venerdì 21 luglio 2017

Appello di padre Alex Zanotelli ai giornalisti: «Rompiamo il silenzio sull’Africa»



Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani.
Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.
Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)

È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.
È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.
È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.
È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.
È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.
È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.
È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.
Èinaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.
È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.
È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.
È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).
Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.
Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi.
Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti.
Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.
Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.
E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).

Per questo vi prego di rompere questo silenzio- stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.

(Alex Zanotelli è missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell'Africa e direttore della rivista Mosaico di Pace.)

da qui

giovedì 20 luglio 2017

scurdámmoce 'o ppassato

Il capo della polizia Franco Gabrielli dice che la gestione dell’ordine pubblico a Genova nel 2001 fu una catastrofe, che nella caserma di Bolzaneto (e nella scuola Diaz, aggiungiamo) venne applicata la tortura (come nel film Garage Olimpo, dice).

Proprio in questi giorni scade l’interdizione dai pubblici uffici per un gruppo di dirigenti della polizia condannati nei tribunali.

Mi viene una domanda al capo della polizia: se tutto quello che dice è vero, e se tutti i protagonisti di quei giorni ancora sono in polizia, continueranno a fare i dirigenti o dal giorno della sua intervista verranno retrocessi a pulire i cessi delle questure e delle caserme, o verranno licenziati?

O le sue parole sono un modo moderno (o postmoderno, chissà) per dire:
“Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto...
chi ha dato, ha dato, ha dato...
scurdámmoce 'o ppassato”  (qui il testo completo della canzone, per gli amanti della musica napoletana)


Intanto ecco un’intervista di Lorenzo Guadagnucci (apparsa su Altreconomia), vittima e testimone di quei giorni, che traduce e critica le parole del capo della polizia.

mercoledì 19 luglio 2017

due interviste a James Petras


Il giornalista uruguaiano Efraìn Chury a Radio Centenario intervista il sociologo statunitense James Petras, professore all’Università di Binghamton (NY) esperto analista di questioni politiche riguardanti l’America Latina e il Medio Oriente.

Domanda:  Lei sa che le notizie che diffondiamo in America Latina sono sorprendenti poiché si parla di manipolazione delle elezioni nord americane attraverso l’ingerenza della Russia.  Come si vive tutto ciò negli Stati Uniti? Qual è l’opinione di Trump? Cosa dicono i democratici? Che dice Hilary Clinton?

PetrasBene, potremmo iniziare con il sottolineare la gravità di ciò che sta accadendo. Non è altro che  un golpe. Un golpe istituzionale che cerca di negare l’elezione di Donald Trump. Sono istituzioni come la CIA che stanno orchestrando la cosa per delegittimare il nuovo governo e considerarlo traditore del paese.  Ossia, si fa intendere che Trump sia un traditore, un complice della Russia che con i suoi servizi segreti penetra nello Stato influenzando le nomine dei collaboratori di Trump. Con questo golpe il Congresso e tutti i partiti di destra, di centro e di sinistra si stanno mobilitando per negare il risultato delle elezioni.
In altre parole, Trump sarebbe complice della Russia e tutti i suoi collaboratori complici di questa farsa. Niente di tutto ciò è stato provato, sono informazioni inventate dalla CIA che entra nella politica interna per negare le decisioni costituzionali.
E’ il modello che hanno utilizzato in Brasile, Paraguay e Honduras. Paesi in cui settori attuali di governo hanno delegittimato i loro presidenti eletti democraticamente per prendere il potere. Il caso attuale negli Stati Uniti è ancora peggio, poiché si accusa il presidente eletto di essere un traditore, di aver legami con una potenza straniera tradizionale nemico degli USA. Barack Obama, un presidente che ha manifestato apertamente ingerenza in tutto il mondo, intervenendo in tutti i golpe, ora interviene nel suo proprio paese riproponendone lo stesso scenario. E per la prima volta nella storia assistiamo alla versione del golpismo latino americano all’interno degli stessi USA.
La stampa borghese, quella liberale e di centro sinistra sono complici e non fanno altro che ripetere le accuse di tradimento e cospirazione russa senza avere alcuna prova e senza contraddittorio. 
Trump intanto risponde con la nomina di  militari e multimiliardari per contrastare le istituzioni che Obama gli ha messo contro. Esiste una disputa di potere molto interessante all’interno delle istituzioni nord americane, una lotta tra élite.
Avendo affidato ai militari, importanti incarichi sulla sicurezza, Trump sta creando un potere militare enorme in modo da resistere al golpe organizzato dalla CIA. Insieme ai multimiliardari sta giustificando le sue relazioni con la Russia. Infatti il nuovo cancelliere è l’ex direttore della Exxon, l’impresa petrolifera più importante al mondo, molto legata alla Russia da scambi commerciali.
Di recente, Trump ha realizzato una serie di viaggi in visita a diverse città, riempiendo stadi interi per reagire appunto ai settori della sinistra e di centro-sinistra che fanno, stavolta, la parte delle comparse dei golpisti.
Viviamo una situazione da guerra civile clandestina, perché sta accadendo in gran parte all’interno delle istituzioni. Una guerra dell’FBI contro la CIA, i militari contro i congressisti, i multimiliardari  contro loro stessi, un settore contro l’altro. E di questo non ne parla alcun mezzo di comunicazione, né i critici né coloro che appoggiano l’attuale processo politico.
Pensiamo che la realtà sia questa, proprio perché siamo abituati a vedere ciò che accade ed è accaduto in America Latina negli ultimi anni. E’ evidente che si sta verificando una replica simile in nord America. Lo capiamo meglio proprio dopo averlo osservato negli ultimi golpe accaduti in America Latina.



Domanda:  Un’altra questione importante da discutere è quella dell’Unione Europea, dei suoi movimenti politici e delle mutazioni di alcuni governi come ad esempio in Italia.  Qual’ è il tuo punto di vista?


Petras:  É un miscuglio di forze. Da un lato abbiamo il Movimento Cinque Stelle (di Beppe Grillo), che è un partito eterogeneo, più o meno di centro-sinistra, di opposizione al governo di Matteo Renzi, poiché gli ex-comunisti si sono “destrizzati”, anzi diciamo pure che si son trasformati in un partito di centro-destra.  Oltre a loro, c’è Forza Italia o il gruppo di Berlusconi, e la Lega Nord , che sono schieramenti molto di destra. Al momento esiste un’alleanza di centro-sinistra e di destra contro il governo di centro-destra di Matteo Renzi.
Tra gli oppositori di Renzi ci sono molte imprese locali, settori che temono che, la centralizzazione del potere, potrebbe emarginare le piccole e medie aziende e i professionisti non vincolati all’apparato dello Stato . L’esito del referendum  del 4 dicembre scorso sulla riforma costituzionale ha portato alla caduta del governo e alle dimissioni del primo ministro Matteo Renzi.
Esistono inoltre forze all’opposizione che sono contro l’Unione Europea e l’oligarchia di Bruxelles così come anche altri gruppi che continuano ad appoggiare l’Unione Europea.



Domanda: parliamo ora di Siria e Turchia. Perché questo impegno da parte dell’Unione europea, degli USA, della Turchia e di altri paesi di buttare giù  Bashar al-Assad? Come vedi la situazione in Siria in questo momento?

Petras: Ci sono diversi interessi, per esempio, la Turchia desidera conquistare parte della Siria, il nord del paese e anche dell’Iraq, la sua politica imperialista è finalizzata al recupero dell’immagine “ottomama” del passato. Gli Stati Uniti, cosi come in Libia e in Irak, tentano di buttar giù i governi senza avere la minima idea di chi potrebbe sostituirli.
Inoltre, anche Israele desidera una Siria divisa, frammentata e fragile e sta pure guadagnando consensi. L’ Arabia Saudita  è contro Bashar al-Assad, per il fatto di essere un governo secolare ma democratico e popolare, e ne appoggia la sua caduta proprio a causa delle loro differenze.
Quindi sono tanti gli interessi cha hanno scatenato la reazione di Israele, Turchia e Arabia Saudita, capeggiati diretti e finanziati sia dall’ Arábia Saudita stessa che dagli USA, i quali hanno già inviato più di 1000 soldati delle forze speciali per appoggiare  terroristi e  mercenari  erroneamente chiamati ribelli. E’ una propaganda che la destra utilizza per camuffare i terroristi invasori e mercenari. 
Il problema è che la stampa di centro-sinistra, come Página/12 (in Argentina) o come  La Jornada (in Messico), utilizzano la stessa retorica statunitense e citano reportage prodotti a Washington.  Dobbiamo riconoscere la grande vittoria di Bashar al-Assad e dei suoi alleati iraniani e libanesi sostenuti dalla Russia nella riconquista della città di Aleppo.
Mentre le forze filo-siriane avanzano e riescono a liberare Aleppo, Washington facilita la fuga dei terroristi dall’Irak per lanciare un’offensiva contro Palmira nel sud-est della Siria. Non è un caso che il Daesh ( la versione irachena dello Stato Islamico) riesca a radunare più di 4000 uomini per invadere e recuperare gran parte di Palmira dove attualmente è in corso una guerra feroce. Da dove sono venuti? Come son riusciti a trasportare cosi tante armi pesanti e così velocemente.  Come son riusciti ad entrare con le armi nel paese? Evidentemente, una parte consistente di terroristi è arrivata dall’ Irak e da altri luoghi grazie all’ appoggio delle forze speciali degli Stati Uniti.



Domanda: Per concludere la nostra intervista … immagino che tu stia lavorando su altre questioni. Ce ne vuoi parlare?
Petras: Si, certo. Abbiamo parlato già di Stati Uniti e Medio Oriente, per finire dobbiamo discutere dell’esperienza argentina. I mezzi di comunicazione negli Stati Uniti, in Europa e a volte di una parte importante di quelli dell’America Latina, pensavano che col governo Macri ci sarebbe stato un incredibile miglioramento delle condizioni economiche del paese tale da portare sviluppo e ricchezza nel paese con un forte consenso popolare.
Solo che queste supposizioni non si stanno concretizzando. Al momento ci sono più di 400.000 nuovi disoccupati , il numero dei nuovi poveri è cresciuto di 4.000.000 (su una popolazione di 30 milioni di abitanti) .  E per di più, dal punto di vista economico potremmo dire che l’indebitamento e la diminuzione delle imposte in Argentina non hanno attratto il capitale come ci si aspettava. Anzi, nell’ultimo periodo abbiamo assistito alla fuga dei capitali all’estero: circa 12 miliardi di pesos sono finiti a Londra, Washington e altri in Uruguay.
Le esportazioni sono diminuite del 6%, il PIL ha anche subito la caduta del 4,7%, il debito è cresciuto di 87 miliardi di pesos. Mentre il debito aumenta, l’economia cade a picco e naturalmente a nessun capitalista vorrebbe in mente di investire in Argentina, specialmente con un’ inflazione del 4% al mese, con un debito fiscale del 9% perché nessun capitalista penserebbe mai di impegnarsi con l’ Argentina nei prossimi anni.
In termini socio-economici, Macri è un disastro totale. Al contrario di qualche altro governo che conosciamo, non c’è giustificazione al suo comportamento.  Ma i media ufficiali tentano ancora di inventare qualcosa di positivo. Gli speculatori di New York ( i fondi speculativi) hanno incassato i suoi soldi, hanno riempito le loro tasche e son scappati via. Il discorso di Macri, contrariamente a quello di Cristina Kirchner, era di far pagare all’ Argentina i fondi “avvoltoio” perché cosi ci sarebbero stati nuovi investimenti nel paese, ma questo non è successo.
E ora cosa ci dobbiamo aspettare? Che ampi settori della società si oppongano a Macri. Non c’è alcuna possibilità di mantenere o guadagnare forze politiche in parlamento. Ci aspettiamo che il governo venga destabilizzato dai suoi propri errori o che venga costretto a lasciare il potere a causa delle rivolte popolari come è successo a Fernando de la Rua. L’ instabilità sta crescendo. Macri si mantiene al potere perché i burocrati corrotti del CGT (una delle centrali sindacali argentina) continuano a cercare un’uscita negoziata che è impossibile. Se non fosse per i burocrati sindacalisti, questo governo, paralizzato al suo interno, potrebbe cadere.
Ciò che mantiene Macri al potere non è la sua politica né le sue misure economiche e neanche i militari che lo sostengono.  Ciò che lo salva è il fatto che il movimento popolare sta cercando una via d’uscita politica ma manca al sindacato  la giusta strategia per uscire dalla crisi politica.


Testo originale: qui
(Traduzione : J.M. de Oliveira )


James Petras: «Il futuro a rischio del Latino America ribelle»

Intervista di Geraldina Colotti

«Le forze conservatrici agiscono ora su tre fronti: quello del golpismo in Venezuela, quello dell’impeachment in Brasile e quello istituzionale in Argentina» dice a Il Manifesto James Petras.
Analista politico e saggista statunitense, Petras ha scritto molti libri sul ruolo degli Usa nel sud del mondo e in particolare in America latina. Recentemente, l’editore Zambon ha pubblicato «Repubbliche sorelle. Venezuela e Colombia di fronte all’imperialismo contemporaneo»: 12 saggi introdotti da Lucio Bilangione e con un documento storico delle Farc sul processo di pace in corso all’Avana.
L’Argentina va a destra, il Brasile è in bilico, il Venezuela non ha il vento in poppa. E gli Stati uniti hanno firmato l’Accordo transpacifico. È finito il ciclo progressista in America latina?
James Petras, foto Reuters
Nei primi anni del nuovo millennio sono sorti grandi movimenti popolari. In Argentina hanno fatto cadere tre governi, il movimento piqueteros allora, bloccava le strade, nelle grandi città c’era un doppio potere basato sui consigli di quartiere, di fabbrica. In quella situazione la sinistra poteva rovesciare un governo ma non aveva abbastanza forza per dirigere il percorso. Nestor Kirchner (e poi Cristina) e Lula in Brasile hanno rappresentato il centrosinistra nella misura in cui hanno accettato di portare avanti alcuni programmi sociali contro la povertà, la disoccupazione, i bassi salari. Con un piano di investimenti pubblici sono riusciti a recuperare l’economia, hanno salvato il capitalismo dalla bancarotta. Allo stesso tempo, però, hanno debilitato i movimenti popolari, cooptandone molti dirigenti. Il nuovo ciclo di crescita ha consentito una relativa redistribuzione delle entrate provenienti dal commercio estero della soia, del ferro o del petrolio che avevano prezzi alti nel mercato. Questo ciclo termina con la fine della prima decade. Dal 2011-2012, le forze conservatrici riprendono forza: la caduta dei prezzi, la pressione del settore finanziario per ridurre la spesa sociale, il deficit, spingono i governi progressisti a fare concessioni all’Fmi, ad accettare misure di austerity. Soprattutto in Brasile, questo produce tre poli di conflitto: una destra insurrezionale, classi popolari disincantate e un centrosinistra debilitato, incapace di difendere le conquiste prodotte negli ultimi anni. In questo contesto, Washington ne approfitta per sospingere le destre di opposizione: sostiene Macri in Argentina, Aecio Neves in Brasile e cerca di destabilizzare il governo ecuadoriano o boliviano. Washington oggi agisce su tre fronti: quello del golpismo, in Venezuela, quello dell’impeachment in Brasile e quello della via elettorale in Argentina. Un pericolo che va al di là di un cambio di governo perché mira a far ritornare il continente alle politiche neoliberiste degli anni ’90, alle privatizzazioni subordinate agli Usa e allo smantellamento dell’integrazione latinoamericana. La sfida che abbiamo di fronte non è da poco: tornare indietro o mantenere le principali conquiste degli ultimi anni anche nelle diverse condizioni.
Tuttavia, dal Brasile all’Ecuador, dall’Argentina alla Bolivia, e in parte anche in Venezuela, alcune frange di sinistra considerano tempo perso la difesa di governi progressisti che non hanno mantenuto le promesse.
Penso anch’io che Correa e Morales non abbiano mantenuto molte promesse. L’estrattivismo continua a essere asse centrale delle loro politiche, hanno firmato accordi con il gran capitale. In una recente riunione del Financial Times, a New York, Morales ha invitato oltre un centinaio di grandi imprenditori a investire nel suo paese, per sfruttare le risorse minerarie. Non bisogna esagerare la portata di sinistra che hanno questi governi, ma non bisogna neanche tacere che hanno portato benefici sociali e una politica estera critica dell’imperialismo: la battaglia contro il debito estero in Ecuador, il riscatto degli indigeni in Bolivia. E per questo non sono d’accordo con quelli che preferiscono marciare con l’oligarchia anziché contestarla. Non capiscono che le destre possono appropriarsi delle critiche per andare al potere e spingere ancora più a fondo l’offensiva conservatrice. Per il Venezuela, invece, le cose sono più chiare. Non a caso, è da tempo il principale obiettivo degli Stati uniti.
…E il 6 dicembre ci saranno le elezioni parlamentari. Che scenario si prospetta in Venezuela?
Gli Stati uniti hanno investito milioni di dollari nella campagna delle destre e dei loro gruppi extraparlamentari, in Venezuela. La considerano una ghiotta opportunità per creare una paralisi nel governo e, con una eventuale maggioranza parlamentare, esigere subito un referendum per cacciare Maduro. In ogni caso, la destra ha preannunciato che non riconoscerà il risultato, griderà alla frode e mobiliterà la sua forza di shock per le strade. È uno scenario che abbiamo già visto, e con la situazione di tensione alla frontiera con la Colombia non possiamo escludere nessuna possibilità. Non dimentichiamo che, durante la recente chiusura della frontiera, la Colombia ha rifiutato di riconoscere i problemi creati dai contrabbandieri e dai paramilitari che agiscono al confine col Venezuela. Gli Usa pensano al processo di pace in Colombia come un’occasione per prendere due piccioni con una fava: eliminare la guerriglia e liberare truppe colombiane per destabilizzare il Venezuela e riprendere il controllo su tutta l’America latina e i Caraibi.
Non crede che la soluzione politica in Colombia possa andare in porto? Pensa che anche questa volta la guerriglia finirà intrappolata in un bagno di sangue?
Le trappole sono tante e così pure i punti da chiarire. Innanzitutto perché le parti non hanno trovato accordo su un punto fondamentale: le forze militari governative. La proposta di Manuel Santos mira semplicemente a ottenere il disarmo unilaterale delle Farc. Ma cosa dice degli oltre 500 mila militari armati che incombono sui movimenti sociali? E dei paramilitari che non sono mai stati davvero smobilitati? Cosa garantisce che, una volta riconsegnate le armi, i guerriglieri non finiscano nuovamente massacrati come in passato? Non si può guardare alla pace solo in termini di disarmo unilaterale. Un secondo problema è costituito dalle basi militari Usa. La loro nutrita presenza sul territorio non è stata oggetto di negoziato. E finché la «consulenza» del Mossad e della Cia continuerà a pesare sui ministeri degli Interni e della Difesa colombiani, parlare di pace sarà perlomeno azzardato. Negli Stati uniti vi sono forze che spingono per concludere un accordo di pace con le Farc per disarmarle e per liberare effettivi militari da impiegare nelle missioni regionali.

Il post-conflitto è però anche un buon affare: lo hanno ribadito sia Santos che i suoi protettori nordamericani
Negli Stati uniti la tendenza alla guerra, all’aggressività in politica estera, all’uso indiscriminato della forza oggi è molto potente: nei confronti della Russia, dell’Iran, anche della Cina. L’abbraccio tra Obama e Netanyahu ogni settimana stritola le vite dei palestinesi. A Cuba, spingono perché si affermi uno sviluppo capitalista. Con l’Iran premono per un disarmo unilaterale senza sospendere davvero le sanzioni. E se si rafforza l’influenza interna degli ufficiali Usa legati a Israele, gli accordi potrebbero essere sabotati. Una tendenza aizzata da una destra interna che vuole espellere 11 milioni di migranti, pensa che la teoria dell’evoluzione non abbia basi scientifiche, che il riscaldamento globale non sia una realtà: una destra arcaica, ma che rappresenta il 30 o 40% dell’elettorato, e su cui Wall Street ha potere ma non sufficiente controllo. Se Obama ha dato prova di militarismo, ma ha comunque proposto un piano per l’immigrazione, per la salute dei più poveri, i Repubblicani e ancor più la loro estrema destra possono andar fuori controllo: al punto da distruggere i mercati, da confliggere con gli interessi economici di quei settori del capitale multinazionale che avrebbero, per esempio, continuato a fare affari con Gheddafi e non hanno gradito di vedersi complicare le cose in questo modo. Dalla Silicon Valley arrivano inviti ad abbassare la tensione con la Cina, ma intanto la Cina è fuori dal Tpp e ne è il bersaglio.
Dall’Europa, al Centroamerica e agli Stati uniti, gli indignados protestano contro la corruzione e contro un sistema politico escludente. Può nascere da lì un’alternativa?
La corruzione dei sistemi politici dilaga, in America latina come in Europa. Negli Stati uniti è istituzionalizzata attraverso le lobby che vanno al Congresso per comprarsi i deputati. L’etica è un fattore importante, ma per farne cosa, per moralizzare il capitalismo? Perché il capitalista persegua i propri scopi senza dover comprare i congressisti? Senza porsi la domanda di fondo, l’indignazione rifluisce e lascia le grandi masse senza prospettiva. Da noi, il movimento Occupy ha avuto grande impatto mediatico, molti fuochi pirotecnici, un bel po’ di repressione, ma senza un’agenda politica organizzativa, è già preistoria.

ricordo di Liu Xiaobo







martedì 18 luglio 2017

senza luce

Nell’indifferenza dei mass-media si discute alla Camera dell’aggressione saudita allo Yemen

Nel disinteresse generale, a parte la Sardegna dove seguono la vicenda, è iniziata la discussione sulle mozioni relative alla guerra in Yemen. Dopo quattro interventi sulla discussione generale, la votazione e le dichiarazioni di voto sono state rinviate ad altra seduta, sul sito non ho trovato la data.
Sono intervenuti Marcon e Frusone che hanno illustrato le mozioni di Sinistra Italiana e altri e del Movimento 5 Stelle.
E’ intervenuto anche Cova del Pd che ha proposto una conferenza di pace per la guerra in Yemen a Roma.
Per il governo è intervenuto il sottosegretario Amendola che in sostanza ha sostenuto, come era prevedibile, che l’intervento saudita è stato richiesto dal governo yemenita dopo essere stato deposto da una insurrezione degli Huti e che la vendita di armi italiane all’Arabia saudita avviene nel rispetto delle leggi vigenti.
Ha però detto, come riportato dal sito della Camera: “Siamo consapevoli del moltiplicarsi delle notizie di vittime tra la popolazione civile e di infrastrutture di base prese di mira dalle azioni militari di tutte le parti coinvolte nel conflitto; notizie che, peraltro, trovano riscontro nei rapporti delle organizzazioni internazionali umanitarie.”
Insomma ha ammesso che anche la parte dei sauditi è accusata di colpire civili, scuole ed ospedali.
Ora, la legge 185/90 proibisce la vendita di armi ai paesi che si muovono in contrasto con il nostro art.11 della Costituzione o che violino i diritti umani, come si fa a non vedere che l’ Arabia saudita si muove in contrasto con l’art. 11 o che nella guerra yemenita viola i diritti umani ?
Si può fare solo girando la testa.
E’ quello che il governo italiano sta facendo.
Marco Palombo – Lista No Nato



Comitato Riconversione RWM. La questione “bombe” non è un problema locale ma riguarda tutti i sardi così come tutti i cittadini italiani

Il Comitato Riconversione RWM – C.R.R., nato il 15 maggio scorso ad Iglesias, a seguito della manifestazione per la Pace ed il Disarmo del 7 dello stesso mese e impegnato nella promozione della riconversione a produzioni civili dello stabilimento RWM di Domusnovas-Iglesias, in poco più di un mese ha raggiunto una visibilità non scontata ed alcuni piccoli risultati, grazie anche al sostegno di reti nazionali e di singoli parlamentari e persone impegnate nelle istituzioni:
– la Camera dei deputati ha calendarizzato per il 17 p.v. la discussione di una mozione sulla questione dell’esportazione di armamenti italiani in Arabia Saudita, la quale li utilizza nella guerra in Yemen contribuendo ad una catastrofe umanitaria senza precedenti, dopo la seconda guerra mondiale. La mozione era stata presentata nel corso della conferenza stampa del 21 giugno scorso, presso la Camera dei Deputati con la partecipazione di alcuni componenti del Comitato;
– il Comune di Iglesias, su richiesta del Comitato, discuterà della proposta di riconversione il prossimo 13 luglio, alle ore 19, nel corso di un Consiglio Comunale aperto appositamente convocato;
– la richiesta di ampliamento della fabbrica per la realizzazione di un campo prove esplosivi è attualmente sospesa in attesa di valutazioni del Servizio Valutazioni Ambientali della Regione Sarda, sollecitate dal Comitato e da associazioni ambientalistiche;
– nel pomeriggio del 13, il Comitato, costituito da 21 associazioni e 37 persone fisiche, animerà un momento informativo nella piazza del Municipio di Iglesias per far conoscere ai cittadini i vari aspetti legati alle produzioni della RWM ed alle relative ricadute ambientali.
Crediamo – comunicano dal Comitato – che la “questione delle bombe RWM” non sia un problema locale ma riguardi tutti i sardi così come tutti i cittadini italiani, per questo motivo abbiamo organizzato una Conferenza Stampa sotto il Palazzo regionale, proprio di fronte ai porti di Cagliari da cui partono regolarmente i carichi per l’Arabia Saudita“.
Chiediamo alla Regione – concludono – un forte intervento che faccia chiarezza sui dubbi di natura etica, ambientale, sociale e legale che tale produzione pone sotto gli occhi di tutti ma che individui soluzioni soprattutto per i lavoratori dell’RWM per i quali, in caso di fermata della produzione, si porrebbe l’incubo della disoccupazione in un territorio al momento colpito da una crisi occupazionale di cui non si vede soluzione. Invitiamo tutti i mezzi di informazione a dare ampia visibilità ad una iniziativa che parte da semplici cittadini e da organizzazioni della società civile e vuole essere una presa di coscienza ed un’assunzione di responsabilità rispetto all’uso del territorio sardo da parte di una società a capitale straniero che fa enormi guadagni esportando armi in un paese impegnato in una guerra non autorizzata da nessun organismo internazionale e verso la quale sono numerose le preoccupazioni espresse dall’ONU e dall’Unione Europea”.

Emergenza immigrati - Alessandro Gilioli


Al contrario di Matteo Renzi e moltissimi altri, io credo che l'Europa avrebbe fondati motivi nel caso avvertisse qualche senso di colpa nei confronti dell'Africa.
Intendiamoci: avremmo il dovere morale di intervenire per salvare vite umane dalle carestie e dalle guerre anche se non portassimo alcuna responsabilità. Ma avendo invece la coscienza piena di merda, il nostro egoismo è ancora più vergognoso e indicibile.
Merda, sì, che altro non è stato il colonialismo, lo sfruttamento delle risorse naturali, le stragi con il gas nervino, il sostegno a orrendi dittatori che però ci consentivano buoni business, il neocolonialismo aziendale e infine (forse la cosa più grave di tutte) l'esportazione di un modello - il consumo come ragione di vita - a miliardi di persone che a quel modello sono state convertite senza che avessero la possibilità di praticarlo.
Aiutarli "a casa loro" con quello che alcuni chiamano un piano Marshall, aiutarli ad attraversare in sicurezza il Mediterraneo, aiutarli a vivere: sono tutte azioni ovviamente ugualmente dovute - nemmeno "umanitarie", perfino dovute - che però nessun leader dei maggiori partiti intende attuare e neppure proporre perché da tempo la politica si è trasformata in puro inseguimento del consenso, ha rinunciato a dire ciò che è giusto ma impopolare - facendo anche pedagogia politica - nel tentativo invece di agguantare l'umore del momento tra i più.
E non serve a nulla discutere se la card salviniana di Renzi è stata "un errore di comunicazione" o una svolta in senso antimmigrazione, perché oggi comunicazione e politica sono la stessa cosa, e solo comunicare in modo "anticiclico" sui migranti consentirebbe poi di introdurre nel dibattito idee diverse dal chiudere i porti o dallo spegnere le luci alle navi delle Ngo.
Fate schifo, facciamo schifo. Noi europei, quasi tutti: tranne chi salva vite in mare e chi fa ogni giorno cooperazione in terra. Fanno schifo di sicuro i tre o quattro partiti maggiori italiani, tutti. Uno schifo senza fine fatto di ipocrisie ed egoismo, di inseguimento del consenso in una corsa al peggio morale, e di bugie tanto assurde quanto autoassolutorie su quello che è successo e che sta ancora succedendo: prima li abbiamo invasi, poi li abbiamo derubati, poi li abbiamo armati, poi li abbiamo abbandonati e respinti, infine li consideriamo. "un'emergenza".
E - qui viene quasi da ridere - li consideriamo un'emergenza nostra, non loro.
da qui

lunedì 17 luglio 2017

Venezuela: la rivolta dei ricchi - La Tabla

 (tradotto da  Fabrizio Verde)

Benacerraf, capo di una famiglia di banchieri da tre generazioni e di origine ebraico-sefardita, si aggiunge alla lista sempre crescente dei imprenditori che si sono uniti in forma diretta alle azioni cospirative per spodestare Nicolas Maduro, eletto nel 2013, il cui mandato di sei anni scade all’inizio del 2019.
Nonostante la borghesia venezuelana e i suoi operatori politici, associati in un’eterogenea coalizione di partiti denominata Mesa de la Unidad, abbiano sempre tentato di ridurre la visibilità dei suoi rappresentanti, in questi ultimi tre mesi di proteste violente non hanno potuto occultare il ruolo finanziario e operativo dei detentori della ricchezza.
Il banchiere, è legato ad Arístides Moreno e Roberto Picón, accusati di programmare un attacco informatico alle reti dell’organismo elettorale al fine di impedire le elezioni dei componenti l’Assemblea Nazionale Costituente, previste il 30 di questo mese.
Moreno è il CEO e fondatore di un conglomerato di servizi finanziari, Inversur, e presidente di una compagnia di distribuzione a domicilio di gas domestico a Caracas, Domegas.
Mentre Picón è dirigente e socio di un’impresa che opera in ambito IT, Consein, che opera in Venezuela e a Panama. Principale alleata commerciale di Microsoft.
Principale azionista di questa azienda è Isaac Saías Eseyeg, parente di Fortunato Benacerraf e dirigente di 100% Banco.
È interessante notare che Moreno e Picón sono sempre stati presentati come consulenti della MUD, mentre il loro ruolo di imprenditori non è mai stato rivelato pubblicamente.
Una delle azioni più importanti dei gruppi economici durante la fase più violenta del confronto è stata quella di fornire risorse per finanziare tali attività. Per questo hanno organizzato programmi di raccolta fondi attraverso pagine internet specializzate e reti sociali.
L’analisi delle tre principali iniziative, che in soli 10 giorni sono riuscite a raccogliere circa 100 mila dollari per acquistare caschi, scudi artigianali e forniture mediche per i manifestanti, rivela la partecipazione dei giovani eredi di famiglie molto ricche e residenti nelle città degli Stati Uniti come New York e Miami.
Questo è il caso di Gaspard Hector Castro, residente a Miami, Aurora Kearney Troconis e Nelly Guinand, residenti a New York.
Interessante anche la storia della banda che ha attaccato con mortai tipo bazooka la base aerea La Carlota. Si tratta dei fratelli Ricardo e José Gabriel Adib Yatim, proprietari di un’azienda che produce mobili. Hanno agito con la collaborazione di Andrés Sena Pereira, rappresentate di un’impresa importatrice di prodotti alimentari che nel solo 2014 ha ricevuto ben 10 milioni di dollari al tasso ufficiale o preferenziale.
Bisogna anche ricordare che uno degli uomini coinvolti nel linciaggio del giovane Orlando Figuera, il 20 maggio ad Altamira, è Enzo Franchini Oliveros, socio e amministratore di una compagnia di costruzioni appaltatrice del gigante brasiliano Odebrecht.
Vi sono altre storie che coinvolgono membri della borghesia, questa volta agraria, come nel caso di un allevatore di Barinas che ha fornito una scavatrice per favorire saccheggi e la distruzione di edifici pubblici nella città di Socopó.
Mentre nello Stato Merida un agricoltore ha rifornito di cibo, bevande alcoliche e armi gli autori delle violenze nel municipio Obispo Ramos de Lora.
Questa serie di eventi conferma che la presunta rivolta in Venezuela è realmente diretta ed eseguita da una parte del mondo imprenditoriale, che ha visto minacciati i suoi interessi dalle politiche di inclusione e distribuzione della rendita petrolifera sviluppate dal Comandante Hugo Chávez e proseguite dall’attuale capo di Stato, Nicolás Maduro.