giovedì 24 settembre 2015

Stoner – John Williams

Il libro della vita di un uomo, uno destinato a fare il contadino (povero), ma i casi della vita lo fanno studiare e andare all’università, e, come direbbe Robert Frost, “questo ha fatto tutta la differenza”.
Timido e capace, sceglie la sua strada e si laurea in letteratura e riesce a diventare professore nella stessa piccola università di provincia dove ha studiato.
Arriva anche l’amore, se così si può chiamare, una figlia, un altro amore, lotte di potere e di meschinità, dalle quali Stoner deve solo difendersi.
Una vita appartata, laterale, senza mai fare del male a nessuno,due amici ai quali vuole bene, e poi alla fine del libro leggerete delle pagine che non dimenticherete facilmente.
Non sempre tutto è spiegato, bisogna immedesimarsi, si capirà, de possibile, di più.
A me ha colpito (e commosso) il rapporto con i genitori, i nostri genitori.
Se vi volete male e non volete soffrire neanche un minuto lasciate perdere Stoner, ignoratelo - franz


inizia così:
William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido…


Hai tradotto i libri di John Williams tra cui il celebre Stoner, un caso editoriale postumo. Ci vuoi proporre un brano che ti è particolarmente piaciuto, o che ti è risultato particolarmente difficile, spiegandoci anche il perché?
Citerei l’incipit di Stoner, così asciutto e evocativo: «William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956».
Adoro l’essenzialità di Williams. Come iniziare il romanzo di una vita? Con il nome e il cognome del protagonista! Non ho incontrato particolari difficoltà a tradurre i suoi testi, perché la sua prosa è molto classica, e apparentemente semplice. Immagino che lavorasse tanto per ottenere quest’effetto di semplicità. Ricordo che all’inizio, per cercare di restituire l’eleganza di certe frasi, tendevo a fare delle circonvoluzioni – complicando leggermente l’originale. E puntualmente dovevo fare un passo indietro, perché la semplicità funzionava meglio anche in italiano. È una cosa strana, che non mi era mai successa prima. Di solito, se si è molto fedeli all’originale, ci si ritrova a scrivere in uno strano italiano – specie quando si traduce dall’inglese. Nel caso di Williams invece non è stato così: era come se tutta la fatica per arrivare all’essenziale, al cuore delle cose e delle parole, l’avesse già fatta lui…

…Il mistero di Stoner, anche in senso tecnico, è da un lato nel paradossale equilibrio tra una relazione di massima vicinanza e di estrema lontananza che la sua vita intrattiene col mondo; dall’altro lato, e insieme, nell’oscillazione tra estrema appartenenza e massima indifferenza con cui il protagonista prende parte a ciò che gli accade. La scrittura mima e riproduce entrambi gli effetti: da un lato costruendo scene ordinarie, fatte di dettagli precisi, che lasciano parlare le cose e in qualche maniera hanno la medesima funzione dei dettici nel sonetto di Shakespeare, ossia attaccano, in senso serio e letterale, il personaggio alle condizioni della sua stagione; dall’altro lato, l’alone sfuggente che circonda Stoner è raggiunto raccontando il protagonista senza mai farci accedere alla sua psiche. Stoner, che uscì nel 1965, cioè due anni prima del Portnoy’s Complaint, per indicare un esempio antitetico di trattamento del personaggio, non mette al centro un ego narciso e debordante coi suoi monologhi, ma un modo di “lasciarsi perdere”: come se guardare all’esperienza personale dicendosi «non importa», anziché «io», potesse contare molto di più; forse più di tutto il resto.

Intervista con Ian Mc Ewan:
Cosa c'è di così bello in questo romanzo?
"Appena lo inizi a leggere senti di essere in ottime mani. Ha una prosa molto lineare. La trama, se ci si limita a elencare i suoi elementi, può suonare molto noiosa e un po' troppo triste. Ma di fatto è una vita minima da cui John Williams ha tratto un romanzo davvero molto bello. Ed è la più straordinaria scoperta per noi fortunati lettori".

È piuttosto singolare che dopo così tanto tempo un romanzo di cui non si è scritto né parlato, quindi sconosciuto, improvvisamente sia sulla bocca di tutti come sta accadendo adesso.
"È una vecchia storia. È successo con altri scrittori, pensi a Irène Némirovsky, che era piuttosto conosciuta in vita, poi dimenticata e poi di nuovo riscoperta. E poi anche il caso di Hans Fallada, che visse a Berlino, un altro caso di scrittore morto ed escluso dalla mappa culturale. E ora accade di nuovo, credo sia una scoperta gioiosa".

Dunque il romanzo parla della vita di William Stoner, che appare relativamente povera di accadimenti.
"Relativamente. Stoner viene da una povera famiglia di contadini, frequenta la scuola di agraria, dove accede nel 1910 e segue, come ne esistono in un altro migliaio di università americane, un corso di Lettere e Filosofia. Il professore di letteratura durante una lezione legge il sonetto di Shakespeare n. 73 ("In me tu vedi quel periodo dell'anno") e qui lo studente ha un'epifania. Stoner lo ascolta e ne è trasformato, l'insegnante gli chiede cosa voglia dire il sonetto e tutto ciò che Stoner riesce a dire, flebilmente, è "significa...". E l'insegnante capisce immediatamente che il ragazzo è stato colpito dalla letteratura inglese. Stoner poi diventa un professore associato all'università e insegnerà fino alla sua morte, che avverrà molte decadi più tardi. Si sposa, il matrimonio va male, ha una figlia e anche la figlia va male, entra in una faida amara, o meglio è perseguitato da un collega per venticinque anni e conosce l'unico momento di riscatto della sua vita in una tenerissima storia d'amore che poi svanirà. C'è tutta lasua vita".

Ma è la scrittura, ovviamente, che ha conquistatolei e tutti gli altri.
"Sembra aver toccato la verità umana come succede nella grande letteratura. È quel tipo di prosa che non vuole mostrarsi. È quel tipo di scrittura simile a una superficie di vetro, riesci a vedere immediatamente le cose di cui parla. E credo che questo sia entusiasmante di per sé. Ha una tale chiarezza, è una scrittura molto limpida. È straordinario ed è un avvertimento per tutti noi scrittori: potresti essere anche molto conosciuto in vita e poi, qualche anno dopo la tua morte, essere dimenticato".

Lei ha detto che la rappresentazione della morte di Stoner è un passaggio supremo della letteratura contemporanea.
"Sì, noi esperiamo la morte di Stoner. È raccontata in terza persona, ma è molto in soggettiva, è scritta in maniera molto diretta. E quindi vediamo la rappresentazione della sua morte attraverso la percezione di quel momento dello stesso Stoner, tutta la vita che scorre davanti ai suoi occhi. E da lettore hai quasi la sensazione che il libro stesso stia morendo tra le tue mani e che il personaggio stia morendo tra le tue mani, tu stesso sembri percepire un po' della tua morte. La lettura delle ultime pagine è un'esperienza piuttosto forte".

Siamo in un periodo in cui le persone sono alla ricerca di una lettura per l'estate. E questo non sembra esattamente il tipo di storia da leggere sotto l'ombrellone.
"Semmai è vero il contrario. Non sarò mai abbastanza convincente nel sostenere che è questo il libro da portare in vacanza. Si insinuerà nelle stanze d'albergo e sulle spiagge. Questa è una scoperta meravigliosa per tutti gli amanti della letteratura".


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