domenica 24 giugno 2012

Sunset limited - Cormac McCarthy

un libro strano, essenziale, un testo teatrale, da leggere e rileggere, denso di sostanza, senza momenti vuoti.
un libro che affascina, poi magari i romanzi sono meglio, ma i gusti sono gusti.
ne è stato fatto un film con Samuel L Jackson e Tommy Lee Jones - franz



È un libro davvero particolare sotto vari punti di vista: è pieno di frasi brevi e lapidarie che al primo impatto potrebbero apparire banali o non degne di interesse particolare ma che, lette meglio, rivelano tutta la forza del loro significato, frasi che lasciano senza parole l’interlocutore come un destro ben assestato o che al contrario trasmettono un forte senso di speranza,il tutto dietro parole semplici e quotidiane. Per caratterizzare i personaggi l’autore ha scelto due “tipi umani” facilmente stereotipati, il professore bianco e l’ex detenuto nero, ma subito emerge la carica innovativa del testo: il nero nonostante tutto quello che ha vissuto ha un incrollabile forza e decisione ad andare avanti ma non da solo, bensì aiutando le persone che lo circondano; al contrario il bianco pur nella sua esistenza tranquilla (vissuto in una famiglia probabilmente benestante, ha avuto la possibilità di studiare e di diventare professore, al momento narrato esercita una professione onesta che gli assicura una sopravvivenza priva di preoccupazione) desidera solo di farla finita in mancanza di una motivazione valida che gli faccia sopportare la decadenza cui assiste ogni giorno. Altro tratto caratteristico è la durezza dei contenuti e il modo in cui sono espressi, non ci sono mezze parole o eufemismi, la realtà, specialmente dalla bocca del nero è resa in tutta la sua crudezza. Allo stesso modo, però, il Nero con la sua schiettezza e il suo entusiasmo fa di tutto per esaltare la bellezza della vita agli occhi dell’interlocutore, apparentemente senza successo.
Nel libro uno dei temi più evidenti è quello della disperazione dovuta all’impotenza: quella del Bianco che non può fare nulla per impedire lo sgretolamento delle cose che ama e quello del Nero che non può fare nulla di fronte alla testardaggine del Bianco; è proprio questa consapevolezza unita alla vanificazione di tutti gli sforzi che rende il finale sospeso così lacerante e doloroso, per il Nero, ma soprattutto per il lettore, che dopo aver assistito all’incontro di boxe sperando nel successo non di uno dei due pugili ma della bellezza della vita di fronte alla disperazione dell’oblio rimane senza sapere cosa succederà e potendo solo immaginare il finale che desiderava dalla prima pagina.
Ma soprattutto penso che a rendere questo libro così particolare sia la sua forza intrinseca che avvince il lettore facendogli desiderare di non interrompere la lettura anche se tecnicamente l’argomento era un fatto che rientrava tranquillamente nel quotidiano, ovvero il dialogo tra uomini che si erano appena conosciuti.


…Testo letterario ma anche testo teatrale (andato in scena a Chicago nel maggio del 2006), anzi a dire il vero inizialmente l’autore lo aveva pensato solo ed esclusivamente per il teatro: tutto il dialogo dei due si svolge in una stanza di un caseggiato popolare in un quartiere nero di New York dove il bianco appena salvato dal suicidio viene portato dal nero. Una stanza spoglia, un ambiente squallido e i due uomini attorno ad un tavolo su cui ci sono una bibbia da una parte a designare l’universo del Nero: assoluto (per lui è difficile immaginare l’esistenza di altri mondi) e un giornale a designare l’universo dell’altro, un universo relativo dove ci sono fin troppi mondi, dall’altro; un paio di occhiali, un taccuino e una matita, urticanti simboli dell’ateo e del credente che verranno utili per comprendere la disputa teologica, dal vago sapore medioevale, che si va sviluppando sui “massimi sistemi” e su tutto una domanda che aleggia prepotentemente: “perché darsi pena per salvare una vita? A che vale la vita?”. Dialogo puro, batti e ribatti allo stato grezzo con il Bianco che vuole morire e il Nero che vuole salvarlo, il Bianco che vuole uscire dalla stanza e tornare ai suoi intenti e il Nero a trattenerlo. Il Bianco ad interpretare l’uomo sartriano, colto, competente, arcigno a mostrare il broncio alla vita e con una postura annoiata a significare che ha già deciso. I due sono veramente Bianco e Nero divisi da una distanza che è contrapposizione netta, irriducibile; le loro strade percorrono parallele senza mai incontrarsi e se per caso in qualche circostanza si sfiorano appena, sono scintille. Tutto ciò provoca tensione e il lettore ne sente il peso attraverso le parole usate dallo scrittore; una tensione che resta altissima dalla prima all’ultima pagina inchiodando chi legge a una lettura convulsa, sincopata, avvolgente. Il punto fondamentale sui cui tutto ruota e verte l’animata discussione dei due è quello della “responsabilità” dell’uomo sull’uomo in cui il Bianco è incapace di cogliere l’aspetto del reale fermandosi sulla soglia, una soglia fatta di “letteralità” e “materialità” che non permette di vedere oltre e soprattutto di vedere in assoluto davanti a sé, cose c’è nel futuro. E’ un incontro devastante, un vero e proprio match pugilistico (a livello metaforico) che poteva durare l’arco di un paio di pagine, tanto è evidente sin dalle prime battute che i due non si troveranno mai, con il Nero che non si ferma alla prima giustificazione del Bianco, e spinge il suo interlocutore ad approfondire, a scavare, a scoprire, poiché cerca la verità e così facendo si preoccupa del “fratello” in difficoltà; mentre il Bianco si ferma ancor prima perché con i suoi studi lui sa che non c’è un significato che si cela dietro l’esistenza di ognuno di noi…

Perché di una partita evidentemente si tratta: “il nero muove”, “il bianco abbozza una difesa”, “il nero tenta un attacco”, “il bianco arrocca”. È fin troppo evidente nel succedersi di nero-bianco-nero ma anche nell’ambientazione (due davanti a un tavolino spoglio, un tot di tempo a testa) e nella successione delle aperture e delle strategie. Il nero attacca ingenuamente, il bianco è più tattico, il nero cerca tempo per ulteriori mosse ma il bianco lo logora lentamente mangiandogli i pezzi, fino al contrattacco finale, spietato, “il bianco muove e vince in tre mosse[4]”, fine (no). E non si può non farsi venire in mente un’altra grande partita a scacchi con in palio vita e morte: quella tra il Cavaliere e la Morte ne Il settimo sigillo di Ingmar Bergman. La morte lì è nera, sarcastica, terribilmente razionale e il cavaliere bianco muove per scappare dalla morte ma poi per andarle incontro…

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