venerdì 21 luglio 2017

Appello di padre Alex Zanotelli ai giornalisti: «Rompiamo il silenzio sull’Africa»



Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani.
Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.
Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)

È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.
È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.
È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.
È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.
È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.
È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.
È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.
Èinaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.
È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.
È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.
È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).
Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.
Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi.
Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti.
Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.
Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.
E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).

Per questo vi prego di rompere questo silenzio- stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.

(Alex Zanotelli è missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell'Africa e direttore della rivista Mosaico di Pace.)

da qui

giovedì 20 luglio 2017

scurdámmoce 'o ppassato

Il capo della polizia Franco Gabrielli dice che la gestione dell’ordine pubblico a Genova nel 2001 fu una catastrofe, che nella caserma di Bolzaneto (e nella scuola Diaz, aggiungiamo) venne applicata la tortura (come nel film Garage Olimpo, dice).

Proprio in questi giorni scade l’interdizione dai pubblici uffici per un gruppo di dirigenti della polizia condannati nei tribunali.

Mi viene una domanda al capo della polizia: se tutto quello che dice è vero, e se tutti i protagonisti di quei giorni ancora sono in polizia, continueranno a fare i dirigenti o dal giorno della sua intervista verranno retrocessi a pulire i cessi delle questure e delle caserme, o verranno licenziati?

O le sue parole sono un modo moderno (o postmoderno, chissà) per dire:
“Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto...
chi ha dato, ha dato, ha dato...
scurdámmoce 'o ppassato”  (qui il testo completo della canzone, per gli amanti della musica napoletana)


Intanto ecco un’intervista di Lorenzo Guadagnucci (apparsa su Altreconomia), vittima e testimone di quei giorni, che traduce e critica le parole del capo della polizia.

mercoledì 19 luglio 2017

due interviste a James Petras


Il giornalista uruguaiano Efraìn Chury a Radio Centenario intervista il sociologo statunitense James Petras, professore all’Università di Binghamton (NY) esperto analista di questioni politiche riguardanti l’America Latina e il Medio Oriente.

Domanda:  Lei sa che le notizie che diffondiamo in America Latina sono sorprendenti poiché si parla di manipolazione delle elezioni nord americane attraverso l’ingerenza della Russia.  Come si vive tutto ciò negli Stati Uniti? Qual è l’opinione di Trump? Cosa dicono i democratici? Che dice Hilary Clinton?

PetrasBene, potremmo iniziare con il sottolineare la gravità di ciò che sta accadendo. Non è altro che  un golpe. Un golpe istituzionale che cerca di negare l’elezione di Donald Trump. Sono istituzioni come la CIA che stanno orchestrando la cosa per delegittimare il nuovo governo e considerarlo traditore del paese.  Ossia, si fa intendere che Trump sia un traditore, un complice della Russia che con i suoi servizi segreti penetra nello Stato influenzando le nomine dei collaboratori di Trump. Con questo golpe il Congresso e tutti i partiti di destra, di centro e di sinistra si stanno mobilitando per negare il risultato delle elezioni.
In altre parole, Trump sarebbe complice della Russia e tutti i suoi collaboratori complici di questa farsa. Niente di tutto ciò è stato provato, sono informazioni inventate dalla CIA che entra nella politica interna per negare le decisioni costituzionali.
E’ il modello che hanno utilizzato in Brasile, Paraguay e Honduras. Paesi in cui settori attuali di governo hanno delegittimato i loro presidenti eletti democraticamente per prendere il potere. Il caso attuale negli Stati Uniti è ancora peggio, poiché si accusa il presidente eletto di essere un traditore, di aver legami con una potenza straniera tradizionale nemico degli USA. Barack Obama, un presidente che ha manifestato apertamente ingerenza in tutto il mondo, intervenendo in tutti i golpe, ora interviene nel suo proprio paese riproponendone lo stesso scenario. E per la prima volta nella storia assistiamo alla versione del golpismo latino americano all’interno degli stessi USA.
La stampa borghese, quella liberale e di centro sinistra sono complici e non fanno altro che ripetere le accuse di tradimento e cospirazione russa senza avere alcuna prova e senza contraddittorio. 
Trump intanto risponde con la nomina di  militari e multimiliardari per contrastare le istituzioni che Obama gli ha messo contro. Esiste una disputa di potere molto interessante all’interno delle istituzioni nord americane, una lotta tra élite.
Avendo affidato ai militari, importanti incarichi sulla sicurezza, Trump sta creando un potere militare enorme in modo da resistere al golpe organizzato dalla CIA. Insieme ai multimiliardari sta giustificando le sue relazioni con la Russia. Infatti il nuovo cancelliere è l’ex direttore della Exxon, l’impresa petrolifera più importante al mondo, molto legata alla Russia da scambi commerciali.
Di recente, Trump ha realizzato una serie di viaggi in visita a diverse città, riempiendo stadi interi per reagire appunto ai settori della sinistra e di centro-sinistra che fanno, stavolta, la parte delle comparse dei golpisti.
Viviamo una situazione da guerra civile clandestina, perché sta accadendo in gran parte all’interno delle istituzioni. Una guerra dell’FBI contro la CIA, i militari contro i congressisti, i multimiliardari  contro loro stessi, un settore contro l’altro. E di questo non ne parla alcun mezzo di comunicazione, né i critici né coloro che appoggiano l’attuale processo politico.
Pensiamo che la realtà sia questa, proprio perché siamo abituati a vedere ciò che accade ed è accaduto in America Latina negli ultimi anni. E’ evidente che si sta verificando una replica simile in nord America. Lo capiamo meglio proprio dopo averlo osservato negli ultimi golpe accaduti in America Latina.



Domanda:  Un’altra questione importante da discutere è quella dell’Unione Europea, dei suoi movimenti politici e delle mutazioni di alcuni governi come ad esempio in Italia.  Qual’ è il tuo punto di vista?


Petras:  É un miscuglio di forze. Da un lato abbiamo il Movimento Cinque Stelle (di Beppe Grillo), che è un partito eterogeneo, più o meno di centro-sinistra, di opposizione al governo di Matteo Renzi, poiché gli ex-comunisti si sono “destrizzati”, anzi diciamo pure che si son trasformati in un partito di centro-destra.  Oltre a loro, c’è Forza Italia o il gruppo di Berlusconi, e la Lega Nord , che sono schieramenti molto di destra. Al momento esiste un’alleanza di centro-sinistra e di destra contro il governo di centro-destra di Matteo Renzi.
Tra gli oppositori di Renzi ci sono molte imprese locali, settori che temono che, la centralizzazione del potere, potrebbe emarginare le piccole e medie aziende e i professionisti non vincolati all’apparato dello Stato . L’esito del referendum  del 4 dicembre scorso sulla riforma costituzionale ha portato alla caduta del governo e alle dimissioni del primo ministro Matteo Renzi.
Esistono inoltre forze all’opposizione che sono contro l’Unione Europea e l’oligarchia di Bruxelles così come anche altri gruppi che continuano ad appoggiare l’Unione Europea.



Domanda: parliamo ora di Siria e Turchia. Perché questo impegno da parte dell’Unione europea, degli USA, della Turchia e di altri paesi di buttare giù  Bashar al-Assad? Come vedi la situazione in Siria in questo momento?

Petras: Ci sono diversi interessi, per esempio, la Turchia desidera conquistare parte della Siria, il nord del paese e anche dell’Iraq, la sua politica imperialista è finalizzata al recupero dell’immagine “ottomama” del passato. Gli Stati Uniti, cosi come in Libia e in Irak, tentano di buttar giù i governi senza avere la minima idea di chi potrebbe sostituirli.
Inoltre, anche Israele desidera una Siria divisa, frammentata e fragile e sta pure guadagnando consensi. L’ Arabia Saudita  è contro Bashar al-Assad, per il fatto di essere un governo secolare ma democratico e popolare, e ne appoggia la sua caduta proprio a causa delle loro differenze.
Quindi sono tanti gli interessi cha hanno scatenato la reazione di Israele, Turchia e Arabia Saudita, capeggiati diretti e finanziati sia dall’ Arábia Saudita stessa che dagli USA, i quali hanno già inviato più di 1000 soldati delle forze speciali per appoggiare  terroristi e  mercenari  erroneamente chiamati ribelli. E’ una propaganda che la destra utilizza per camuffare i terroristi invasori e mercenari. 
Il problema è che la stampa di centro-sinistra, come Página/12 (in Argentina) o come  La Jornada (in Messico), utilizzano la stessa retorica statunitense e citano reportage prodotti a Washington.  Dobbiamo riconoscere la grande vittoria di Bashar al-Assad e dei suoi alleati iraniani e libanesi sostenuti dalla Russia nella riconquista della città di Aleppo.
Mentre le forze filo-siriane avanzano e riescono a liberare Aleppo, Washington facilita la fuga dei terroristi dall’Irak per lanciare un’offensiva contro Palmira nel sud-est della Siria. Non è un caso che il Daesh ( la versione irachena dello Stato Islamico) riesca a radunare più di 4000 uomini per invadere e recuperare gran parte di Palmira dove attualmente è in corso una guerra feroce. Da dove sono venuti? Come son riusciti a trasportare cosi tante armi pesanti e così velocemente.  Come son riusciti ad entrare con le armi nel paese? Evidentemente, una parte consistente di terroristi è arrivata dall’ Irak e da altri luoghi grazie all’ appoggio delle forze speciali degli Stati Uniti.



Domanda: Per concludere la nostra intervista … immagino che tu stia lavorando su altre questioni. Ce ne vuoi parlare?
Petras: Si, certo. Abbiamo parlato già di Stati Uniti e Medio Oriente, per finire dobbiamo discutere dell’esperienza argentina. I mezzi di comunicazione negli Stati Uniti, in Europa e a volte di una parte importante di quelli dell’America Latina, pensavano che col governo Macri ci sarebbe stato un incredibile miglioramento delle condizioni economiche del paese tale da portare sviluppo e ricchezza nel paese con un forte consenso popolare.
Solo che queste supposizioni non si stanno concretizzando. Al momento ci sono più di 400.000 nuovi disoccupati , il numero dei nuovi poveri è cresciuto di 4.000.000 (su una popolazione di 30 milioni di abitanti) .  E per di più, dal punto di vista economico potremmo dire che l’indebitamento e la diminuzione delle imposte in Argentina non hanno attratto il capitale come ci si aspettava. Anzi, nell’ultimo periodo abbiamo assistito alla fuga dei capitali all’estero: circa 12 miliardi di pesos sono finiti a Londra, Washington e altri in Uruguay.
Le esportazioni sono diminuite del 6%, il PIL ha anche subito la caduta del 4,7%, il debito è cresciuto di 87 miliardi di pesos. Mentre il debito aumenta, l’economia cade a picco e naturalmente a nessun capitalista vorrebbe in mente di investire in Argentina, specialmente con un’ inflazione del 4% al mese, con un debito fiscale del 9% perché nessun capitalista penserebbe mai di impegnarsi con l’ Argentina nei prossimi anni.
In termini socio-economici, Macri è un disastro totale. Al contrario di qualche altro governo che conosciamo, non c’è giustificazione al suo comportamento.  Ma i media ufficiali tentano ancora di inventare qualcosa di positivo. Gli speculatori di New York ( i fondi speculativi) hanno incassato i suoi soldi, hanno riempito le loro tasche e son scappati via. Il discorso di Macri, contrariamente a quello di Cristina Kirchner, era di far pagare all’ Argentina i fondi “avvoltoio” perché cosi ci sarebbero stati nuovi investimenti nel paese, ma questo non è successo.
E ora cosa ci dobbiamo aspettare? Che ampi settori della società si oppongano a Macri. Non c’è alcuna possibilità di mantenere o guadagnare forze politiche in parlamento. Ci aspettiamo che il governo venga destabilizzato dai suoi propri errori o che venga costretto a lasciare il potere a causa delle rivolte popolari come è successo a Fernando de la Rua. L’ instabilità sta crescendo. Macri si mantiene al potere perché i burocrati corrotti del CGT (una delle centrali sindacali argentina) continuano a cercare un’uscita negoziata che è impossibile. Se non fosse per i burocrati sindacalisti, questo governo, paralizzato al suo interno, potrebbe cadere.
Ciò che mantiene Macri al potere non è la sua politica né le sue misure economiche e neanche i militari che lo sostengono.  Ciò che lo salva è il fatto che il movimento popolare sta cercando una via d’uscita politica ma manca al sindacato  la giusta strategia per uscire dalla crisi politica.


Testo originale: qui
(Traduzione : J.M. de Oliveira )


James Petras: «Il futuro a rischio del Latino America ribelle»

Intervista di Geraldina Colotti

«Le forze conservatrici agiscono ora su tre fronti: quello del golpismo in Venezuela, quello dell’impeachment in Brasile e quello istituzionale in Argentina» dice a Il Manifesto James Petras.
Analista politico e saggista statunitense, Petras ha scritto molti libri sul ruolo degli Usa nel sud del mondo e in particolare in America latina. Recentemente, l’editore Zambon ha pubblicato «Repubbliche sorelle. Venezuela e Colombia di fronte all’imperialismo contemporaneo»: 12 saggi introdotti da Lucio Bilangione e con un documento storico delle Farc sul processo di pace in corso all’Avana.
L’Argentina va a destra, il Brasile è in bilico, il Venezuela non ha il vento in poppa. E gli Stati uniti hanno firmato l’Accordo transpacifico. È finito il ciclo progressista in America latina?
James Petras, foto Reuters
Nei primi anni del nuovo millennio sono sorti grandi movimenti popolari. In Argentina hanno fatto cadere tre governi, il movimento piqueteros allora, bloccava le strade, nelle grandi città c’era un doppio potere basato sui consigli di quartiere, di fabbrica. In quella situazione la sinistra poteva rovesciare un governo ma non aveva abbastanza forza per dirigere il percorso. Nestor Kirchner (e poi Cristina) e Lula in Brasile hanno rappresentato il centrosinistra nella misura in cui hanno accettato di portare avanti alcuni programmi sociali contro la povertà, la disoccupazione, i bassi salari. Con un piano di investimenti pubblici sono riusciti a recuperare l’economia, hanno salvato il capitalismo dalla bancarotta. Allo stesso tempo, però, hanno debilitato i movimenti popolari, cooptandone molti dirigenti. Il nuovo ciclo di crescita ha consentito una relativa redistribuzione delle entrate provenienti dal commercio estero della soia, del ferro o del petrolio che avevano prezzi alti nel mercato. Questo ciclo termina con la fine della prima decade. Dal 2011-2012, le forze conservatrici riprendono forza: la caduta dei prezzi, la pressione del settore finanziario per ridurre la spesa sociale, il deficit, spingono i governi progressisti a fare concessioni all’Fmi, ad accettare misure di austerity. Soprattutto in Brasile, questo produce tre poli di conflitto: una destra insurrezionale, classi popolari disincantate e un centrosinistra debilitato, incapace di difendere le conquiste prodotte negli ultimi anni. In questo contesto, Washington ne approfitta per sospingere le destre di opposizione: sostiene Macri in Argentina, Aecio Neves in Brasile e cerca di destabilizzare il governo ecuadoriano o boliviano. Washington oggi agisce su tre fronti: quello del golpismo, in Venezuela, quello dell’impeachment in Brasile e quello della via elettorale in Argentina. Un pericolo che va al di là di un cambio di governo perché mira a far ritornare il continente alle politiche neoliberiste degli anni ’90, alle privatizzazioni subordinate agli Usa e allo smantellamento dell’integrazione latinoamericana. La sfida che abbiamo di fronte non è da poco: tornare indietro o mantenere le principali conquiste degli ultimi anni anche nelle diverse condizioni.
Tuttavia, dal Brasile all’Ecuador, dall’Argentina alla Bolivia, e in parte anche in Venezuela, alcune frange di sinistra considerano tempo perso la difesa di governi progressisti che non hanno mantenuto le promesse.
Penso anch’io che Correa e Morales non abbiano mantenuto molte promesse. L’estrattivismo continua a essere asse centrale delle loro politiche, hanno firmato accordi con il gran capitale. In una recente riunione del Financial Times, a New York, Morales ha invitato oltre un centinaio di grandi imprenditori a investire nel suo paese, per sfruttare le risorse minerarie. Non bisogna esagerare la portata di sinistra che hanno questi governi, ma non bisogna neanche tacere che hanno portato benefici sociali e una politica estera critica dell’imperialismo: la battaglia contro il debito estero in Ecuador, il riscatto degli indigeni in Bolivia. E per questo non sono d’accordo con quelli che preferiscono marciare con l’oligarchia anziché contestarla. Non capiscono che le destre possono appropriarsi delle critiche per andare al potere e spingere ancora più a fondo l’offensiva conservatrice. Per il Venezuela, invece, le cose sono più chiare. Non a caso, è da tempo il principale obiettivo degli Stati uniti.
…E il 6 dicembre ci saranno le elezioni parlamentari. Che scenario si prospetta in Venezuela?
Gli Stati uniti hanno investito milioni di dollari nella campagna delle destre e dei loro gruppi extraparlamentari, in Venezuela. La considerano una ghiotta opportunità per creare una paralisi nel governo e, con una eventuale maggioranza parlamentare, esigere subito un referendum per cacciare Maduro. In ogni caso, la destra ha preannunciato che non riconoscerà il risultato, griderà alla frode e mobiliterà la sua forza di shock per le strade. È uno scenario che abbiamo già visto, e con la situazione di tensione alla frontiera con la Colombia non possiamo escludere nessuna possibilità. Non dimentichiamo che, durante la recente chiusura della frontiera, la Colombia ha rifiutato di riconoscere i problemi creati dai contrabbandieri e dai paramilitari che agiscono al confine col Venezuela. Gli Usa pensano al processo di pace in Colombia come un’occasione per prendere due piccioni con una fava: eliminare la guerriglia e liberare truppe colombiane per destabilizzare il Venezuela e riprendere il controllo su tutta l’America latina e i Caraibi.
Non crede che la soluzione politica in Colombia possa andare in porto? Pensa che anche questa volta la guerriglia finirà intrappolata in un bagno di sangue?
Le trappole sono tante e così pure i punti da chiarire. Innanzitutto perché le parti non hanno trovato accordo su un punto fondamentale: le forze militari governative. La proposta di Manuel Santos mira semplicemente a ottenere il disarmo unilaterale delle Farc. Ma cosa dice degli oltre 500 mila militari armati che incombono sui movimenti sociali? E dei paramilitari che non sono mai stati davvero smobilitati? Cosa garantisce che, una volta riconsegnate le armi, i guerriglieri non finiscano nuovamente massacrati come in passato? Non si può guardare alla pace solo in termini di disarmo unilaterale. Un secondo problema è costituito dalle basi militari Usa. La loro nutrita presenza sul territorio non è stata oggetto di negoziato. E finché la «consulenza» del Mossad e della Cia continuerà a pesare sui ministeri degli Interni e della Difesa colombiani, parlare di pace sarà perlomeno azzardato. Negli Stati uniti vi sono forze che spingono per concludere un accordo di pace con le Farc per disarmarle e per liberare effettivi militari da impiegare nelle missioni regionali.

Il post-conflitto è però anche un buon affare: lo hanno ribadito sia Santos che i suoi protettori nordamericani
Negli Stati uniti la tendenza alla guerra, all’aggressività in politica estera, all’uso indiscriminato della forza oggi è molto potente: nei confronti della Russia, dell’Iran, anche della Cina. L’abbraccio tra Obama e Netanyahu ogni settimana stritola le vite dei palestinesi. A Cuba, spingono perché si affermi uno sviluppo capitalista. Con l’Iran premono per un disarmo unilaterale senza sospendere davvero le sanzioni. E se si rafforza l’influenza interna degli ufficiali Usa legati a Israele, gli accordi potrebbero essere sabotati. Una tendenza aizzata da una destra interna che vuole espellere 11 milioni di migranti, pensa che la teoria dell’evoluzione non abbia basi scientifiche, che il riscaldamento globale non sia una realtà: una destra arcaica, ma che rappresenta il 30 o 40% dell’elettorato, e su cui Wall Street ha potere ma non sufficiente controllo. Se Obama ha dato prova di militarismo, ma ha comunque proposto un piano per l’immigrazione, per la salute dei più poveri, i Repubblicani e ancor più la loro estrema destra possono andar fuori controllo: al punto da distruggere i mercati, da confliggere con gli interessi economici di quei settori del capitale multinazionale che avrebbero, per esempio, continuato a fare affari con Gheddafi e non hanno gradito di vedersi complicare le cose in questo modo. Dalla Silicon Valley arrivano inviti ad abbassare la tensione con la Cina, ma intanto la Cina è fuori dal Tpp e ne è il bersaglio.
Dall’Europa, al Centroamerica e agli Stati uniti, gli indignados protestano contro la corruzione e contro un sistema politico escludente. Può nascere da lì un’alternativa?
La corruzione dei sistemi politici dilaga, in America latina come in Europa. Negli Stati uniti è istituzionalizzata attraverso le lobby che vanno al Congresso per comprarsi i deputati. L’etica è un fattore importante, ma per farne cosa, per moralizzare il capitalismo? Perché il capitalista persegua i propri scopi senza dover comprare i congressisti? Senza porsi la domanda di fondo, l’indignazione rifluisce e lascia le grandi masse senza prospettiva. Da noi, il movimento Occupy ha avuto grande impatto mediatico, molti fuochi pirotecnici, un bel po’ di repressione, ma senza un’agenda politica organizzativa, è già preistoria.

ricordo di Liu Xiaobo







martedì 18 luglio 2017

senza luce

Nell’indifferenza dei mass-media si discute alla Camera dell’aggressione saudita allo Yemen

Nel disinteresse generale, a parte la Sardegna dove seguono la vicenda, è iniziata la discussione sulle mozioni relative alla guerra in Yemen. Dopo quattro interventi sulla discussione generale, la votazione e le dichiarazioni di voto sono state rinviate ad altra seduta, sul sito non ho trovato la data.
Sono intervenuti Marcon e Frusone che hanno illustrato le mozioni di Sinistra Italiana e altri e del Movimento 5 Stelle.
E’ intervenuto anche Cova del Pd che ha proposto una conferenza di pace per la guerra in Yemen a Roma.
Per il governo è intervenuto il sottosegretario Amendola che in sostanza ha sostenuto, come era prevedibile, che l’intervento saudita è stato richiesto dal governo yemenita dopo essere stato deposto da una insurrezione degli Huti e che la vendita di armi italiane all’Arabia saudita avviene nel rispetto delle leggi vigenti.
Ha però detto, come riportato dal sito della Camera: “Siamo consapevoli del moltiplicarsi delle notizie di vittime tra la popolazione civile e di infrastrutture di base prese di mira dalle azioni militari di tutte le parti coinvolte nel conflitto; notizie che, peraltro, trovano riscontro nei rapporti delle organizzazioni internazionali umanitarie.”
Insomma ha ammesso che anche la parte dei sauditi è accusata di colpire civili, scuole ed ospedali.
Ora, la legge 185/90 proibisce la vendita di armi ai paesi che si muovono in contrasto con il nostro art.11 della Costituzione o che violino i diritti umani, come si fa a non vedere che l’ Arabia saudita si muove in contrasto con l’art. 11 o che nella guerra yemenita viola i diritti umani ?
Si può fare solo girando la testa.
E’ quello che il governo italiano sta facendo.
Marco Palombo – Lista No Nato



Comitato Riconversione RWM. La questione “bombe” non è un problema locale ma riguarda tutti i sardi così come tutti i cittadini italiani

Il Comitato Riconversione RWM – C.R.R., nato il 15 maggio scorso ad Iglesias, a seguito della manifestazione per la Pace ed il Disarmo del 7 dello stesso mese e impegnato nella promozione della riconversione a produzioni civili dello stabilimento RWM di Domusnovas-Iglesias, in poco più di un mese ha raggiunto una visibilità non scontata ed alcuni piccoli risultati, grazie anche al sostegno di reti nazionali e di singoli parlamentari e persone impegnate nelle istituzioni:
– la Camera dei deputati ha calendarizzato per il 17 p.v. la discussione di una mozione sulla questione dell’esportazione di armamenti italiani in Arabia Saudita, la quale li utilizza nella guerra in Yemen contribuendo ad una catastrofe umanitaria senza precedenti, dopo la seconda guerra mondiale. La mozione era stata presentata nel corso della conferenza stampa del 21 giugno scorso, presso la Camera dei Deputati con la partecipazione di alcuni componenti del Comitato;
– il Comune di Iglesias, su richiesta del Comitato, discuterà della proposta di riconversione il prossimo 13 luglio, alle ore 19, nel corso di un Consiglio Comunale aperto appositamente convocato;
– la richiesta di ampliamento della fabbrica per la realizzazione di un campo prove esplosivi è attualmente sospesa in attesa di valutazioni del Servizio Valutazioni Ambientali della Regione Sarda, sollecitate dal Comitato e da associazioni ambientalistiche;
– nel pomeriggio del 13, il Comitato, costituito da 21 associazioni e 37 persone fisiche, animerà un momento informativo nella piazza del Municipio di Iglesias per far conoscere ai cittadini i vari aspetti legati alle produzioni della RWM ed alle relative ricadute ambientali.
Crediamo – comunicano dal Comitato – che la “questione delle bombe RWM” non sia un problema locale ma riguardi tutti i sardi così come tutti i cittadini italiani, per questo motivo abbiamo organizzato una Conferenza Stampa sotto il Palazzo regionale, proprio di fronte ai porti di Cagliari da cui partono regolarmente i carichi per l’Arabia Saudita“.
Chiediamo alla Regione – concludono – un forte intervento che faccia chiarezza sui dubbi di natura etica, ambientale, sociale e legale che tale produzione pone sotto gli occhi di tutti ma che individui soluzioni soprattutto per i lavoratori dell’RWM per i quali, in caso di fermata della produzione, si porrebbe l’incubo della disoccupazione in un territorio al momento colpito da una crisi occupazionale di cui non si vede soluzione. Invitiamo tutti i mezzi di informazione a dare ampia visibilità ad una iniziativa che parte da semplici cittadini e da organizzazioni della società civile e vuole essere una presa di coscienza ed un’assunzione di responsabilità rispetto all’uso del territorio sardo da parte di una società a capitale straniero che fa enormi guadagni esportando armi in un paese impegnato in una guerra non autorizzata da nessun organismo internazionale e verso la quale sono numerose le preoccupazioni espresse dall’ONU e dall’Unione Europea”.

Emergenza immigrati - Alessandro Gilioli


Al contrario di Matteo Renzi e moltissimi altri, io credo che l'Europa avrebbe fondati motivi nel caso avvertisse qualche senso di colpa nei confronti dell'Africa.
Intendiamoci: avremmo il dovere morale di intervenire per salvare vite umane dalle carestie e dalle guerre anche se non portassimo alcuna responsabilità. Ma avendo invece la coscienza piena di merda, il nostro egoismo è ancora più vergognoso e indicibile.
Merda, sì, che altro non è stato il colonialismo, lo sfruttamento delle risorse naturali, le stragi con il gas nervino, il sostegno a orrendi dittatori che però ci consentivano buoni business, il neocolonialismo aziendale e infine (forse la cosa più grave di tutte) l'esportazione di un modello - il consumo come ragione di vita - a miliardi di persone che a quel modello sono state convertite senza che avessero la possibilità di praticarlo.
Aiutarli "a casa loro" con quello che alcuni chiamano un piano Marshall, aiutarli ad attraversare in sicurezza il Mediterraneo, aiutarli a vivere: sono tutte azioni ovviamente ugualmente dovute - nemmeno "umanitarie", perfino dovute - che però nessun leader dei maggiori partiti intende attuare e neppure proporre perché da tempo la politica si è trasformata in puro inseguimento del consenso, ha rinunciato a dire ciò che è giusto ma impopolare - facendo anche pedagogia politica - nel tentativo invece di agguantare l'umore del momento tra i più.
E non serve a nulla discutere se la card salviniana di Renzi è stata "un errore di comunicazione" o una svolta in senso antimmigrazione, perché oggi comunicazione e politica sono la stessa cosa, e solo comunicare in modo "anticiclico" sui migranti consentirebbe poi di introdurre nel dibattito idee diverse dal chiudere i porti o dallo spegnere le luci alle navi delle Ngo.
Fate schifo, facciamo schifo. Noi europei, quasi tutti: tranne chi salva vite in mare e chi fa ogni giorno cooperazione in terra. Fanno schifo di sicuro i tre o quattro partiti maggiori italiani, tutti. Uno schifo senza fine fatto di ipocrisie ed egoismo, di inseguimento del consenso in una corsa al peggio morale, e di bugie tanto assurde quanto autoassolutorie su quello che è successo e che sta ancora succedendo: prima li abbiamo invasi, poi li abbiamo derubati, poi li abbiamo armati, poi li abbiamo abbandonati e respinti, infine li consideriamo. "un'emergenza".
E - qui viene quasi da ridere - li consideriamo un'emergenza nostra, non loro.
da qui

lunedì 17 luglio 2017

Venezuela: la rivolta dei ricchi - La Tabla

 (tradotto da  Fabrizio Verde)

Benacerraf, capo di una famiglia di banchieri da tre generazioni e di origine ebraico-sefardita, si aggiunge alla lista sempre crescente dei imprenditori che si sono uniti in forma diretta alle azioni cospirative per spodestare Nicolas Maduro, eletto nel 2013, il cui mandato di sei anni scade all’inizio del 2019.
Nonostante la borghesia venezuelana e i suoi operatori politici, associati in un’eterogenea coalizione di partiti denominata Mesa de la Unidad, abbiano sempre tentato di ridurre la visibilità dei suoi rappresentanti, in questi ultimi tre mesi di proteste violente non hanno potuto occultare il ruolo finanziario e operativo dei detentori della ricchezza.
Il banchiere, è legato ad Arístides Moreno e Roberto Picón, accusati di programmare un attacco informatico alle reti dell’organismo elettorale al fine di impedire le elezioni dei componenti l’Assemblea Nazionale Costituente, previste il 30 di questo mese.
Moreno è il CEO e fondatore di un conglomerato di servizi finanziari, Inversur, e presidente di una compagnia di distribuzione a domicilio di gas domestico a Caracas, Domegas.
Mentre Picón è dirigente e socio di un’impresa che opera in ambito IT, Consein, che opera in Venezuela e a Panama. Principale alleata commerciale di Microsoft.
Principale azionista di questa azienda è Isaac Saías Eseyeg, parente di Fortunato Benacerraf e dirigente di 100% Banco.
È interessante notare che Moreno e Picón sono sempre stati presentati come consulenti della MUD, mentre il loro ruolo di imprenditori non è mai stato rivelato pubblicamente.
Una delle azioni più importanti dei gruppi economici durante la fase più violenta del confronto è stata quella di fornire risorse per finanziare tali attività. Per questo hanno organizzato programmi di raccolta fondi attraverso pagine internet specializzate e reti sociali.
L’analisi delle tre principali iniziative, che in soli 10 giorni sono riuscite a raccogliere circa 100 mila dollari per acquistare caschi, scudi artigianali e forniture mediche per i manifestanti, rivela la partecipazione dei giovani eredi di famiglie molto ricche e residenti nelle città degli Stati Uniti come New York e Miami.
Questo è il caso di Gaspard Hector Castro, residente a Miami, Aurora Kearney Troconis e Nelly Guinand, residenti a New York.
Interessante anche la storia della banda che ha attaccato con mortai tipo bazooka la base aerea La Carlota. Si tratta dei fratelli Ricardo e José Gabriel Adib Yatim, proprietari di un’azienda che produce mobili. Hanno agito con la collaborazione di Andrés Sena Pereira, rappresentate di un’impresa importatrice di prodotti alimentari che nel solo 2014 ha ricevuto ben 10 milioni di dollari al tasso ufficiale o preferenziale.
Bisogna anche ricordare che uno degli uomini coinvolti nel linciaggio del giovane Orlando Figuera, il 20 maggio ad Altamira, è Enzo Franchini Oliveros, socio e amministratore di una compagnia di costruzioni appaltatrice del gigante brasiliano Odebrecht.
Vi sono altre storie che coinvolgono membri della borghesia, questa volta agraria, come nel caso di un allevatore di Barinas che ha fornito una scavatrice per favorire saccheggi e la distruzione di edifici pubblici nella città di Socopó.
Mentre nello Stato Merida un agricoltore ha rifornito di cibo, bevande alcoliche e armi gli autori delle violenze nel municipio Obispo Ramos de Lora.
Questa serie di eventi conferma che la presunta rivolta in Venezuela è realmente diretta ed eseguita da una parte del mondo imprenditoriale, che ha visto minacciati i suoi interessi dalle politiche di inclusione e distribuzione della rendita petrolifera sviluppate dal Comandante Hugo Chávez e proseguite dall’attuale capo di Stato, Nicolás Maduro.

Stando in libreria è inutile girare il mondo – ripeteva Franco Rossi – perché è lui che gira attorno a te

«In libreria è il mondo che ti gira attorno»: chiude la storica Muratori di Modena - Giulio Cavalli



Se avesse una forma, dico la malinconia, sarebbe una libreria chiusa del centro storico in cui la gente non se ne sorprende nemmeno.  So che è un pensiero anziano, così poco aderente al tempo in cui la parola è un prodotto da vendere al chilo con prezzo concorrenziale e il libro è un prodotto da spedire alla velocità di un desiderio ma le macchie di curiosità impegnata che stanno nelle librerie meriterebbero di diventare monumenti, templi di cose belle da recintare portarci in visita i figli.

A Modena ha chiuso la libreria "Muratori". Sessant'anni di attività che avrebbe voluto festeggiare il 3 marzo dell'anno prossimo e invece la torta e le candeline rimarranno inscatolate nell'angolo degli oggetti di cui disfarsi. L'aveva fondata nel 1958 un giovanissimo Franco Rossi che, come fanno i librai che amano questo mestiere, si è preso cura della lettura e della memoria, attraverso i libri.

A Modena alla libreria "Muratori" sono passati Arnoldo Mondadori, l'ex presidente di Einaudi Roberto Cerati, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Cesare Zavattini. Lì in libreria, da Franco, passava Piero Angela per ricevere suggerimenti sui temi di cui occuparsi; lì in libreria Franco (il "libraio gentiluomo", come veniva chiamato dai funzionari della Biblioteca estense) aveva un consiglio per tutti: ci si prende cura dei lettori, nelle librerie con lo sguardo lungo, prima che dei libri.

"Stando in libreria è inutile girare il mondo – ripeteva Franco Rossi – perché è lui che gira attorno a te". Un libraio, vero. Una libreria, vera. Così diversa dai supermercati (anche) di libri o dagli espositori della ultime novità sempre allineati alle classifiche. "Per essere una libreria serve un libraio. Qui, il libraio, sono io", diceva Franco a chi gli chiedeva la differenza tra una libreria indipendente e una libreria da catena. Era ossessionato dal dovere di non appiattirsi sul presente editoriale, impegnato piuttosto a rendere la sua libreria un luogo in cui ci fosse traccia di ogni tempo. "Non bisogna avere solo i libri d'attualità – aveva detto Franco in un'intervista due anni fa, poco prima di mancare – ma anche quelli degli anni '70, '80, '90. Se tu mi chiedi un libro che è uscito nel 1997 vai là in magazzino e lo trovi. Io ho sempre fatto così."

Già, il magazzino. Il magazzino sta dietro un vecchio portone di legno e un lucchetto. "In magazzino i libri li ha sistemati tutti lui, dal primo all'ultimo – racconta la sorella Ivana, che ne ha raccolto l'eredità nella gestione della libreria e si ritrova a dover officiare il triste rito della chiusura – e Franco li conosceva tutti dal primo all'ultimo". Li "andava a trovare", come un padre. C'è un aneddoto che racconta perfettamente lo spirito della libreria: un giorno Franco Rossi citò a Spadolini un suo libro e l'ex Presidente del Consiglio, stupito per la citazione, confessò di non trovarne più in giro nemmeno una copia. Racconta Ivana: "È questo?, gli disse Franco. Lo stesso Spadolini fu sconvolto nel vedere proprio quel libro. E Franco, sorridendo, gliene fece omaggio".

Poi anche alla libreria Muratori hanno cominciato a scemare i clienti. "Negli ultimi anni abbiamo subito un crollo delle vendite di quasi il 50%", raccontava Franco sui giornali locali. E, al solito, provava a vedere con uno sguardo più appuntito rispetto alla visione generale: "I nostri clienti sono i vecchi clienti fidelizzati. Non ci sono giovani. Non c'è ricambio. Così come accade nel Paese: negli ultimi dieci anni stiamo andando in caduta libera. C'è una caduta di stile, una caduta di qualità e una caduta di contenuti che fa allontanare il pubblico": fino alla fine interessato ai lettori. Preoccupato per i lettori.

Oggi alla libreria Muratori, fino al 30 giugno, c'è la "grande svendita", che già a scriverla ricorda gli annunci scoloriti sui capannoni diventati scheletri. Intanto l'Associazione Italiana Editori nella sua indagine presentata qualche mese fa in chiusura di "Più libri più liberi", la Fiera nazionale della piccola e media editoria, ci dice che quasi 13 milioni di italiani vivono in città in senza nemmeno una libreria (e sono esclusi i Comuni dove possono esserci cartolibrerie, edicole-negozio, centri commerciali con librerie) e anche sulle biblioteche scolastiche i dati non sono incoraggianti: circa 3,5 milioni di studenti frequentano scuole con un patrimonio librario inferiore alla media, quindi hanno meno possibilità di scegliere cosa leggere.

Scriveva Sebastiano Vassalli: "Con la lettura ci si abitua a guardare il mondo con cento occhi, anziché con due soli, e a sentire nella propria testa cento pensieri diversi, anziché uno solo. Si diventa consapevoli di se stessi e degli altri. Gli uomini senza la lettura non conoscono che una piccolissima parte delle cose che potrebbero conoscere. La lettura può dare cento, mille vite diverse ed una sapienza ed un dominio sulle cose del mondo che appartengono solo agli dei."


E dentro la chiusura della libreria Muratori e tutte le altre librerie arrese in giro per l'Italia ci sono tutte le vite che ci stiamo perdendo. Almeno questo, Franco, non ha dovuto vederlo.

La ballata di Hiroshi - Ilenia Pastorelli



TESTO: Nicola Guaglianone, Fabio Di Ranno.
MUSICA: Fabio Di Ranno, Dario Vero
REGIA: Dominick Tambasco

domenica 16 luglio 2017

Gaza: l’esperimento israeliano su esseri umani costretti in situazioni di stress e deprivazione estremi - Gideon Levy


Sotto i nostri occhi è in corso uno dei più grandi esperimenti mai condotti al mondo su esseri umani, e il mondo tace. Il test è giunto al culmine e il mondo mostra disinteresse.
Questo esperimento non è stato autorizzato da nessuna istituzione scientifica internazionale, la cui supervisione è invece necessaria secondo la Dichiarazione di Helsinki; lo scopo è di indagare il comportamento umano in situazioni di stress e deprivazione estremi.
Il gruppo sperimentale non comprende pochi individui, non dozzine o centinaia, migliaia o decine di migliaia, centinaia di migliaia di persone: la popolazione sotto esperimento conta almeno due milioni di esseri umani.
Ad oggi, hanno sostenuto egregiamente la prova. La pentola a pressione in cui sono confinati non è ancora esplosa, sebbene sia evidente qualche turbolenza al suo interno. La striscia di Gaza è tenuta sotto osservazione per vedere quando e come, infine, esploderà. Sembra sia solo questione di tempo.
Per Israele, l’Autorità palestinese e l’Egitto si presenta così: cosa accade a due milioni di esseri umani quando si sottrae loro la corrente elettrica per quasi tutte le ore del giorno e della notte? Cosa succede in inverno, in primavera e soprattutto adesso, nella mostruosa calura dell’estate mediorientale?
Come tutti gli esperimenti simili, anche questo procede per gradi. L’acqua in cui si cucina la bestiola va scaldata e portata a bollitura in maniera graduale.
All’inizio hanno privato Gaza di corrente elettrica per un terzo delle 24 ore quotidiane, quindi per circa la metà, ora hanno abbassato il livello così da fornire elettricità ai due milioni di residenti per due ore e mezzo soltanto al giorno. Si sta a vedere cosa questo possa far loro. Si guarda come reagiscono. E quando si fornirà loro energia elettrica per una sola ora al giorno? O alla settimana? L’esperimento è ancora al primo stadio, non è possibile prevederne gli esiti.
Il test si svolge in un pezzo di terra fra i più maledetti al mondo. Lungo quaranta chilometri, largo fra i 5,7 e i 12, 5 chilometri, con una superficie totale di 365 chilometri quadrati, la striscia di Gaza è uno dei luoghi più densamente abitati sulla faccia della terra. Secondo la CIA, nel luglio 2016 vi si contava un milione e 700 mila persone; l’Autorità palestinese riferisce di due milioni di residenti nell’ottobre 2016. In ogni caso, un milione di costoro sono considerati rifugiati, o figli o nipoti di rifugiati, la metà dei quali vive tuttora in campi profughi. In confronto ad altri campi profughi presenti nel mondo arabo, quelli di Gaza sono ritenuti particolarmente miserevoli, se si eccettuano i campi palestinesi in Siria e in Libano. I rifugiati di Gaza furono espulsi da Israele, o ne fuggirono, nel 1948; e costituiscono circa un quinto dei rifugiati palestinesi del mondo intero.
Questa gente raramente ha conosciuto significativi periodi di tranquillità, sicurezza, minimo benessere economico. La situazione in cui versa attualmente è probabilmente giunta al suo peggio, al massimo della disperazione; secondo una relazione Onu, in capo a due anni e mezzo circa, verso il 2020, la striscia di Gaza non sarà più abitabile, soprattutto a causa del problema dell’acqua, che si acuisce progressivamente. I nuovi tagli alla fornitura di energia elettrica aggravano il dramma di questi esseri umani finché continua l’esperimento.
Inoltre, negli ultimi dieci anni questa striscia di terra oppressa è stata trasformata in una gabbia, la più grande al mondo.
Gaza è accerchiata: a Nord-est da Israele, a sud dall’Egitto e al suo limite occidentale dal mare, di cui l’esercito israeliano ha il controllo assoluto. A partire dall’avvento al potere di Hamas a Gaza, Israele l’ha posta sotto assedio, in collaborazione con l’Egitto. Negli anni l’assedio è stato alleggerito, ma assedio resta -soprattutto per quanto riguarda il movimento delle persone per uscire ed entrare a Gaza e il divieto quasi assoluto di esportare beni.
Ma ciò non è ancora abbastanza. Il tormento di Gaza non finisce qui. Ora arriva la riduzione della fornitura di energia elettrica.
Gaza ha una sola centrale elettrica, insufficiente a produrre tutta l’energia consumata. Quando fu messa in funzione, nel 2002, aveva una capacità produttiva di circa 140 megawatt. Limitata dalla portata della sua rete, nel 2006 produceva solo 90 megawatt, cui si aggiungevano 120 megawatt forniti da Israele e, ovviamente, pagati per intero.
In seguito al rapimento del soldato Gilad Shalit, nell’estate del 2006, Israele fece esplodere la centrale; essa copriva allora il 43% del fabbisogno di elettricità di Gaza.
Una volta ricostruita, la centrale raggiunse una capacità produttiva di circa 80 megawatt. Ma questa capacità dipende anch’essa per intero da Israele, unico fornitore di carburante diesel e dei necessari pezzi di ricambio.
Imposto l’assedio, Israele prese a ridurre progressivamente la quantità di diesel fornito. A seconda della stagione, Gaza necessita fra i 280 e 400 megawatt di elettricità. Un terzo circa dell’intera domanda, 120 megawatt circa, proveniva da Israele mentre 60-70 megawatt dalla centrale. Sin da prima della recente riduzione, la carenza di energia elettrica a Gaza era cronica. Per anni, gli abitanti della Striscia sono rimasti senza corrente diverse ore ogni giorno.
L’undici giugno di quest’anno, il Consiglio di sicurezza israeliano ha deciso di tagliare la fornitura di energia elettrica di propria provenienza a Gaza, come richiesto del presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas. Ciò ha innescato la crisi attuale, sinora la peggiore.
La lotta per il potere fra Abbas e Hamas, al governo a Gaza, lotta cui Israele collabora con l’Autorità Palestinese in maniera spregevole -ha determinato l’attuale situazione. In essa non ci sono buoni e cattivi, solo cattivi.

Situazione catastrofica
Due settimane circa dopo la decisione del Consiglio, Israele ha ulteriormente ridotto la fornitura eliminando altri otto megawatt dai 120 che stava fornendo. Di conseguenza in alcune parti di Gaza, soprattutto nell’ovest e nel sud, è disponibile corrente elettrica solo per circa due ore e mezzo al giorno. Due ore e mezzo di corrente elettrica al giorno.
È difficile immaginare il quotidiano svolgimento dell’esistenza in questo caldo soffocante con solo due ore e mezzo di elettricità. È difficile raffigurarsi come si possa mantenere in fresco il cibo, è spaventoso pensare che le normali attività umane debbano svolgersi senza elettricità, è orribile pensare ai pazienti degli ospedali, la cui esistenza dipende dalla corrente elettrica.
In un recente articolo di Haaretz (4 giugno), Mohammed Azaizeh -che lavora per l’organizzazione israeliana per i diritti umani Gisha -descrive quanto accade a Gaza all’ospedale Al-Rantisi.
Nell’unità di terapia intensiva del reparto di pediatria i bambini sono allacciati a respiratori per cui è disponibile elettricità solo per poche ore al giorno; le loro esistenze dipendono ora da un generatore di corrente, che a volte si rompe. Il dottor Muhammad Abu Sulwaya, direttore dell’ospedale, ha riferito di una situazione catastrofica, nel suo ospedale. Ovviamente, analoga a quella degli altri ospedali di Gaza.
È in questo modo che gli abitanti della Striscia sono vittime dei cinici metodi applicati a loro danno. Le conseguenze delle sfrenate lotte per il potere e fra Abbas e Hamas, fra l’Egitto e Hamas, fra Israele e tutti gli altri, ricadono persino sui respiratori per i bambini di al-Rantisi.
In un contesto in cui i partiti continuano a consolidare le proprie posizioni e il mondo risponde con apatia, non si può prevedere quando tutto ciò avrà fine. L’assenza di energia elettrica comporta la mancanza di acqua potabile e produce allagamenti di acque reflue non depurate. Gaza è abituata a tutto ciò, ma persino l’impareggiabile, straordinaria resistenza dei suoi abitanti ha un limite.
Se Israele è il principale responsabile di questa situazione, dovuta all’assedio imposto, certamente non è l’unico.
L’Autorità palestinese e l’Egitto sono complici a pieno titolo di questo crimine. Crimine, certo. Siamo nel 2017 e impedire a milioni di esseri umani di ricevere energia elettrica significa sottrarre loro acqua e aria. La responsabilità di Israele grida vendetta, perché Gaza è tuttora sotto parziale occupazione israeliana. Sebbene Israele abbia ritirato da Gaza i coloni e l’esercito, detiene la completa responsabilità di molti aspetti della vita che vi si svolge, rendendosi così responsabile della fornitura di energia elettrica per gli abitanti. Anche l’Autorità palestinese ha pesanti responsabilità per l’attuale situazione, in cui sta abusando della sua stessa gente. Analogo discorso vale per l’Egitto, cui piace presentarsi altezzosamente come fratello dei palestinesi; il suo ruolo nell’assedio di Gaza è intollerabile.
Gaza, lentamente, muore. Altrove, a nessuno importa della sua sofferenza. Né a Washington né a Bruxelles, né a Gerusalemme né al Cairo, e nemmeno a Ramallah. È incredibile, non c’è nessuno a cui importi che due milioni di esseri umani sono abbandonati di notte al buio o di giorno al calore soffocante estivo, senza che possano scappare, senza un barlume di speranza. Nulla.

(Traduzione di Cristina Alziati)


Lettera aperta di protesta di soldati greci: le truppe della NATO sono indesiderate!

(tradotto da Fausto Giudice

Soldati dei campi militari di Evros e della Tracia hanno reso pubblica una lettera che esprime la loro protesta contro i servizi offerti da parte delle forze armate greche all’ esercitazione "Nobie Jump" della NATO, che ha avuto luogo in Romania dal 30 maggio 22 giugno. Ecco la lettera:
Dai campi militari di Evros e della Tracia esprimiamo la nostra protesta contro l'uso da parte di forze della NATO di Grecia e Romania, per l'attuazione dei nuovi piani della NATO per interventi e guerre contro i popoli. Alla fine dell'esecitazione  "Noble Jump" della NATO, il governo SYRIZA - ANEL ha già accettato di facilitar loro "la terra e l’acqua".
Si tratta di una provocazione contro i soldati, figli del popolo greco, soprattutto dopo le reazioni dei soldati e il movimento popolare degli ultimi 20 giorni con proclami, e manifestazioni, relazioni e lettere da tutta la Grecia e Cipro, che proclamano la loro opposizione alla NATO.
Noi non siamo gli ausiliari delle truppe NATO
Affermiamo la nostra opposizione all'uso da parte delle truppe NATO degli aeroporti, porti, strade, campi e altre infrastrutture del nostro paese.
Non dovrebbero mettere piede sul suolo della nostra patria: sono indesiderate!

Soldati di:
Campo Triantafyllides - Petrochori Xanthi
Campo Zisis - Alexandroupolis
Campo Kandilapti - Alexandroupolis (644e battaglione di fanteria motorizzata)
Campo Kyroudi - Nea di Santa Rodopi
502 ° Battaglione di fanteria motorizzata - Kavyli Evros
512°  Battaglione di fanteria - Koufovouno Evros
7 ° Squadrone corazzato (EMA) - Provatonas Evros

da qui 


sabato 15 luglio 2017

Perché la Palestina è ancora il problema – John Pilger

  
(tradotto da Gianni Ellena)

(Versione abbreviata dell'intervento di John Pilger alla Palestine Expo di Londra l'8 luglio 2017. Il suo film può essere visto qui sotto, in italiano, qui in inglese)

Una sera a cena chiesi di chi fossero le sagome di persone che vedevo in lontananza, oltre il nostro perimetro.

“Arabi”, dissero, “nomadi”. Le parole erano quasi sputate fuori. Israele, dicevano intendendo la Palestina, era stato per lo più una terra desolata e uno dei grandi progetti dell’iniziativa sionista era stata quella di trasformare in zona verde il deserto.

Usarono come esempio il loro raccolto di arance di Jaffa, esportate in tutto il mondo, quale trionfo sulla natura e sulla noncuranza umana.

Era la prima bugia. La maggior parte degli aranceti e dei vigneti appartenevano ai palestinesi che avevano lavorato il suolo ed esportato le arance e le uve in Europa fin dal XVIII secolo. L’ex città palestinese di Jaffa era conosciuta dai suoi abitanti precedenti come “la casa delle arance tristi”.

Nel kibbutz, la parola “palestinese” non si usava mai. Perché, chiesi. La risposta fu un silenzio imbarazzato.

In tutto il mondo colonizzato, la sovranità reale dei popoli indigeni è temuta da coloro che non possono mai del tutto coprire il fatto, e il crimine, che stanno vivendo su terra rubata.

Il passo successivo è negare l’umanità della gente – come il popolo ebraico sa fin troppo bene. Profanare la dignità, la cultura e l’orgoglio della gente ne consegue logicamente, come pure la violenza.

A Ramallah, dopo un’invasione della Cisgiordania da parte del defunto Ariel Sharon nel 2002, ho attraversato strade piene di macchine schiacciate e case demolite, per raggiungere il Centro Culturale Palestinese. Fino a quella mattina vi si erano accampati i soldati israeliani.

Mi venne incontro la direttrice del centro, la scrittrice Liana Badr, i cui manoscritti originali si trovavano sparsi e strappati sul pavimento. Il disco rigido contenente la sua narrativa e una biblioteca di drammi e poesie erano stati presi dai soldati israeliani. Quasi tutto era distrutto e insudiciato.

Non un solo libro si era salvato con tutte le pagine; non un singolo nastro master di una delle migliori collezioni del cinema palestinese.

I soldati avevano urinato e defecato sui pavimenti, sulle scrivanie, sui ricami e sulle opere d’arte. Avevano spalmato le feci sui dipinti dei bambini e scritto – con la merda – “Nato per uccidere”.

Liana Badr aveva le lacrime agli occhi, ma rimaneva indomita. Disse: “Rimetteremo tutto a posto”.

Ciò che più fa infuriare quelli che colonizzano e occupano, rubano e opprimono, vandalizzano e contaminano è il rifiuto delle vittime di assecondarli. E questo è il tributo che tutti dovremmo pagare ai palestinesi. Si rifiutano di abbassare la testa. Tirano avanti, aspettano – finché è ora di combattere nuovamente. E lo fanno persino quando chi li governa collabora con gli oppressori.

Nel bel mezzo del bombardamento israeliano di Gaza del 2014, il giornalista palestinese Mohamed Omer non smise mai di comunicare. Lui e la sua famiglia furono colpiti; lui si accodò per cibo e acqua e li portò tra le macerie. Quando lo chiamavo, potevo sentire le bombe fuori dalla porta di casa sua. Si è rifiutato di abbassare la testa.

Gli articoli di Mohammed, illustrati da fotografie esplicite, sono stati un modello di giornalismo professionale che ha svergognato i reportage conformi e vili del cosiddetto mainstream in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. La nozione di obiettività della BBC – che amplifica miti e menzogne delle autorità, una pratica di cui è orgogliosa – viene ogni giorno smascherata da gente come Mohamed Omer.

Sono più di 40 anni che testimonio il rifiuto del popolo della Palestina di compiacere i suoi oppressori: Israele, Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Europea.

Dal 2008 solo la Gran Bretagna ha concesso permessi per l’esportazione di armi e missili, droni e fucili da cecchino in Israele per il valore di 434 milioni di sterline.

Coloro che, senza armi, si sono ribellati a tutto questo, quelli che si sono rifiutati di abbassare la testa, sono tra i palestinesi che ho avuto il privilegio di conoscere: il mio amico, il defunto Mohamed Jarella, che lavorava per l’agenzia delle Nazioni Unite UNRWA, che nel 1967 mi mostrò un campo profughi palestinese per la prima volta. Era una gelida giornata invernale e gli scolari erano scossi dal freddo. “Un giorno…” mi disse. “Un giorno…”

Mustafa Barghouti, la cui eloquenza rimane indiscussa, che descrisse la tolleranza che esisteva in Palestina tra ebrei, musulmani e cristiani fino a quando, mi disse, “i sionisti hanno voluto uno stato a spese dei palestinesi”.

La dottoressa Mona El-Farra, medico a Gaza, il cui obiettivo era di raccogliere fondi per la chirurgia plastica di bambini sfigurati da pallottole e da schegge di proiettili israeliani. Il suo ospedale fu raso al suolo dalle bombe israeliane nel 2014.

Il dottor Khalid Dahlan, psichiatra, le cui cliniche per bambini a Gaza – bambini resi quasi pazzi dalla violenza israeliana – erano oasi di civiltà.

Fatima e Nasser sono una coppia la cui casa si trovava in un villaggio vicino a Gerusalemme designato come “Zona A e B”, il che significa che la terra è stata dichiarata per soli ebrei. I loro genitori vi avevano vissuto; i loro nonni vi avevano vissuto. Lì oggi i bulldozer stanno costruendo strade per soli ebrei, protetti da leggi per soli ebrei.

Era passata la mezzanotte quando Fatima, incinta del secondo figlio, accusò dolori di parto. Il bambino era prematuro. Quando arrivarono ad un posto di blocco, con l’ospedale in vista, il giovane soldato israeliano disse che avevano bisogno di un altro documento.

Fatima stava sanguinando copiosamente. Il soldato, ridendo, imitava i suoi gemiti, poi disse: “Andate a casa”. Il bambino nacque lì, in un camion. Era blu dal freddo e presto, senza cure, morì di ipotermia. Il nome del bambino era Sultan.

Per i palestinesi, queste sono storie note. La domanda è: perché non sono note a Londra e Washington, Bruxelles e Sydney?

La Siria, la più recente causa per liberali – una causa alla George Clooney – è foraggiata generosamente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, nonostante i beneficiari, i cosiddetti ribelli, siano dominati da fanatici jihadisti, il prodotto dell’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq e della distruzione della moderna Libia.

Tuttavia, la più lunga occupazione e resistenza dei nostri tempi non è riconosciuta. Quando le Nazioni Unite improvvisamente si svegliano e definiscono Israele uno stato dove vige l’apartheid, come è avvenuto quest’anno, tutti s’indignano – ma non contro uno stato il cui “nucleo fondamentale” è il razzismo, ma contro una commissione ONU che ha osato rompere il silenzio.

“La Palestina”, affermava Nelson Mandela, “è la più grande questione morale del nostro tempo”.

Perché questa verità è soppressa, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno?

Su Israele – lo stato dell’apartheid colpevole di crimini contro l’umanità e di aver infranto più leggi internazionali di chiunque altro – il silenzio persiste tra coloro che sanno e il cui compito è quello di dire le cose come stanno.

Su Israele, il giornalismo è così intimidito e controllato da un pensiero unico che richiede il silenzio sulla Palestina mentre il giornalismo corretto è diventato dissidenza: un sotteraneo metaforico.

Una sola parola – “conflitto” – agevola questo silenzio. “Il conflitto arabo-israeliano”, declamano i robot leggendo il telesuggeritore. Quando un giornalista veterano della BBC, un uomo che conosce la verità, si riferisce a “due narrative”, la stortura morale è completa.

Non c’è conflitto, né due narrazioni, con il loro fulcro morale. C’è un’occupazione militare imposta da una potenza nucleare sostenuta dal potere militare più grande sulla terra; e c’è un’ingiustizia epica.

La parola “occupazione” può essere vietata, cancellata dal dizionario. Ma la memoria storica della verità non può essere bandita: l’espulsione sistemica dei palestinesi dalla loro patria. “Piano D”  lo chiamarono gli israeliani nel 1948.

Lo storico israeliano Benny Morris racconta come a David Ben-Gurion, primo primo ministro Israeliano, sia stato chiesto da uno dei suoi generali: “Cosa dobbiamo farne degli arabi?”

Il primo ministro, scrive Morris, “fece un gesto energico e dispregiativo con la sua mano”. “Scacciateli!” disse.

Settant’anni dopo, questo crimine è cancellato nella cultura intellettuale e politica dell’Occidente. O è discutibile o semplicemente controverso. Giornalisti profumatamente pagati accettano di buon grado i viaggi governativi israeliani, l’ospitalità e l’adulazione, e poi sono aggressivi nelle loro proteste di indipendenza. Il termine “utili idioti”, fu coniato per loro.

Nel 2011 mi colpì la facilità con cui uno dei più acclamati scrittori britannici, Ian McEwan, un uomo immerso nel bagliore dell’illuminazione borghese, accettò il “Jerusalem Prize” per la letteratura nello stato dell’apartheid.

McEwan sarebbe andato a Sun City nel Sud Africa dell’apartheid? Anche lì danno via premi, con tutte le spese pagate. McEwan giustificò il suo atto con alcune parole subdole sull’indipendenza della “società civile”.

Propaganda – come quella che McEwan ha elargito, con la simbolica bacchettata sulle mani dei suoi ospiti felici – è un’arma per gli oppressori della Palestina. Come lo zucchero, oggi si insinua dappertutto.

Comprendere e analizzare punto per punto la propaganda di stato e culturale è il nostro compito più importante. Stanno facendoci marciare al passo dell’oca verso una seconda guerra fredda il cui obiettivo finale è quello di sottomettere e balcanizzare la Russia e intimidire la Cina.

Quando Donald Trump e Vladimir Putin hanno parlato privatamente per più di due ore alla riunione del G20 ad Amburgo, a quanto pare sulla necessità di non combattere tra di loro, gli obiettori più vociferi sono stati coloro che avevano sequestrato il liberalismo, come lo scrittore politico sionista del Guardian.

“Non c’è da meravigliarsi che ad Amburgo Putin sorridesse”, ha scritto Jonathan Freedland. “Sa di aver raggiunto il suo obiettivo principale: rendere nuovamente debole l’America”. Aggiungere il sibilo del malvagio Vlad.

Questi propagandisti non hanno mai conosciuto la guerra, ma amano il gioco imperiale della guerra. Ciò che Ian McEwan chiama “società civile” è diventato una ricca fonte di propaganda correlata.

Prendiamo un termine spesso usato dai tutori della società civile – “diritti umani”. Come un altro nobile concetto, “democrazia”, “diritti umani” è stato quasi del tutto svuotato del suo significato e del suo scopo.

Come il “processo di pace” e la “road map”, i diritti umani in Palestina sono stati sequestrati dai governi occidentali e dalle ONG aziendali che loro stessi finanziano e che pretendono di avere un’autorità morale idealista.

Perciò, quando Israele è chiamato dai governi e dalle ONG a “rispettare i diritti umani” in Palestina, non succede nulla, perché tutti sanno che non c’è niente da temere; nulla cambierà.

Guardate al silenzio dell’Unione Europea, che fa i comodi di Israele, mentre si rifiuta di mantenere i propri impegni nei confronti del popolo di Gaza, come quello di tenere aperto un corridoio vitale al confine con la frontiera di Rafah: una misura accettata come parte del suo ruolo nella cessazione dei combattimenti nel 2014. Un porto marittimo per Gaza, un progetto concordato da Bruxelles nel 2014, è stato abbandonato.

La commissione ONU che ho citato – il cui nome completo è la Commissione Economica e Sociale delle Nazioni Unite per l’Asia occidentale – ha descritto Israele come, e cito, “progettato per lo scopo principale” di discriminazione razziale.

Milioni lo capiscono. Quello che i governi di Londra, Washington, Bruxelles e Tel Aviv non possono controllare è che l’umanità, di base, sta cambiando forse come mai prima.

Le persone in tutto il mondo sono in fermento e sono più consapevoli che mai, a mio avviso. Alcuni sono già in aperta rivolta. L’atrocità della Torre di Grenfell a Londra ha unito le comunità in una vibrante resistenza quasi a livello nazionale.

Grazie ad una campagna popolare, l’autorità giudiziaria sta oggi esaminando le prove per un possibile procedimento penale nei confronti di Tony Blair per crimini di guerra. Anche se questo dovesse fallire, è uno sviluppo cruciale, che demolisce un’altra barriera tra il pubblico e il suo riconoscimento della natura vorace dei crimini del potere di stato – il sistematico spregio per l’umanità perpetrato in Iraq, nella Torre di Grenfell, in Palestina. Quelli sono i puntini in attesa di essere collegati.

Per la maggior parte del XXI secolo, la frode del potere aziendale che si fingeva democrazia è stata dipendente dalla propaganda della distrazione: in gran parte per il culto del “me-ismo” progettato per disorientare il nostro senso di guardare agli altri, di agire insieme, di giustizia sociale e internazionalismo.

Classe, genere e razza sono stati dissociati. Il personale è diventato il politico e i media il messaggio. La promozione del privilegio borghese è stata presentata come politica “progressiva”. Non lo era. Non lo è mai. È la promozione del privilegio e del potere.

Tra i giovani, l’internazionalismo ha trovato un nuovo e vasto pubblico. Guardate al sostegno per Jeremy Corbyn e l’accoglienza che il circo del G20 ha ricevuto ad Amburgo. Nel capire la verità e gli imperativi dell’internazionalismo e nel rifiutare il colonialismo, possiamo comprendere la lotta della Palestina.

Mandela affermava: “Sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”.

Nel cuore del Medio Oriente c’è la storica ingiustizia in Palestina. Fino a quando non si risolve, dando ai palestinesi la loro libertà e patria, ed uguaglianza di fronte alla legge di israeliani e palestinesi, non ci sarà pace nella regione, o forse da nessuna parte.

Quello che Mandela intendeva dire è che la libertà stessa è precaria, finché i governi potenti possono negare la giustizia ad altri, terrorizzare gli altri, imprigionare e uccidere gli altri, nel nostro nome. Israele capisce di certo la minaccia che un giorno potrebbe dover essere normale.

Ecco perché il suo ambasciatore in Gran Bretagna è Mark Regev, conosciuto ai giornalisti come un propagandista professionista e perché l'”enorme bluff” delle accuse di antisemitismo, come lo ha chiamato Ilan Pappe, è riuscito a scoordinare il partito laburista e minare Jeremy Corbyn come leader. Il punto è che non ci è riuscito.

Ora gli eventi si muovono con rapidità. La notevole campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) sta avendo successo, giorno per giorno; paesi e città, sindacati e organismi studenteschi la stanno avallando. Il tentativo del governo britannico di vietare ai consigli comunali di applicare il BDS è fallito nei tribunali.
Queste non sono parole al vento. Quando i palestinesi si alzeranno di nuovo, e lo faranno, forse non ci riusciranno in un primo momento – ma infine ci riusciranno, se noi capiremo che loro sono noi e noi siamo loro. 
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