domenica 14 luglio 2013

l'Eni e l'inferno

ho visto l'altra sera un documentario sullo sfruttamento delle sabbie bituminose per estrarre petrolio, in Canada (nello stato dell'Alberta) e in Congo.
si tratta di distruzione totale delle terre interessate, e di ogni forma di vita presente, nessuna esclusa.
se facessero un deserto sarebbe meno peggio, quelli fanno l'inferno.
in Congo è l'Eni che crea l'inferno, in rete si trovano documenti e interventi quasi tutti del 2009, difficile che qualcuno ne parli.
il documentario di Simone Ciani e Danilo Licciardello è necessario (oltre che girato davvero bene), in questo oceano di silenzio.


questo è il sito del film, http://terranera.info/, con tutte le informazioni utili.- franz

Ps: qui sotto qualcosa, poco e vecchio, che ho trovato in rete.
(mettendo in Google (motore di ricerca) le parole "Eni Congo"appaiono pagine e pagine sulla bontà dell'Eni in Congo)


Parliamo del petrolio. La gestione dei proventi ha dato adito a parecchie perplessità, ci pare di capire. 
Fin dall’inizio dello sfruttamento dei giacimenti congolesi, le compagnie pagavano le royalty non al ministero del Tesoro, ma su conti correnti presenti in varie paradisi fiscali sparsi per tutto il mondo. Come se non bastasse, il nostro esecutivo mpegnava già i proventi del petrolio non ancora estratto, finendo solo per accrescere il nostro debito estero. Adesso con la nuova iniziativa internazionale sulla trasparenza le cose potrebbero migliorare, ma è ancora presto per dirlo.
Qual è il ruolo giocato dall’Eni nel contesto congolese?
L’Eni ha iniziato le sue attività da noi fin da anni Settanta. Prima operava solo offshore, mentre dal 2007 è presente anche sul territorio nazionale. Da quel momento sono nati i “classici” problemi legati allo sfruttamento petrolifero in Africa, tra cui il flaring, che ha enormi impatti negativi su ambiente e popolazione locale. L’Eni dice che il petrolio, però, non ha nulla a che fare con il degrado ambientale. Tuttavia di recente ha preso la decisione di costruire delle centrali elettriche nelle vicinanze dei giacimenti dove si verifica il gas flaring, anche perché tale pratica entro il 2010 sarà considerata illegale per decreto governativo. Una da 50 megawatt è già in funzione, un’altra da 300 megawatt è in costruzione. Si badi bene, le centrali producono energia destinata alle imprese private -e in particolare per le operazioni di estrazione in una miniera di potassio- e non alla popolazione locale. 
Ora si parla di impiegare le sabbie bituminose per produrre petrolio. Quali sono gli ultimi sviluppi?
Per il momento sappiamo che l’Eni ha siglato un accordo con il nostro governo. Lo ha confermato anche Paolo Scaroni, l’amministratore delegato dell'impresa italiana, in varie interviste rilasciate alla stampa. Però non si capisce se le sabbie bituminose serviranno per realizzare strade o per ricavarne petrolio. Il governo sembrerebbe indicare la prima possibilità, l’Eni parla di previsioni operativi in termini di barili, ovviamente di greggio. Nella realtà dei fatti, noi siamo molto preoccupati perché non si sa quali saranno gli impatti e come verranno protette le popolazioni locali una volta che, a partire dal 2011, inizierà lo sfruttamento delle sabbie. Val la pena ricordare che la produzione di un barile di sabbie bituminose, al momento sfruttate solo in Canada, provoca un alto tasso di inquinamento, impoverimento delle risorse idriche ed emissioni di gas serra tra le tre e le cinque volte più alte del corrispettivo di petrolio convenzionale. Chiediamo quindi all’Eni di dirci la verità sul destino di questa risorse e, qualora volessero tirarne fuori il petrolio, vogliamo sapere che tecniche saranno impiegate e come si limiteranno al minimo gli impatti, così devastanti e diffusi nell’esempio canadese. Per adesso però il rappresentante dell’Eni a Ponte Noire non appare intenzionato a darci la minima informazione.
La Nigeria sotto scacco petrolifero dice basta al gas flaring. Voci dal "GsOtto"
"Noi proponiamo di lasciare tutto il 'nuovo' petrolio nel sottosuolo. Le multinazionali dovrebbero gestire solo i giacimenti già aperti, che sono in via di esaurimento, impegnandosi però a investire sulle fonti energetiche alternative come il solare o l'eolico, che da noi non mancano di certo". Nnimmo Bassey (nella foto) è uno storico attivista di ERA/Friends of the Earth Nigeria. Da anni conduce campagne contro il gas flaring e lo sfruttamento petrolifero indiscriminato nel Delta del Niger. Lo abbiamo incontrato al Gsott8, dal 2 al 6 luglio nel Sulcis Iglesiente.
Perché è importante mettere fine al flaring, evitando così di bruciare all'aria aperta il gas collegato all'estrazione del petrolio dal sottosuolo?
Secondo una stima conservativa, lo spreco di questo gas ha privato la Nigeria di una cifra che si aggira intorno ai 2,5 miliardi di dollari l'anno, aumentando invece le emissioni di gas serra nell'atmosfera. Come se non bastasse, e a prescindere dai costi economici, il flaring costituisce un
 gigantesco attacco contro l'ambiente e ha serie conseguenze sulla salute delle persone, causando malattie come il cancro, la bronchite, l'asma, complicazioni renali e circolatorie di diverso tipo. A subire gli effetti negativi di questa pratica è anche la produzione alimentare, che è diminuita.
L'aspettativa di vita in Nigeria è di 47 anni per le donne e 46 per gli uomini, ma nel Delta del Niger cala vertiginosamente, arrivando a soli 41 anni. Paradossalmente, quella stessa regione, ricca di petrolio, è tra le più povere di tutto il Paese.

…L’informazione sulla storia, i fatti e le situazioni che riguardano i popoli ed i Paesi del mondo sono assenti nei nostri mass-media che reclamizzano solo i portaborse del neoliberismo. Una lacuna tanto più grave in quanto la geografia sta sparendo dall’insegnamento scolastico (la geopolitica poi è una “bestemmia”). Una poeta africano, in una sua poesia, diceva di aver cercato invano per mesi e mesi qualche notizia del suo Paese, senza trovarla mai. Alla fine aveva trovato una piccola notizia di una disgrazia locale, relegata in un occhiello di un giornale: perfino ciò lo aveva molto rincuorato!...

…Recentemente l’ENI ha concluso due accordi con il governo locale: la concessione per l’estrazione di sabbie bituminose da cui ricavare petrolio greggio, i cui effetti sull’ambiente, sulla vita e sul lavoro delle popolazioni locali sono disastrosi e la concessione per piantare “palma da olio” per produrre agro-carburanti.  Stefano Liberti, sul “manifesto” del 5 settembre u.s. illustra in dettaglio le dinamiche indotte dalla “sabbie bituminose” molto inquinanti, riportando le conseguenze devastanti sull’ambiente e gli abitanti, che lottano contro le ruspe dell’ENI, perché vedono minacciate le loro vite e il loro futuro. Suggerisco di approfondire la storia e la geopolitica delle due parti del Congo, come dell’Africa intera.
La zona interessata è molto estesa – 1790 Kmq con una capacità stimata in 2,5 ML di barili di petrolio – e si trova a 70 Km da Pointe-Noire, capitale petrolifera congolese sulla costa atlantica. E’ inaccessibile per giornalisti e cittadini, sorvegliata intensamente da poliziotti armati. Le tante manifestazioni popolari contro lo scavo dell’Eni sono represse o ignorate, come accade in Italia per la TAV. Gli attivisti locali denunciano i danni ambientali (es. acqua infetta) e sociali dell’iniziativa e accusano il governo di corruzione e servilismo. L’inquinamento dell’acqua e la privatizzazione delle sue fonti, produce danni irreversibili alla produzione agricola, oltre che alla vita quotidiana delle popolazioni interessate, mai coinvolte in questi accordi…

 l'accordo, i cui dettagli non sono pubblici, firmato tra Eni e il Governo locale Congolese sancisce un investimento di 3 miliardi di dollari per l'esplorazione delle sabbie bituminose, la produzione di bio combustibili e la realizzazione di una centrale a gas, l'area interessata è quella di Tchikatanga e Tchikatanga-Makola per un'estensione di 1790 km.
L'impoverimento e l'inquinamento delle fonti idriche - un bell'esempio di inquinamento idrico si ha poco più distante dal Congo, precisamente in Niger e sempre a causa delle tecniche estrattive ENI -, la deforestazione, la distruzione dell'habitat naturali dicentinaia di specie animali e vegetali, e infine l'aumento di emissione di gas serra rappresentano gli aspetti drammatici dell'altra faccia della medaglia del maxi investimento. Per avere la prova del disastro ambientale che si nasconde dietro l'investimento ENI in Congo Brazaville basti pensare che "rispetto a quella di petrolio tradizionale la produzione di un barile da sabbie bituminose rilascia in atmosfera una quantità di gas serra da tre a cinque volte superiore" (Luca Manes, crbm) e se i calcoli non bastano a prospettare le sorti del Congo Brazaville allora basta andare a vedere cosa è accaduto in Canada, nell'Alberta, alle foreste e alle popolazioni indigene sempre a causa dell'estrazione delle sabbie bituminose ad opera di multinazionali - Shell, Exxon...
Le strategie di ENI, gli accordi politico economici, le implicazioni per lo Stato Italiano - ricordiamo che il Ministero dell'Economia e delle Finanze è l'azionista di maggioranza - e le valutazioni dell'impatto sull'ambiente e le persone sono contenute nella ricerca della Fondazione Heinrch Boel…

…Le due organizzazioni che hanno realizzato il Rapporto, insieme a rappresentanti della società civile congolese, hanno rivolto ad Eni le domande oggetto della campagna, ma non hanno ricevuto risposte. Dopo molta insistenza lo scorso dicembre Eni ha concesso loro un incontro, durante il quale però non sono state fornite le informazioni richieste.
Ecco le Cinque domande per Eni
1.      Eni ha effettuato valutazioni dell’impatto ambientale del suo intervento nel Congo Brazzaville (in particolare dello sfruttamento delle sabbie bituminose)? Perché non sono state rese pubbliche?
2.      Qual è la composizione e la quantità dei gas bruciati con il gas flaring (combustione dei gas che fuoriescono durante l’estrazione del petrolio) nel giacimento di M’boundi? È certo che non siano nocivi per le persone e per l’ambiente?
3.      Eni ha dichiarato che l'accordo con il governo congolese permetterà di produrre di 2,5 miliardi di barili di greggio, mentre le autorità locali sostengono che verrà prodotto bitume per realizzare strade. Qual è la verità?
4.      Eni aveva dichiarato che avrebbe promosso “una consultazione libera, informata e continua” con le comunità locali. Invece i dettagli degli accordi, firmati con il governo congolese (nel 2008) per i nuovi investimenti (3 miliardi di dollari), non sono pubblici né disponibili per le popolazioni locali. Perché?
5.      Amnesty International ha pubblicato recentemente un rapporto molto critico sulle compagnie petrolifere che operano in Nigeria, che evidenzia “la povertà, il conflitto, le violazioni dei diritti umani e la disperazione” che hanno portato alla popolazione del Delta del Niger. Quali iniziative state portando avanti per implementare leraccomandazioni di Amnesty sulla Nigeria e per evitare che il Congo diventi come il Delta del Niger?


Les investissements d’ENI dans les sables bitumineux et les palmiers à huile dans le Bassin du Congo


…Secondo l'attivista per i diritti umani Brice Mackosso «le popolazioni locali, che stanno già soffrendo gli impatti dello sfruttamento petrolifero, non sono state consultate nel modo adeguato sullo sviluppo di nuovi progetti. Un fatto, questo, che viola le politiche ambientali e sui diritti umani della stessa Eni». 
L'area interessata dalle attività dell'Eni in Congo, quella di Tchikatanga e di Tchikatanga-Makola, copre un'estensione di 1790 chilometri quadrati. Non si sa ancora dove si procederà con la produzione di olio di palma, sebbene si parli di 70mila ettari di terre non coltivate. L'Eni afferma che nessun progetto sarà sviluppato in zone ricoperte dalle foreste pluviali o con la presenza di biodiversità e che implicano la rilocazione di popolazioni locali. Però nelle ricerche condotte proprio dall'Eni si attesta che l'area dove si ricaveranno le sabbie bituminose è per circa il 70% occupata da foreste e da zone molto sensibili dal punto di vista ambientale, come viene per l'appunto svelato nel rapporto.


2 commenti:

  1. Il problema è anche che dovremmo cambiare stili di vita ...

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    1. sono d'accordo, è necessario e imprescindibile, ma non è una scusa per massacrare il prossimo, intanto

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