potrebbe anche essere casuale.
il presidente della repubblica del Libano, legato invece agli iraniani, ha chiesto comunque che il primo ministro rientri subito in patria.
lui invece si e` recato, per motivi poco chiari, in visita negli Emirati Arabi Uniti, e dunque sembra effettivamente libero nei suoi movimenti.
pero`, certamente, l’Arabia Saudita che già combatte con inaudita ferocia nello Yemen una guerra censuratissima dai nostri media, sta attivamente cercando di destabilizzare tutto il Medio Oriente, come dimostra anche lo scontro col Qatar.
. . .
e` la reazione saudita alla sconfitta subita in Siria con la disfatta dell’ISIS, che agiva come sua longa manus.
anche l’attacco dell’America di Obama alla Siria di Assad, in funzione anti-russa, e` sostanzialmente fallito.
ma gli USA sembrano contrari ad un attacco saudita al Libano, pur se restano duramente ostili all’Iran.. . .però, in parallelo alle notizie appena viste qui sopra, la stampa italiana informa di un accordo tra Putin e Trump per una soluzione pacifica della crisi siriana.e non solo: sembra che l’accordo si allarghi anche alla Corea del Nord e all’Ucraina: per ora ne ha parlato soltanto la Russia, ma presto ne sapremo di più. Trump è imprevedibile, ma la campagna di un anno contro di lui, era forse una campagna non detta per la guerra?ma troppe forze agiscono comunque perché la fine della guerra di Siria, non vinta dagli americani per la prima volta dopo il Vietnam, sia solo una tappa di una più vasta guerra in Medio Oriente che vogliono continuare...quel che certamente non torna, in tutta questa vicenda, e` che ruolo intende svolgere l’Italia.a me pare che non lo sappiano bene né il governo né il Partito Democratico.

Legge di bilancio, un altro passo verso la privatizzazione della Sanità - Fabio Sebastiani






Intervista (audio) a Carlo Palermo, Anaao-Assomed: «Tra cinque anni usciranno tra i trentamila e i quarantamila medici che non si saprà come rimpiazzare»


Venticinque miliardi in meno dal 2010 ad oggi. E’ questo il maxi-taglio alla sanità denunciato dal sindacato dei medici ospedalieri, l’Anaao-Assomed. Carlo Palermo, vice-segretario del sindacato, spiega a Radioredonda (clicca qui per ascoltare l’intervista) che ormai siamo in presenza di un vero e proprio depauperamento, grazie anche all’azione combinata delle Regioni, che ha come risultato finale un’ulteriore spinta verso la privatizzazione. «Noi non accettiamo questo aut aut che ci pone il Comitato di settore della Sanità – aggiunge Palermo – che afferma l’impossibilità di stipulare il contratto perché il Fondo sanitario nazionale è incapiente».
Quello del rinnovo del contratto di lavoro è un altro vulnus della questione. «Le Regioni non hanno accumulato quello che la legge obbligava a fare». Due dati nel confronto con l’Europa: quota di Pil destinata alla sanità più bassa, decessi tra i più alti ed età media dei medici a cinquantaquattro anni, «che è la più alta al mondo».
«Il disagio sul lavoro è ai massimi livelli. Siamo di fronte a un taglio delle dotazioni organiche che corrisponde al 10%» aggiunge Palermo. «Nei prossimi cinque anni usciranno i medici che avranno superato lo scalone della Fornero, tra i trenta e i quarantamila. Intanto, per il meccanismo delle specializzazioni post-laurea, non avremo risorse umane per sostituirli». «Alla fine qualcuno dirà “il sistema non regge più” e saremo in piena privatizzazione» conclude Palermo.


Italia - Brasile 3 a 2 - Davide Enia

sabato 11 novembre 2017

L’alternanza scuola-lavoro e la lotta di classe rovesciata - Danilo Del Bello


Le ultime mobilitazioni studentesche contro l’alternanza scuola-lavoro hanno avuto una grande risonanza mediatica, anche a livello internazionale, al di là dei numeri di studenti effettivamente mobilitati.
Per quale motivo?
È evidente che in questo caso entra in gioco la centralità della contraddizione tra formazione, lavoro e capitale, la sua qualità strategica per i movimenti, da una parte, per il dominio di classe ordo-liberista dall’altra. Un campo di battaglia fondamentale, su cui è necessario e possibile, ancora una volta, sviluppare autonomia, rapporti di forza, percorsi di liberazione sociale. La posta in gioco è altissima e bene lo hanno compreso i governi liberisti, i media, le nuove forme di comando e sfruttamento del capitale post-fordista, con tutti i suoi apparati egemonici.
In realtà, proprio su questo nodo, la formazione della soggettività funzionale ed addomesticata ai nuovi meccanismi di accumulazione ed estrazione di plusvalore si rivela fino in fondo l’essenza della Buona Scuola. Si è sviluppato su questo terreno un vasto movimento prima dell’approvazione della legge, in particolare sul tema della meritocrazia e della democrazia scolastica. Diciamolo con chiarezza: questo movimento non solo ha perso, ma non ha neppure sedimentato significative sacche di resistenza.
Il limite più grosso delle mobilitazioni in quella fase è stato quello di non essere riuscite ad oltrepassare l’ambito strettamente scolastico, con un discorso complessivo sulla forma sociale, culturale, ideologica, produttiva, di non aver colto che proprio nell’alternanza scuola-lavoro stava il nocciolo fondamentale della Buona Scuola. Il mancato sviluppo di un pensiero critico su cosa significhino oggi lavoro e formazione-lavoro ha fatto trionfare le mistificazioni sulla crisi: la mancanza di lavoro e la povertà trasformate in armi di ricatto, di assoggettamento e servilismo nei confronti del mercato capitalistico.
E’ necessario riprendere con forza la problematica reddito-lavoro: essa rappresenta, assieme alla questione ambientale e a quella migratoria, l’orizzonte strategico per le nuove forme della lotta di classe contro il dominio neoliberista e la costruzione del comune rivoluzionario.
La domanda fondamentale è: nella misura in cui i processi di automazione rendono il lavoro sempre meno necessario, di quale lavoro stiamo parlando per moltitudini enormi di uomini e donne espulse dal processo produttivo?
Foreign Office, nel suo report dell’anno scorso, diceva che il 45% dei lavori odierni potrebbero scomparire domattina. Milioni di persone non hanno un salario e milioni perderanno il lavoro nei prossimi anni per una ragione molto semplice: di lavoro non ce n’è più bisogno. Informatica, intelligenza artificiale, robotica rendono possibile la produzione di quel che ci serve con l’impiego di una quantità sempre più piccola di lavoro umano. Questo fatto è evidente a chiunque ragioni e legga le statistiche, ma nessuno può dirlo: è il più grande tabù che ci sia, perché l’intero edificio della società in cui viviamo si fonda sulla premessa che chi non lavora non mangia. Una premessa imbecille, una superstizione, un’abitudine culturale dalla quale è necessario liberarsi.
Detto questo, sorge spontanea una riflessione sul filo del paradosso: tutto ciò che potrebbe realizzare «quel sogno che l’umanità ha sempre saputo di possedere», ovvero una comunità di liberi ed eguali liberata dal bisogno e dalla necessità del lavoro, tutt’al più ridotto ad un minimo indispensabile distribuito socialmente, in grado di sviluppare al massimo livello le potenzialità umane, viene stravolto e rovesciato dalla logica del dominio capitalistico, trasformato in una mega-macchina di emarginazione, precarizzazione assoluta, impoverimento materiale, intellettuale, culturale. Come un mostruoso vampiro che si nutre, svuota e si appropria della potenza della moltitudine.
La controrivoluzione neoliberista si appropria e rovescia le lotte sociali, operaie e proletarie: così, il rifiuto del lavoro salariato e liberazione di tempo di vita sottratto allo sfruttamento, le lotte contro il cottimo e per l’egualitarismo, il salario sganciato dalla produttività, ovvero il reddito non legato al lavoro, sono  trasfigurati dal capitale nella precarizzazione strutturale, distruzione di diritti, smantellamento del welfare, bassi salari, sfruttamento selvaggio, nuovo schiavismo, fino al punto del lavoro gratuito. Un rifiuto del lavoro di segno opposto.
Il neoliberismo opera sistematicamente, in tutte le relazioni sociali, questo rovesciamento: la lotta dei poveri contro i ricchi diventa la lotta dei ricchi contro i poveri, e dei meno poveri contro i più poveri; la lotta di classe viene fatta dall’alto verso il basso, non più il lavoro sociale organizzato contro i padroni, bensì i padroni contro i lavoratori. Si ruba ai poveri per dare ai ricchi e lo Stato di diritto si trasforma in “diritto dello Stato”, ovvero del potere costituito.
Se le lotte dell’operaio massa rivendicavano salario come variabile indipendente, ovvero più reddito e più diritti, oggi il capitalismo sussume, rovescia, fa proprio il punto di vista di classe contro i lavoratori: produttività sganciata dal salario, fino al punto estremo del lavoro gratuito. Il rovesciamento controrivoluzionario della lotta di classe non potrebbe essere più evidente.
Di fatto, assistiamo al crollo della società salariale, ovvero della regolazione del rapporto capitale- lavoro in base alla struttura del salario, non solo come criterio di misura del valore del lavoro, ma anche per quanto riguarda il sistema di leggi, norme e tutele che su questo rapporto si sono fondate nel cosiddetto “compromesso fordista”.
Si tratta della “catastrofe lavorista”, la fine della legge del valore-lavoro così come essa si è sviluppata dall’economia politica classica, passando per l’ideologia borghese e socialista. Già Marx aveva sottoposto tale legge ad una critica radicale: «quando l’economia borghese parla di valore del lavoro, essa nasconde e mistifica il fatto che in realtà sta parlando di valore della forza lavoro come merce, la quale, come tutte le merci, è determinata dal tempo di lavoro necessario per riprodurla».
Il capitalista non paga il lavoro, se non in quella parte della giornata lavorativa necessaria per riprodurre la forza lavoro, ossia i suoi mezzi di sussistenza e sostentamento. L’altra parte consiste in lavoro non pagato, gratuito, plusvalore assoluto, il mistero svelato della specifica modalità attraverso cui i capitalisti generano il profitto. Il lavoro salariato è già di per sé la forma moderna della schiavitù, seppure mascherata da un finto scambio di equivalenti tra capitale e lavoro. Nella Critica al programma di Gotha Marx attacca con veemenza l’ideologia lavorista dei socialdemocratici tedeschi e di Ferdinand Lassalle: l’operaio rimane schiavo, a prescindere che sia pagato tanto o poco, il che dipende dalla dialettica rivendicativa, pure importante, ma che non mette in discussione le fondamenta del sistema.
Ma oggi la situazione è già diversa: perlomeno nelle precedenti fasi del capitalismo sussisteva un rapporto dialettico tra capitale e lavoro. Un rapporto salariale strutturato che in ogni caso stabiliva il principio che non potesse esistere lavoro gratuito, apertamente schiavistico o servile. Nel lavoro post-fordista il salario viene totalmente destrutturato e non vi è più alcun criterio di misura e di proporzione tra valore e tempo di lavoro. Nella marxiana sussunzione reale l’intera società viene piegata e sottomessa ai meccanismi di valorizzazione. In questo modo tempo di lavoro e tempo di vita tendono a coincidere nella circolazione produttiva e il dominio capitalistico si dispiega sull’intero arco della riproduzione sociale. Il capitale assume la forma compiuta di potenza biopolitica, di biopotere che sovrasta il mondo della vita in tutti i suoi molteplici aspetti. Cosa misura più cosa? La ricchezza è un prodotto della cooperazione generale, in cui sempre di più lavoro e non lavoro si intrecciano indissolubilmente nel tempo di vita di ogni singolo. E allora, come può essere determinata la quota parte di reddito che spetta a ciascuno in base al tempo di lavoro?
Marx è stato un grande anticipatore di questi processi: in particolare ne Il frammento sulle macchine nei Grundrisse. Qui troviamo alcune delle intuizioni più potenti e feconde di Marx, la tradizione che fonda il nostro agire critico-rivoluzionario e non c’è nessun nuovo inizio senza un recupero innovativo di essa. Mai come in questo caso vale la concezione della storia antistoricistica ed antipositivista di Ernst Bloch, sulla «attualità del non contemporaneo»: il Marx dei Grundrisse è un non contemporaneo estremamente attuale.
L’automazione dei processi produttivi rende sempre più inutile il lavoro umano, inteso come lavoro comandato, subordinato, come triste destino di pena e fatica. Eppure, nonostante questa enorme potenzialità di liberazione, mai come oggi lo sfruttamento globale si manifesta in tutta la sua pienezza, con la reintroduzione di forme precapitalistiche, che richiamano le corvée medievali o la schiavitù dell’era antica.
C’è qualcosa che non funziona nello schema marxiano, non tanto nella sua straordinaria intuizione nei Grundrisse, bensì nella linearità del processo da lui individuato: la sostituzione del lavoro umano con le macchine non porta in maniera automatica e deterministica alla liberazione e creazione di un uomo nuovo, in cui il libero sviluppo di tutte le potenzialità di ognuno diventa la condizione per il libero sviluppo di tutti.
Marx è uomo della sua epoca, intrisa di positivismo e determinismo: sta a noi raccogliere le sue potenti intuizioni ed adeguarle al capitalismo contemporaneo, nella forma della globalizzazione neo-liberista.
La crisi della legge del valore, anche nella sua versione riformista e socialdemocratica del giusto salario e del mito della piena occupazione, non impedisce al capitale di farla vivere in maniera del tutto artificiosa, come ideologia di puro comando: produzione di merci a mezzo comando, senza più alcun criterio di misura e proporzione. È evidente, a questo punto, la metamorfosi del lavoro salariato in lavoro servile o neo- schiavistico.
È necessario che l’homo laborans (termine con cui i latini chiamavano lo schiavo) sia a disposizione 24 ore su 24, subordinando tutto il tempo di vita all’economia della promessa, alla speranza di racimolare qua e là quote di reddito per sopravvivere. Ma quantomeno la schiavitù antica e quella moderna, mascherata sotto la forma del salario, dedicava una quota di lavoro necessario alla sopravvivenza della forza-lavoro. Oggi, l’ideologia neoliberista, egemone nella sussunzione reale, va molto oltre: «ognuno deve diventare imprenditore di sé stesso», mettendosi sul mercato in una competizione orizzontale e universale. Una vera e propria guerra sociale per la sopravvivenza, un bellum omnium contra omnes su cui Thomas Hobbes fonda i principi dello stato autoritario ed il disciplinamento delle dangerous classes, come succede nel capitalismo post-fordista con il crollo della democrazia rappresentativa e lo sviluppo di un nuovo fascismo post-moderno, istituzionale e sociale. Gli apologeti lavoristi dell’automazione in atto sostengono che la disoccupazione di massa da essa provocata sarà compensata da nuovi lavori; si tratta solo di aspettare ed intanto adattarsi a qualsiasi ruolo tappabuchi, al servizio della mega-macchina della circolazione produttiva.
Questi signori al soldo del capitale, siano essi di destra o di sinistra, mentono sapendo di mentire: proprio perché automazione ed innovazione tecnologica sono processi strutturali ed irreversibili e poiché essi implicano nella loro stessa essenza il risparmio di lavoro, è logicamente evidente che anche i nuovi lavori saranno investiti dallo stesso paradigma. Essi semmai saranno monopolio esclusivo di una ristretta élite estremamente selezionata in base a criteri di classe e di fedeltà al sistema: esperti, dirigenti, ingegneri, manager, forza lavoro altamente qualificata a cui i capitalisti delegano funzioni di comando sopra una massa sociale di enormi proporzioni, dequalificata, impoverita, totalmente disciplinata ed asservita. Un’immensa riserva di servi che devono anche desiderare di esserlo, contenti della loro condizione e che si identificano con le oligarchie dominanti invece che con i bisogni della propria classe.        
Diceva Hahhah Arendt: «viviamo in una società di lavoratori in cui non c’è più bisogno di lavoro. Non si potrebbe immaginare niente di  peggio». L’ideologia del lavoro, e l’etica calvinista del lavoro come unica speranza per la salvezza, è una infernale macchina di comando e dominio sociale.
Il lavorismo svela fino in fondo la sua essenza: un dispositivo di disciplinamento e controllo sociale, come già aveva descritto ed intuito Foucault a partire da Sorvegliare e punire, in cui si individuano i meccanismi attraverso cui la modernità, fin dalle prime fasi dell’accumulazione capitalistica, si pone l’obiettivo prioritario di piegare i corpi ed i comportamenti dentro la norma produttiva dominante, dentro luoghi di segregazione e sfruttamento quali le work- houses, in cui lo scopo principale era quello di educare alla disciplina del lavoro la moltitudine di poveri e diseredati. Un dato di esproprio, comando ed imposizione sta all’origine dell’accumulazione di capitale e questo atto, marcato con la violenza, col sangue e con il fuoco, si ripete in ogni nuova fase dell’accumulazione.
Ma oggi, nella sussunzione reale dispiegata, c’è un salto di qualità: il controllo non deve più essere esercitato solamente sui corpi, ma deve impadronirsi delle menti, produrre una soggettività che interiorizza il dominio, in cui lo schiavo si identifica col padrone, rovesciando paradossalmente la dialettica delineata da Hegel nella Fenomenologia dello Spirito. La giornata lavorativa, così come l’abbiamo conosciuta nella fabbrica fordista, lineare, scandita da tempi regolari, con la sua divisione rigidamente prefissata tra tempo di lavoro e tempo libero, tra parte di “lavoro necessario” per la riproduzione della forza lavoro sotto forma di salario e parte di pluslavoro-plusvalore non retribuito, è completamente saltata. Essa aveva come condizione imprescindibile una politica di piena occupazione, lo sviluppo illimitato delle forze produttive, il welfare. La giornata lavorativa è stata scomposta, frammentata, suddivisa e la forza lavoro sociale ridotta ad atomi di tempo individuali, da usare e ricombinare a comando, totalmente subordinata alle esigenze del mercato, assolutamente precaria, intermittente, mobile. Tempo di vita e tempo di lavoro si mescolano e si confondono: in effetti è la vita stessa ad essere messa a valore, in ogni sua articolazione. Il plusvalore non viene più estratto dalla giornata lavorativa unica, bensì dall’insieme combinato di differenti giornate lavorative, dove salta ogni misura e proporzione e dove l’unico criterio è la deregulation strutturale.
Tutto ciò non è un prodotto inevitabile della crisi, come se essa fosse qualcosa di oggettivo, ma è l’uso capitalistico della crisi. La crisi non è altro che accumulazione smisurata di ricchezza nelle mani di pochi, sottratta alla cooperazione sociale, che ha impoverito moltitudini immense di uomini e donne. La crisi non ha niente di oggettivo, ma un segno di parte, una configurazione immediatamente politica e di classe.
La mistificazione sulla natura della crisi è efficace: la filosofia della miseria, della scarsità, del bisogno-desiderio di lavoro in quanto tale, come unica possibilità di considerarsi uomini e cittadini, è profondamente iscritto nella logica dell’alternanza scuola lavoro. La paura governa tutti questi processi e su di essa, da sempre, questa rappresenta l’essenza del dominio: il dominio è paura, la paura è dominio.
La piena occupazione non ci sarà più, visto che l’automazione procede inesorabilmente; gli studenti dell’alternanza non faranno per la maggior parte il lavoro adeguato al corso di studi, ma saranno forza lavoro astratta, nel senso marxiano del termine, generica, undeskilled, dequalificata o sotto qualificata. L’alternanza serve soprattutto a plasmare soggetti totalmente addomesticati, disponibile ad accettare qualsiasi ricatto, lavori sottopagati o addirittura prestazioni gratuite a servizio della nuova fabbrica sociale. Tutto il giorno a disposizione: i tentacoli del controllo capitalistico si allungano su ogni frammento della vita umana, su ogni atomo di tempo, ma soprattutto esso deve essere interiorizzato e diventare parte della formazione del lavoratore. Non è un caso che questa strategia sia particolarmente apprezzata dalle varie catene multinazionali del capitalismo globalizzato, Mc Donald, Zara, Benetton, Eataly ed altre.
Diventa perciò fondamentale riprendere con forza l’idea del reddito universale di cittadinanza, sganciato dal lavoro e dalla miseria del lavorismo: l’enorme quantità di ricchezza prodotta ed i processi di automazione sempre più sviluppati lo rendono non solo possibile, ma necessario.
In primo luogo, occorre liberarsi dalla superstizione secondo cui il lavoro è l’unica fonte di identità umana e non invece lo sviluppo delle attività superiori, l’arricchimento spirituale, l’arte, la cultura, lo sport o tutto quello he aumenta la nostra potenza di vivere. «Chi dice che vi sia più conoscenza nel lavoro che nel godimento?» diceva Gilles Deleuze. In secondo luogo, il diritto alla vita deve essere socialmente garantito per tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla prestazione di tempo di lavoro: «ridurre lavoro, liberare vita», questo il presupposto della rivoluzione sociale, lunga e difficile, ma già attuale!