venerdì 26 giugno 2015

L’economia? Un’invenzione - di Francesco Gesualdi

Caro economista, il compito che ci attende è immane, serve il contributo di tutti, compreso il tuo. Per questo mi rivolgo a te con un appello scusandomi se le mie parole potranno sembrarti irriverenti, ma il momento è grave, non c’è più spazio per le etichette. Le macerie sociali e ambientali affiorano ovunque. Disoccupazione e povertà non accennano a diminuire, le disuguaglianze hanno raggiunto picchi mai visti nella storia dell’umanità,  i processi naturali sono talmente sovvertiti da mettere a rischio la nostra stessa sopravvivenzaMa tu continui a dirci che ci troviamo nel migliore dei mondi possibili. Addirittura che non esiste altro sistema all’infuori di questo.
Perciò mi rivolgo a te con una preghiera, addirittura una supplica. Ti chiedo di smettere di ingannarci. A partire dalla tua funzione. A te piace presentarti come un ricercatore, uno scienziato  asettico del sistema economico. Ti piace paragonarti al naturalista che studia i formicai. Ma mentre il naturalista si limita a osservare, tu pretendi di costruire leggi. Perciò ti sei trasformato da scienziato in ideologo. La tua presunzione più grave è stata quella di aver voluto equiparare l’economia alla natura.
Ovviamente non mi riferisco a te come persona, ma come categoria. So che certi passaggi  sono stati realizzati secoli or sono dai tuoi predecessori, ma tu conservi la responsabilità di perpetrarli. Constatato che in natura vigono leggi predeterminate, hai stabilito che ogni altro aspetto del vivere umano, economia compresa, è regolato da leggi incontrovertibili. E ti sei messo a definirle con pretesa di scientificità.

L’economia è come il galateo: è un’invenzione umana (su questo tema leggi anche La buona economia non esiste di Serge Latouche, già autore del libro L’invenzione dell’economia per Bollati Boringhieri; in Il luogo del dominio  inveceAlessandro Pertosa spiega in modo brillante come il termine oikonomia alluda a una società organizzata gerarchicamente che giustifica il dominio e la violenza, e per questo non esistono economie buone, ndr). Per  alcuni ruttare è mancanza di rispetto, per altri è indice di gradimento del pasto consumato. Questione opinabile. Ma se scrivi tomi su tomi per descrivere il punto di espansione ideale dello stomaco per sparare un bel rutto, più che un’operazione scientifica fai un’operazione culturale. Non solo dichiari da che parte stai, ma induci la collettività a pensare che ruttare sia bello. Risultato garantito soprattutto se nessun altro scrive il contrario e anzi l’inno al rutto è propagandato in tutti i modi possibili.
Fuor di metafora, di economie possibili ne esistono tante,  ma tu ti sei concentrato solo su una. E non quella che ti convinceva di più, ma quella che ti conveniva di più. Ti sei soffermato sull’economia del vincitore perché non è arruolandoti nelle fila degli oppositori che puoi riempire la borsa, ma suonando alla corte dei dominatori. I vincitori del nostro tempo sono i mercanti. Non per conquista  improvvisa, ma per ascesa lenta a partire dal Duecento. All’inizio quasi clandestini, negozianti di stoffe e denaro fuoriusciti dal castello feudale.
Poi sempre più potenti e più  ricchi, fino ad avere la meglio sulla vecchia classe nobiliare. E raggiunto il pieno controllo dei tre poteri capitali, l’economico, il politico e il militare, il loro problema è diventato il consenso. Come tutti i prìncipi, anche i mercanti sanno che l’obbedienza si ottiene per coercizione o per convinzione e come tutti i prìncipi anche i mercanti hanno usato entrambe le vie.
La storia del capitalismo è lastricata di morti, principalmente lavoratori, caduti per mano di polizie col mandato di reprimere senza pietà ogni forma di opposizione. Ma la sudditanza basata sulla violenza è insostenibile. Nessun potere può reggersi sulla repressione permanente. Dopo un po’ o fa scattare il consenso o è finito. Per questo tutti i poteri si organizzano per attuare la peggiore delle violenze: il dominio delle menti. E il sistema dei mercanti non ha fatto eccezione, anzi è diventato un caso di scuola
Le tecniche di plagio collettivo sono ormai consolidate e  ruotano attorno a tre fondamenti: il sovvertimento dei valori, il rimodellamento degli stili di vita, la manipolazione dell’informazione. Il sovvertimento dei valori per modificare le convinzioni profonde che stanno alla base del modo di concepire i rapporti umani e sociali. Il rimodellamento degli stili di vita per far assorbire un’altra mentalità in forza dell’abitudine. La manipolazione dell’informazione per far passare una percezione della realtà utile ai disegni del potere. Il sistema (il padrone avremmo detto in altri tempi) ti ha chiesto di metterti a disposizione per ognuno di questi passaggi.

E tu prontamente lo hai fatto, perché a ben guardare il primo plagiato sei tu. A forza di studiare le stesse teorie, di guardare la realtà sempre dalla stessa angolatura, sei diventato un fanatico privo di ogni capacità critica. Le sole parole che capisci sono quelle del mercante: denaro, mercato, concorrenza, costi, ricavi, profitti. Le persone viste solo come costi da comprimere. La natura solo come merci da vendere.
Un mondo a senso unico dal quale sono stati estromessi serenità, soddisfazione, affettività, salute. In una parola, tutti gli aspetti che fanno la felicità delle persone. E a chi cerca di farti notare l’assurdità di una simile impostazione, contrapponi il muro. Tu, unico depositario della verità; tutti gli altri, pericolosi sovversivi da annientare in ogni modo possibile. Così da preteso scienziato ti sei trasformato in custode, addirittura gendarme, dell’ordine mercantile.

Basta guardare le posizioni difese dagli organismi internazionali posti a fondamento del sistema economico mondiale: Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Organizzazione mondiale del commercio. Istituzioni alloggiate in palazzi immensi affollati da migliaia di funzionari, apparentemente economisti, in realtà gelidi kapò, che in nome del mercato non si fanno scrupolo di imporre regole che derubano lavoratori, cittadini e comunità a vantaggio di multinazionali, banche e fondi speculativi.
È sempre più evidente che all’interno di questo sistema, dichiaratamente contro le persone e l’ambiente, non troveremo più le risposte ai nostri problemi. La socialdemocrazia se n’è andata per sempre, e anche senza rimpianto, visto che era costruita sullo sfruttamento del Sud del mondo. Per permettere a tutti di vivere dignitosamente, nel rispetto dei limiti del pianeta e della piena inclusione lavorativa, bisogna ripensare totalmente il sistema economico. Prima che negli aspetti organizzativi, nei princìpi fondanti, perché le economie sono il risultato dell’interesse dominante. Nel mondo dei marinai tutto è impostato attorno alle navi, ai remi, alle reti. In quello degli agricoltori è impostato attorno ai carri, agli aratri, ai magazzini. Nel contesto marino gli agricoltori sono in difficoltà e viceversa perché perfino le narrazioni seguono tracce diverse. Se la savana è organizzata per il leone, sarà ben difficile che le gazzelle possano trovare soluzione ai propri problemi. Gli unici spazi possibili saranno quelli stabiliti dai leoni, che però non li definiranno per il bene delle gazzelle, ma di loro stessi. Per le gazzelle si aprirà una prospettiva solo se si ridurrà il potere dei leoni e se la savana sarà riorganizzata per  la sopravvivenza di tutti gli animali. Fuori di metafora, noi, comuni cittadini nullatenenti, troveremo la soluzione ai nostri problemi, quello dell’abitare, dello studiare, del curarci, del provvedere a noi stessi, solo se usciremo dal sistema dei mercanti e ne costruiremo un altro al servizio delle persone.
Una prospettiva possibile, ma che ha bisogno del contributo di tutti. Anche del tuo. Se non come sostenitore, almeno come non belligerante. Non solo smettendo di ingannarci sulla scientificità e la neutralità di questo sistema. Ma smettendo di difenderlo a tutti i costi e cominciando, al contrario, a denunciarne i limiti e le storture nell’ottica del bene comune. In altre parole ti chiedo di smettere di difendere l’indifendibile. E te lo chiedo non solo per agevolare l’avvento di un’altra forma di economia, finalmente al servizio di tutti.
Lo chiedo anche per te. Affinché tu salti giù dal treno prima che precipiti definitivamente nel baratro. Perché è certo che questo  sistema si distruggerà con le sue stesse mani. E non sarà certo un onore per te passare alla storia come chi non ha saputo aprire gli occhi neanche quando le crepe stavano diventando  crepacci. Ti conviene rifletterci prima che sia troppo tardi.
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Questo testo è tratto dal nuovo libro di Francesco Gesualdi: “Risorsa Umana” (Edizioni San Paolo)


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